ABOLIZIONE PROVINCIA DI ENNA

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07/ott/2006 14.10.00 Movimento per l'Indipendenza della Sicilia Contatta l'autore

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Circa la ventilata soppressione della Provincia di Enna abbiamo notato mancare un elemento nelle allarmate esternazioni dei politici siciliani degli ultimi giorni.

Nessuno dei nostri notabili, in particolar modo quelli ennesi, sembra ricordare l'articolo 15 dello Statuto Speciale d'Autonomia, che nel 1946 sancì la fine dei collegi provinciali italiani in Sicilia. Da allora, la Sicilia si sarebbe dovuta basare su norme proprie (dando vita ai consorzi di comuni). Nei fatti, il desiderio ascaro e traditore dei nostri allora governanti in Palermo non mancò di mettersi a disposizione per una immediata "normalizzazione" del sistema assimilandolo alle altre realtà italiane. E le Province, uscite dalla porta, rientrarono dalla finestra: nacquero le "Province Regionali".

Ma, per l'appunto, le Province siciliane sono regolate da norme regionali! Semmai, la finanziaria del centrosinistra potrebbe cancellare la Prefettura di Enna, che già di per sè è abusiva, come le altre Prefetture siciliane, in quanto insistono su un territorio che non è "collegio provinciale". Del resto, sempre lo Statuto sancisce che la tutela dell'ordine pubblico è di esclusiva competenza della Regione. O meglio, dovrebbe essere, dato che le più qualificanti norme dello Statuto stesso, quelle che avrebbero reso la Sicilia un "quasi-Stato", riprendendo le allarmate parole di Einaudi, non sono mai state attivate, ed oggi sono ignorate dai nostri amministratori eletti, "normalizzati" ed "assimilati" essi stessi all'estranea realtà italiana. Lo ricordi l'on. Crisafulli, che ieri ha affermato: «è possibile applicare l'articolo 31 dello statuto siciliano che non prevede la presenza delle prefetture in tutto il territorio regionale», quando. Lo Statuto Siciliano non è facoltativo. Non "si può" applicare, ma SI DEVE applicare, in quanto legge costituzionale e trattato di pace scritto sì sul marmo, come sottolinaeto alcuni giorni addietro dall'on. Alessi, ma soprattutto con il sangue dei patrioti indipendentisti.

Ed è per questo che il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia ha recentamente ripreso la propria lotta verso la libertà, determinato stavolta a non cadere in un ulteriore "inganno autonomista".


A proposito delle province in Sicilia inoltriamo nostro comunicato del 3 ottobre u.s.

MOVIMENTO PER L'INDIPENDENZA DELLA SICILIA
fondato nel 1943


- CUMUNICATU STAMPA -

DA ABOLIRE: PROVINCE, TASSA DI SOGGIORNO, IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

 

Uno strano filo unisce negli ultimi tempi Sicilia e Sardegna: a parte l'insularità, le millenarie civiltà che le abitano, e l'essere entrambe colonie della Repubblica Italiana, c'è uno strano ispirarsi dei due Presidenti delle Regioni a vicende e norme dell'isola amministrata dal "collega".

Ma con effetti virtuosi per uno dei due politici, perversi per l'altro.

Partiamo da Renato Soru: imprenditore di successo in quella che fu definita "new economy", profondo innovatore delle telecomunicazioni non solo in Sardegna, ma anche in Italia e parte dell'Europa, candidato non senza malumori da parte del centrosinistra, porta avanti, dopo la netta elezione, un programma nettamente "sardista", in linea con quella rivalutazione culturale-linguistica su fondò la sua "Tiscali", pur tenendosi lontano da eventuali rivendicazioni indipendentiste.

Fra i molti provvedimenti che hanno fatto discutere, applaudire ed anche lagnare, è spuntata alcuni giorni una nuova proposta "autunnale": l'abolizione dei collegi provinciali, recentemente passati da 4 a 8 in Sardegna, con sparizione quindi di Prefetture e Amministrazioni Provinciali. Soprattutto queste ultime, indicate come un'origine di sprechi e carrierismi.

Non fatichiamo a dar ragione al Presidente Soru. Infatti, è sufficiente andare a leggere l'articolo 15 dello Statuto della Regione Siciliana: «Le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono soppressi nell'ambito della Regione Siciliana». In Sicilia, già dal 1946.

Quindi, In Sardegna, prossimamente, via le Province, via le Prefetture. E al loro posto?
Il movimento "Sardigna Natzione Indipendentzia" ha proposto la "CORONA DE SAS COMUNAS" formata dall'assemblea dei sindaci delle comunità che fanno parte delle zone storiche della Sardegna.  

Neanche in questa proposta nulla di nuovo per noi in Sicilia, infatti, continuando a scorrere il summenzionato articolo 15, leggiamo: «L'ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria».

