MOVIMENTO PER L'INDIPENDENZA DELLA SICILIA
fondato nel 1943
- CUMUNICATU STAMPA -
DA ABOLIRE: PROVINCE, TASSA DI SOGGIORNO, IMMIGRAZIONE CLANDESTINA
Uno strano filo unisce negli ultimi tempi Sicilia e
Sardegna: a parte l'insularità, le millenarie civiltà che le abitano, e
l'essere entrambe colonie della Repubblica Italiana, c'è uno strano ispirarsi
dei due Presidenti delle Regioni a vicende e norme dell'isola amministrata dal
"collega".
Ma con effetti virtuosi per uno dei due politici, perversi per l'altro.
Partiamo da Renato Soru: imprenditore di successo in quella che fu definita
"new economy", profondo innovatore delle telecomunicazioni non solo
in Sardegna, ma anche in Italia e parte dell'Europa, candidato non senza
malumori da parte del centrosinistra, porta avanti, dopo la netta elezione, un
programma nettamente "sardista", in linea con quella rivalutazione
culturale-linguistica su fondò la sua "Tiscali", pur tenendosi
lontano da eventuali rivendicazioni indipendentiste.
Fra i molti provvedimenti che hanno fatto discutere, applaudire ed anche
lagnare, è spuntata alcuni giorni una nuova proposta "autunnale":
l'abolizione dei collegi provinciali, recentemente passati da 4 a 8 in
Sardegna, con sparizione quindi di Prefetture e Amministrazioni Provinciali.
Soprattutto queste ultime, indicate come un'origine di sprechi e carrierismi.
Non fatichiamo a dar ragione al Presidente Soru. Infatti, è sufficiente andare
a leggere l'articolo 15 dello Statuto della Regione Siciliana: «Le
circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono
soppressi nell'ambito della Regione Siciliana». In Sicilia, già dal 1946.
Quindi, In Sardegna, prossimamente, via le Province, via le Prefetture. E al
loro posto?
Il movimento "Sardigna Natzione Indipendentzia" ha proposto la
"CORONA DE SAS COMUNAS" formata dall'assemblea dei sindaci delle
comunità che fanno parte delle zone storiche della Sardegna.
Neanche in questa proposta nulla di nuovo per noi in Sicilia, infatti,
continuando a scorrere il summenzionato articolo 15, leggiamo: «L'ordinamento
degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi
comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria».
Peraltro, la legge si esprime (essendo ancora vigente, per il mal di fegato
dell'intera classe politica italiana ed ascara) al presente. In pratica, per lo
Statuto le province non esistono. Ma allora, com'è che poche ore fa il
Presidente della Provincia di Catania, Lombardo, facendo una pausa nella sua
tanto frenetica quanto monotona attività di "neoautonomista" senza
bandiera né programma, ha nominato i suoi nuovi assessori, con, tra gli altri,
il solito ritorno del solito Daniele Capuana, già assessore provinciale, poi
dimissionario perché candidato all'Ars, poi bocciato dall'elettorato, ma nel
frattempo "consulente" sulla stessa materia di attribuzione
assessoriale, ed ora nuovamente assessore, nonché "neoautonomista"
postdemocristiano anch'egli, sottolineato in campagna elettorale con un
risibile «io sono un siciliano», come se gli altri candidati fossero
turcomanni?
È semplice, basta completare la lettura dell'articolo 15: «Nel quadro di tali
princìpi generali spetta alla Regione la legislazione esclusiva e l'esecuzione
diretta in materia di circoscrizione, ordinamento e controllo degli enti
locali».
Infatti, le attuali 9 province Siciliane (tali e quali quelle di epoca
fascista) sono state create dal potere italianista insidiatosi all'Ars e alla
Regione Siciliana (evitando il nascere di un completo e serio sistema di
partiti siciliano, altro che il "partito autonomista" invocato da
Lombardo!), con iul sotterfugio delle "Province REGIONALI". Insomma,
emanazione della classe politica corrotta, ultraburocratizzata, gurkha e
colonialista. Un modo come un altro per sprecare denaro.
MA LE PREFETTURE, sino a prova contraria che siamo pronti ad apprendere, SONO E
RIMANGONO ABUSIVE.
