La vera storia del Bingo:trucchi e malaffari

02/set/2006 12.37.00 Ecologisti Contatta l'autore

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Roma. "Le calde atmosfere familiari natalizie che migliaia di famiglie si apprestano a trascorrere nelle prossime festività, presto potranno essere vissute quotidianamente da milioni di persone". Detta così è detta fin troppo bene, ma è comprensibile e pure giusto, perché questa prosa un po' diabetica, questi toni fin troppo zuccherosi, appartengono all'ufficio stampa della società forse maggiormente agguerrita - senza sottovalutare il prurito alle mani e l'entusiasmo altrui - fra quelle interessate al più spettacolare business di questi anni. Il business è quello del Bingo. La società si chiama - appunto - Formula Bingo, nata e cresciuta nel recinto degli amici e dei collaboratori dell'ex presidente del Consiglio, Massimo D'Alema. Il business è presto spiegato. Entro pochi mesi, in Italia verranno aperte quattrocentoventi sale da Bingo. Se le cose andranno come devono andare, e cioè bene, nel giro di un paio d'anni le sale diventeranno ottocento. In queste sale, tutti gli italiani maggiorenni potranno entrare, acquistare le cartelline coi quindici numeri a tremila lire e giocare a tombola. Tutto il giorno, volendo. Lo faranno, secondo gli esperti. Nella Finanziaria è scritto che nel 2001 dal Bingo arriveranno seicentosettantacinque miliardi per l'erario. Si prevede, dunque, che da giugno in poi (quando apriranno le prime sale) gli italiani spenderanno quasi quattromila miliardi per il solo Bingo. Nel 2002 si raddoppierà, se non di più. Quando le sale saranno ottocento, lo Stato incasserà tremila e cinquecento miliardi di lire all'anno. Se anche l'ottimismo fosse eccessivo, l'affare c'è. Racconta un tesserato ds che quand'era consigliere comunale in un paese in provincia di Roma, e si organizzavano le Feste dell'Unità, i dibattiti e i cineforum erano sempre affollati, ma mai come gli spazi dove si giocava a tombola per portare a casa salsicce e caciotte. Era la versione casereccia di quello che accadrà d'ora in poi. Perché la svolta definitiva ha un luogo e una data: Roma, Testaccio, Festa dell'Unità, luglio 1999. I capi coinvolgono nell'organizzazione della festa una società spagnola, la Cirsa, di cui in seguito si parlerà molto. La Cirsa è una delle società leader al mondo nel settore del gioco d'azzardo. Una gran quantità delle sale Bingo spagnole le appartengono. In Italia ha portato cinquemila di quelle diaboliche macchinette mangiasoldi: i videopoker. A Madrid - e lo vedremo meglio più avanti - è indagata dall'irriducibile Baltasar Garzón, convinto che alla Cirsa si ricicli denaro sporco. Comunque sia, la Cirsa arriva al Testaccio e impianta una sala Bingo volante. Un trionfo. La gente che va alla Festa dell'Unità ha un bel sangue: la politica è la politica. Gli interventi dei leader sono affollati e applauditi. Agli stand dei libri non ci si può lamentare. Alle cucine si lavora sodo, come sempre. Ma è allo stand del Bingo che succede di tutto. La gente s'ammassa e gioca a getto continuo. Gli incassi sono da fregarsi le mani. Alla Cirsa del resto se lo aspettavano. E non soltanto alla Cirsa, a ben vedere. Nella Finanziaria del 1998 sul 1999 si parla di nuove forme di intrattenimento "considerata l'opportunità di incrementare le entrate erariali". Al governo cominciano a lavorarci su. Il ministro delle Finanze è Vincenzo Visco, al quale si deve, fra l'altro, la fantastica stagione del Gratta e Vinci e del Superenalotto. Ma le mode sono passeggere per definizione. In quel 1999 i segnali sulla crisi del gioco erano già evidenti; a fine anno si registrerà un calo degli incassi del trenta per cento, anche se il totale rimarrà enorme: quarantamila miliardi di lire. L'idea di individuare "nuove forme di intrattenimento" prende ben presto il nome Bingo. L'iter legislativo, come al solito, non è rapido ed è decisamente noioso. In ogni caso, un anno fa, il 31 gennaio del 2000, la Gazzetta Ufficiale pubblica le "Modalità per la partecipazione al pubblico incanto per l'affidamento in concessione della gestione del gioco del Bingo". Nel frattempo premier è diventato Giuliano Amato e ministro delle Finanze Ottaviano Del Turco. E' Del Turco, su spinta della Cisl di Sergio D'Antoni, ad apportare una prima, fondamentale modifica. La gestione della gara per l'assegnazione delle sale non verrà affidata a un privato (come pensò Visco, suscitando appetiti e scatenando qualche guerricciola), ma ai Monopoli di Stato, in fase di smantellamento. Il Bingo ha un primo vincitore: D'Antoni, che salva parecchi posti di lavoro statali. Il 22 gennaio del 2001 è scaduto il termine per la presentazione delle domande. Le sale in corsa sono mille e trecento. Ai Monopoli se ne aspettavano ottocento. Un successone. Ma i veri protagonisti sono soprattutto quattro: la Formula Bingo, la Ludotec, la Snai e il gruppo Cecchi Gori. La Snai è quella che gestisce da sempre le sale corse, dove si scommette sulle gare di trotto e di galoppo. Ha esperienza, tecnologie, struttura. Logico che partecipasse. Cecchi Gori non è in un