Peraltro, la legge si esprime (essendo ancora vigente, per il mal di fegato dell'intera classe politica italiana ed ascara) al presente. In pratica, per lo Statuto le province non esistono. Ma allora, com'è che poche ore fa il Presidente della Provincia di Catania, Lombardo, facendo una pausa nella sua tanto frenetica quanto monotona attività di "neoautonomista" senza bandiera né programma, ha nominato i suoi nuovi assessori, con, tra gli altri, il solito ritorno del solito Daniele Capuana, già assessore provinciale, poi dimissionario perché candidato all'Ars, poi bocciato dall'elettorato, ma nel frattempo "consulente" sulla stessa materia di attribuzione assessoriale, ed ora nuovamente assessore, nonché "neoautonomista" postdemocristiano anch'egli, sottolineato in campagna elettorale con un risibile «io sono un siciliano», come se gli altri candidati fossero turcomanni?

È semplice, basta completare la lettura dell'articolo 15: «Nel quadro di tali princìpi generali spetta alla Regione la legislazione esclusiva e l'esecuzione diretta in materia di circoscrizione, ordinamento e controllo degli enti locali».

Infatti, le attuali 9 province Siciliane (tali e quali quelle di epoca fascista) sono state create dal potere italianista insidiatosi all'Ars e alla Regione Siciliana (evitando il nascere di un completo e serio sistema di partiti siciliano, altro che il "partito autonomista" invocato da Lombardo!), con iul sotterfugio delle "Province REGIONALI". Insomma, emanazione della classe politica corrotta, ultraburocratizzata, gurkha e colonialista. Un modo come un altro per sprecare denaro.

MA LE PREFETTURE, sino a prova contraria che siamo pronti ad apprendere, SONO E RIMANGONO ABUSIVE.

Quindi, non possiamo, noi del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia che quello statuto "patteggiammo" in cambio della cessazione delle ostilità belliche contro lo Stato Italiano, chiedere che venga applicato nella sua lettera. E sempre ricordando che, seppur giuridicamente lecite, le attuali "Province Regionali" sono moralmente ed eticamente abusive esse stesse. Causa di elefantiasi amministrativa, negazione di diritti (soprattutto di quelle zone che da decenni invano chiedono di costituirsi in Provincia, quando molto semplicemente potrebbero, secondo lo Statuto, costituirsi in Consorzi comunali) e soprattutto, tanti, tanti sprechi.

Per fronteggiare i quali il Presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro (che tutti ricordiamo insultare in televisione uno dei martiri della mafia politica italiana, Giovanni Falcone), e l'Assessore regionale al bilancio, Guido Lo Porto (lo stesso che invocò la restituzione dell'Alta Corte, giusto alcuni mesi fa), si sono inventati alcune nuove tasse regionali. Su quella, assurda, sulla benzina per autotrasporto ci siamo espressi alcuni giorni fa, ricordando che la Sicilia produce e raffina prodotti petroliferi, oltre a pagare per gran parte della benzina molte tasse, tra le quali una legata alla guerra in Abissinia del 1935. Ma Cuffaro ha pensato di scopiazzare la "tassa sul lusso" voluta da Soru (in pratica, la tassazione dei mega-yacht che intasano da decenni alcuni porti sardi, senza peraltro portare molta ricchezza al territorio) e tanto odiata dal manager motoristico Briatore, ma in maniera apparentemente "diffusa e democratica": una "tassa di soggiorno" diretta a tutti i turisti.

Insomma, fra caos aeroportuale (e ancora insistono con il Ponte...), pessime vie e mezzi di trasporto interni, caos della circolazione urbana, sporcizia (e insistono con gli inceneritori...), i conseguenti inquinamenti ambientali, acustici, luminosi, a cui si sommano vari altri disagi, come ad esempio la cronica carenza di servizi igienici pubblici, si somma questo odioso "balzello", atto in teoria a rimpolpare le esigui casse delle fallimentari amministrazioni siciliane, ma nei fatti utile ad allontanare una delle poche fonti di ricchezza che ancora, nonostante la depressione economica fortemente imposta dallo Stato coloniale, resiste in Sicilia.

Complimenti, non c'è che dire. Un bell'esempio di malamministrazione, che si somma a decenni di orrori. Ma non è miopia politica: fa parte del solito, voluto e progettato, disegno di neutralizzazione delle aspirazioni e potenzialità della Sicilia e del Popolo Siciliano. Con un territorio infinitesimo, e molte meno risorse della Sicilia, i "vicini di casa" maltesi riescono ad attirare tanto il turismo ricco e di massa (casinò e altre forme di svago) quanto quello culturale (poche risorse naturali, storiche e artistiche, ma ben valorizzate). E questo senza un "Ponte", senza inutili tasse. Solo, con buona lungimiranza, buona istruzione, voglia di servire la propria Patria. A Malta, tutti i giovani lavorano. Fanno carriera. E creano ricchezza per tutti.

Qui invece, ecco la "tassa di soggiorno". Quando invece in cerca del "permesso di soggiorno" arrivano, a centinaia nelle ultime ore a Lampedusa e Pozzallo, masse di immigrati clandestini africani ed asiatici. Loro non pagano alla Sicilia (ma agli scafisti ed alle mafie internazionali collegate a questo traffico di umani), semmai è la collettività siciliana a pagare per i loro arrivi.