Quindi, non possiamo, noi del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia che
quello statuto "patteggiammo" in cambio della cessazione delle
ostilità belliche contro lo Stato Italiano, chiedere che venga applicato nella
sua lettera. E sempre ricordando che, seppur giuridicamente lecite, le attuali
"Province Regionali" sono moralmente ed eticamente abusive esse
stesse. Causa di elefantiasi amministrativa, negazione di diritti (soprattutto
di quelle zone che da decenni invano chiedono di costituirsi in Provincia,
quando molto semplicemente potrebbero, secondo lo Statuto, costituirsi in
Consorzi comunali) e soprattutto, tanti, tanti sprechi.
Per fronteggiare i quali il Presidente della Regione Siciliana, Salvatore
Cuffaro (che tutti ricordiamo insultare in televisione uno dei martiri della
mafia politica italiana, Giovanni Falcone), e l'Assessore regionale al
bilancio, Guido Lo Porto (lo stesso che invocò la restituzione dell'Alta Corte,
giusto alcuni mesi fa), si sono inventati alcune nuove tasse regionali. Su
quella, assurda, sulla benzina per autotrasporto ci siamo espressi alcuni
giorni fa, ricordando che la Sicilia produce e raffina prodotti petroliferi,
oltre a pagare per gran parte della benzina molte tasse, tra le quali una
legata alla guerra in Abissinia del 1935. Ma Cuffaro ha pensato di scopiazzare
la "tassa sul lusso" voluta da Soru (in pratica, la tassazione dei
mega-yacht che intasano da decenni alcuni porti sardi, senza peraltro portare
molta ricchezza al territorio) e tanto odiata dal manager motoristico Briatore,
ma in maniera apparentemente "diffusa e democratica": una "tassa
di soggiorno" diretta a tutti i turisti.
Insomma, fra caos aeroportuale (e ancora insistono con il Ponte...), pessime
vie e mezzi di trasporto interni, caos della circolazione urbana, sporcizia (e
insistono con gli inceneritori...), i conseguenti inquinamenti ambientali,
acustici, luminosi, a cui si sommano vari altri disagi, come ad esempio la
cronica carenza di servizi igienici pubblici, si somma questo odioso
"balzello", atto in teoria a rimpolpare le esigui casse delle
fallimentari amministrazioni siciliane, ma nei fatti utile ad allontanare una
delle poche fonti di ricchezza che ancora, nonostante la depressione economica
fortemente imposta dallo Stato coloniale, resiste in Sicilia.
Complimenti, non c'è che dire. Un bell'esempio di malamministrazione, che si
somma a decenni di orrori. Ma non è miopia politica: fa parte del solito,
voluto e progettato, disegno di neutralizzazione delle aspirazioni e
potenzialità della Sicilia e del Popolo Siciliano. Con un territorio
infinitesimo, e molte meno risorse della Sicilia, i "vicini di casa"
maltesi riescono ad attirare tanto il turismo ricco e di massa (casinò e altre
forme di svago) quanto quello culturale (poche risorse naturali, storiche e
artistiche, ma ben valorizzate). E questo senza un "Ponte", senza
inutili tasse. Solo, con buona lungimiranza, buona istruzione, voglia di
servire la propria Patria. A Malta, tutti i giovani lavorano. Fanno carriera. E
creano ricchezza per tutti.
Qui invece, ecco la "tassa di soggiorno". Quando invece in cerca del
"permesso di soggiorno" arrivano, a centinaia nelle ultime ore a
Lampedusa e Pozzallo, masse di immigrati clandestini africani ed asiatici. Loro
non pagano alla Sicilia (ma agli scafisti ed alle mafie internazionali
collegate a questo traffico di umani), semmai è la collettività siciliana a
pagare per i loro arrivi.
Purtroppo, la classe politica continua a fare dell'argomento una questione di
ideologie, di razzismi ed antirazzismi di facciata, fronteggiandosi con
provvedimenti giuridici contrapposti eppur parimenti inefficaci.
Si è concentrata sulla "questione della frontiera", ed in particolar
modo sui rimpatri forzati, la legge "Bossi-Fini". Inefficace, con gli
arrivi e la clandestinità in aumento. Cogliendo l'ispirazione lassista
dell'ultrasinistra, l'attuale governo ha già ammorbidito i termini di legge (fra
richiesta di asilo politico, ricorsi, libertà di movimento dell'immigrato e
dichiarazioni di "mancanza di risorse" per garantirsi il rientro in
patria, il clandestino è assicurato), e la cronaca degli ultimi giorni e ore
parla degli effetti.
