Un olimpiade costruita sulla strage delle foreste tropicali?

05/mag/2006 20.54.00 Movimento Destra per l'Italia Contatta l'autore

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di Fabrizio Taranto - Presidente nazionale "Destra per l'Italia - Patria e
Tradizione"
Giungono allarmanti notizie dal sud-est asiatico in merito al saccheggio in
atto delle foreste vergini del Borneo, della Malesia, dell’Indonesia, della
Thailandia, della Nuova Guinea, della Cambogia, delle isole del Pacifico, le
cosiddette Foreste del Paradiso e non solo. Protagonista ancora una volta la
Cina: il colosso orientale, avviato ad essere in breve tempo una delle
principali potenze mondiali, se non la prima in assoluto, ha frenato
l’aggressione del territorio all’interno dei suoi confini già da tempo, ma
ha iniziato, anche sfruttando una serie di accordi internazionali nella
regione, a sottoporre a sfruttamento intensivo le risorse naturali degli
Stati limitrofi. Ciò avviene nell’ottica più scopertamente colonizzatrice
possibile, traendo profitto dalla situazione di marginalità economica di
alcuni stati del sud-est asiatico, favorita da regimi cooperanti i quali
autorizzano di buon grado lo sfruttamento del territorio. Si scopre così
che, ad esempio, in Cambogia è una ditta cinese ad aver beneficiato della
concessione di creare una piantagione di 18.000 ettari all’interno di un
parco nazionale: il “progetto piantagione” è l’utile foglia di fico per
giustificare l’assalto alla foresta esistente, in un’economia nella quale la
commercializzazione del legno tropicale rappresenta un ottimo affare,
ponendosi alla testa delle esportazioni. Stessa tecnica viene adottata in
Indonesia, nel territorio della quale il governo di Pechino si prodiga
nell’impegno di costruire una capillare rete stradale e ferroviaria, in
cambio di prodotti energetici e della concessione, anche qui, a riconvertire
le foreste in piantagioni. Il legno acquistato dalla Cina, viene lavorato e
trasportato all’estero, in Giappone, Europa, Stati Uniti d’America:
Greenpeace ha lanciato l’allarme evidenziando come il consumo cinese di
prodotti forestali sia cresciuto del 70% negli ultimi dieci anni e un terzo
di questo sarebbe imputabile alle esportazioni.
Sempre secondo questa fonte, la Cina assorbirebbe attualmente metà del
legname tropicale. Tale operazione sarebbe tra l’altro in gran parte
illegale: infatti, tanto il governo cambogiano quanto quello della Nuova
Guinea hanno vietato da tempo il taglio e l’esportazione del legno pregiato;
ciononostante, a fronte di precisi obblighi in ordine al rispetto delle
quote annuali, alla riforestazione e alla rotazione delle zone, il governo
cambogiano ha rilasciato decine di concessioni forestali e le concessionarie
hanno spesso eseguito un taglio indiscriminato e fuori di ogni
regolamentazione. In Nuova Guinea addirittura si stima che una quota
compresa tra il 76% e il 90% delle operazioni di taglio siano fuori dalla
legge. Le foreste sono vitali per il futuro della terra, già provata dagli
scempi compiuti in Amazzonia ed ora anche in Africa, dove il 45% del legno
ricavato dall’Africa occidentale finisce, manco a dirlo, in Cina. Un’enorme
falegnameria che non risparmia niente e nessuno: persino le prossime
Olimpiadi, occasione di affiatamento e confronto sportivo tra le nazioni del
mondo, si svolgeranno sulle spoglie di 800.000 metri cubi di tronchi
utilizzati dal governo di Pechino per costruire infrastrutture e teatri
degli eventi sportivi. Ma a quale prezzo per il futuro e la salute del
mondo?

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