Purtroppo, la classe politica continua a fare dell'argomento una questione di ideologie, di razzismi ed antirazzismi di facciata, fronteggiandosi con provvedimenti giuridici contrapposti eppur parimenti inefficaci.

Si è concentrata sulla "questione della frontiera", ed in particolar modo sui rimpatri forzati, la legge "Bossi-Fini". Inefficace, con gli arrivi e la clandestinità in aumento. Cogliendo l'ispirazione lassista dell'ultrasinistra, l'attuale governo ha già ammorbidito i termini di legge (fra richiesta di asilo politico, ricorsi, libertà di movimento dell'immigrato e dichiarazioni di "mancanza di risorse" per garantirsi il rientro in patria, il clandestino è assicurato), e la cronaca degli ultimi giorni e ore parla degli effetti.

Inutili sono anche le misure invocate dal Ministro dell'interno Amato: allargamento delle "liste di collocamento" o ogni realtà di emigrazione, ed accordi di riammissione con tutte queste.

In primis, perché in un sistema, quello italiano, che implicitamente favorisce il lavoro nero e, nelle colonie, la deindustrializzazione, tali liste sarebbero comunque esigue, e al di sotto delle aspettative dei potenziali immigrati, senza dimenticare le enormi difficoltà di molti Stati africani ed asiatici, ove molta gente non è nemmeno iscritta all'anagrafe.

In secundis, perché non possiamo né dobbiamo negare un forte coinvolgimento a livello delle burocrazie statali (e parastatali) africane, asiatiche ed europee nelle succitate mafie internazionali artefici di quella che è un'autentica "globalizzazione della miseria".

Quindi, anche realizzando tali richieste dell'ex premier Amato, gli arrivi rimarrebbero massicci, e i rimpatri pochissimi.

Questo perché la questione andrebbe gestita dalle diplomazie, e lì si nota appieno l'incapacità dell'Unione Europea, dominata dalle burocrazie politiche plutocratiche e dai potentati economici globalizzatori.

Difatti, la miseria delle ex colonie afroasiatiche andrebbe fronteggiata non con donazioni e "porte aperte", né con l'emarginazione ed il disprezzo, ma con programmi di investimento in loco (peraltro, ecocompatibili ed equosolidali) che garantirebbero agli investitori un sicuro profitto. Ma questo, andrebbe gestito da organismi internazionali in atto inesistenti o non capaci di gestire un simile fenomeno.

Ed inoltre, oltre al prendere atto delle condizioni di indigenza di milioni di persone (che sembrano buone solo per spot televisivi e documentari "ad effetto"), bisogna ricordare che non sono loro a migrare sui barconi a caro prezzo, proprio perché non potrebbero corrisponderlo. Sono, invece, proprio quei soggetti che hanno dei mezzi di sussistenza per sé e per le relative famiglie.

Infatti, su questi soggetti influisce moltissimo la globalizzazione culturale, la mitizzazione del consumismo. Ad un pescatore senegalese, rincitrullito dai messaggi televisivi captati via satellite, non basta più pescare quanto basta per vivere. Vuole avere i soldi in mano, vuole avere gli inutili oggetti di consumo più diffusi. Molti attivisti del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia sono testimoni in prima persona di questa realtà, ed in un futuro ce ne occuperemo con appositi reportages.

Ma all'inserirsi nel mondo della clandestinità, il mondo delle 20 o 30 persone che vivono in una stanza, del sopravvivere peggio che in patria smerciando oggetti contraffatti o divenendo manovalanza per la criminalità (che in Sicilia non è, volontariamente e strumentalmente, fronteggiata dallo Stato Italiano oppressore), questi "martiri della modernità" vedono i propri sogni sgretolarsi.

È una questione, quindi, di politica economica internazionale ed interna. Bisogna dirlo, che la Sicilia è una colonia, il cui popolo, ipnotizzato dal regime mediatico (la "telecrazia"), consuma compulsivamente ciò che non produce (quindi, non guadagnando per poter spendere).
La colonia Sicilia, ove avere un lavoro e una casa è un sogno da fiction a stelle e strisce, riservati a quei pochi "parenti" ed "amici" che godono dell'assunzione per chiamata diretta, in barba a graduatorie, concorsi, meritocrazie. La Sicilia, dove per mantenere le burocrazie, i politici, e i loro "clientes", si chiudono (o non si ultimano) gli ospedali, e si può morire per una banale infezione.
La Sicilia, dove i trasporti sono impossibili, dove manca l'acqua potabile, dove continuano a ciurlare nel manico, come da consolidata prassi, con quell'inutile bestialità denominata "Ponte sullo Stretto".

La Sicilia, orgogliosa Nazione negata e repressa, colonia dell'Italia.



Catania, 3 ottuviru 2006

A cura dell'Ufficio Stampa, Comunicazione e Propaganda del M.I.S.


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