Inutili sono anche le misure invocate dal Ministro dell'interno Amato:
allargamento delle "liste di collocamento" o ogni realtà di
emigrazione, ed accordi di riammissione con tutte queste.
In primis, perché in un sistema, quello italiano, che implicitamente favorisce
il lavoro nero e, nelle colonie, la deindustrializzazione, tali liste sarebbero
comunque esigue, e al di sotto delle aspettative dei potenziali immigrati,
senza dimenticare le enormi difficoltà di molti Stati africani ed asiatici, ove
molta gente non è nemmeno iscritta all'anagrafe.
In secundis, perché non possiamo né dobbiamo negare un forte coinvolgimento a
livello delle burocrazie statali (e parastatali) africane, asiatiche ed europee
nelle succitate mafie internazionali artefici di quella che è un'autentica
"globalizzazione della miseria".
Quindi, anche realizzando tali richieste dell'ex premier Amato, gli arrivi
rimarrebbero massicci, e i rimpatri pochissimi.
Questo perché la questione andrebbe gestita dalle diplomazie, e lì si nota
appieno l'incapacità dell'Unione Europea, dominata dalle burocrazie politiche
plutocratiche e dai potentati economici globalizzatori.
Difatti, la miseria delle ex colonie afroasiatiche andrebbe fronteggiata non
con donazioni e "porte aperte", né con l'emarginazione ed il
disprezzo, ma con programmi di investimento in loco (peraltro, ecocompatibili
ed equosolidali) che garantirebbero agli investitori un sicuro profitto. Ma
questo, andrebbe gestito da organismi internazionali in atto inesistenti o non
capaci di gestire un simile fenomeno.
Ed inoltre, oltre al prendere atto delle condizioni di indigenza di milioni di
persone (che sembrano buone solo per spot televisivi e documentari "ad
effetto"), bisogna ricordare che non sono loro a migrare sui barconi a
caro prezzo, proprio perché non potrebbero corrisponderlo. Sono, invece,
proprio quei soggetti che hanno dei mezzi di sussistenza per sé e per le
relative famiglie.
Infatti, su questi soggetti influisce moltissimo la globalizzazione culturale,
la mitizzazione del consumismo. Ad un pescatore senegalese, rincitrullito dai
messaggi televisivi captati via satellite, non basta più pescare quanto basta
per vivere. Vuole avere i soldi in mano, vuole avere gli inutili oggetti di
consumo più diffusi. Molti attivisti del Movimento per l'Indipendenza della
Sicilia sono testimoni in prima persona di questa realtà, ed in un futuro ce ne
occuperemo con appositi reportages.
Ma all'inserirsi nel mondo della clandestinità, il mondo delle 20 o 30 persone
che vivono in una stanza, del sopravvivere peggio che in patria smerciando
oggetti contraffatti o divenendo manovalanza per la criminalità (che in Sicilia
non è, volontariamente e strumentalmente, fronteggiata dallo Stato Italiano
oppressore), questi "martiri della modernità" vedono i propri sogni
sgretolarsi.
È una questione, quindi, di politica economica internazionale ed interna.
Bisogna dirlo, che la Sicilia è una colonia, il cui popolo, ipnotizzato dal
regime mediatico (la "telecrazia"), consuma compulsivamente ciò che
non produce (quindi, non guadagnando per poter spendere).
La colonia Sicilia, ove avere un lavoro e una casa è un sogno da fiction a
stelle e strisce, riservati a quei pochi "parenti" ed
"amici" che godono dell'assunzione per chiamata diretta, in barba a
graduatorie, concorsi, meritocrazie. La Sicilia, dove per mantenere le
burocrazie, i politici, e i loro "clientes", si chiudono (o non si
ultimano) gli ospedali, e si può morire per una banale infezione.
La Sicilia, dove i trasporti sono impossibili, dove manca l'acqua potabile,
dove continuano a ciurlare nel manico, come da consolidata prassi, con
quell'inutile bestialità denominata "Ponte sullo Stretto".
La Sicilia, orgogliosa Nazione negata e repressa, colonia dell'Italia.
Movimento per l'Indipendenza della Sicilia
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«Noi vogliamo difendere e diffondere
un'idea della cui santità e giustizia siamo profondamente convinti e che
fatalmente ed ineluttabilmente trionferà».
Andrea Finocchiaro Aprile,
1944