periodo di grandi floridezze economiche e possiede cinema facilmente convertibili, compresi alcuni storici nel centro di Roma: il Volturno, il Golden, il New York. La Ludotec è, senza girarci troppo attorno, una emanazione dei Ds. La Ludotec è controllata dall'immobiliare Beta (che ha come ragione sociale la gestione del patrimonio immobiliare dei Ds), dalla Pielleffe (la concessionaria di pubblicità del partito) e dalla Ccfr (la finanziaria della Lega delle cooperative). Chi fornisce le tecnologie a Ludotec? Ma naturalmente la Cirsa, che tanto bene s'era portata al Testaccio. Per capire l'affare, però, è meglio per ora concentrare l'attenzione su Formula Bingo, che ha una storia significativa. Formula Bingo, tanto per cominciare, ha sede in un bel palazzo romano, in via San Nicola de' Cesarini al 3, che dà su piazza di Torre Argentina. E' un palazzo di cui Alfio Marchini, il costruttore ex azionista dell'Unità, possiede alcuni piani. Oltre alla sede di Formula Bingo, il palazzo ospita quella di Italianieuropei, la fondazione di D'Alema, quella di Reti Srl, la società di consulenza di Antonio Napoli, di Massimo Micucci e soprattutto di Claudio Velardi, già tutti amici e collaboratori di D'Alema. Non è finita. Nel palazzo ci sono pure le stanze della Elle U Multimedia, cioè quel che rimane dell'Unità: la versione telematica. Sono le prime di tante coincidenze. Chi è il vicepresidente operativo di Formula Bingo? E' Luciano Consoli, quarantacinquenne con un passato già impegnativo; cresciuto nelle sezioni romane della Fgci, Consoli s'è distinto negli ultimi tempi per aver affiancato Indro Montanelli nell'avventura della Voce e Ferdinando Adornato in quella di Liberal. Consoli controlla la Formula Bingo attraverso la sua Chance Mode, di cui è consigliere Roberto De Santis, simpatico uomo d'affari di Gallipoli, quello che ha ceduto a D'Alema la celebre barca Ikarus. Nella sede di Formula Bingo, per qualche settimana sono stati ospiti anche Velardi e Micucci. Le cose andarono così, dice Consoli: "Quando D'Alema si dimise, chiamai Claudio e gli chiesi, adesso che fai? Lui mi disse: niente, sono disoccupato. E io, d'accordo, ma domattina 'ndo vai? E lui, non lo so. Allora gli ho detto, vieni qua, una stanza per te, Micucci e Napoli te la metto a disposizione io, così puoi fare due telefonate e organizzarti. Poi il caso ha voluto che sullo stesso pianerottolo nostro si liberasse un ufficio, ma è stato davvero soltanto il caso. Velardi e gli altri, con la Formula Bingo, non c'entrano per nulla. Non mi hanno dato mai nemmeno un consiglio". D'Alema non c'entra, Velardi nemmeno. Registrato. Ma i fatti vanno riepilogati: alla fine del 1999, inizio 2000, D'Alema e Velardi stanno a Palazzo Chigi dove sono quantomeno molto ben informati sul lancio del Bingo. Quando il governo cade, si trasferiscono tutti nello stesso palazzo - o nelle stesse stanze - dove un paio di loro amici si stanno attrezzando al concorso. E lo fanno con un certo anticipo sugli altri. Si muovono con grande professionalità. Sciorinano progetti che non sono certo stati buttati giù. E alla fine si iscrivono alla gara con quattrocentouno sale. Nella stanza di Consoli campeggia una cartina d'Italia trafitta da quattrocentouno bandierine rosse. Ogni bandierina una sala. Ogni sala, molte speranze di vittoria. "Noi vogliamo ottenere quattrocentouno licenze", dice Consoli fiducioso mentre illustra nei dettagli il suo progetto. Formula Bingo ha altri soci prestigiosi. Per esempio la Confcommercio di Sergio Billè (di cui si parla come futuro ministro berlusconiano, malgrado riserve di Confindustria), la Confesercenti, la Federalberghi, l'Adn Kronos di Pippo Marra, la Meliorbanca di Pierdomenico Gallo. Soprattutto, Formula Bingo ha un presidente prestigioso: Vincenzo Scotti, ex democristiano, ex ministro dell'Interno, uno di quegli uomini della prima Repubblica su cui i magistrati si accanirono. Che c'entra Scotti con il Bingo? Lo spiega Consoli: "Noi volevamo un presidente che avesse caratteristiche ben precise. Che fosse autorevole, intelligente, che avesse esperienze in sedi istituzionali, che, in poche parole, ci consentisse un più facile ingresso in alcune stanze, che avesse contatti importanti. Quando la Confcommercio ci ha proposto Scotti, accettammo con entusiasmo. Era l'uomo che poteva fare per noi". Scotti aggiunge: "Io non ho ruoli operativi. Io sono, diciamo così, un superconsulente. Do consigli, indicazioni, spiego a quali porte bisogna andare a bussare, e come, senza perdere troppo tempo. Questa è un'iniziativa interessante, la Formula Bingo è una società guidata da gente seria e capace, non potevo dire di no". Questa è Formula Bingo, ma in principio era un'altra cosa. In principio era una società che voleva concorrere direttamente alla gestione delle sale. Il bando dice che ogni società può ottenere fino a un massimo del dieci per cento delle concessioni. Cioè, quarantadue. La Formula Bingo nacque nell'agosto del 1999, fondata da una "piccola, coraggiosa banca d'affari" (definizione maligna di Francesco Cossiga), la London Court di Piero Masia e di Roberto De Santis (quello dell'Ikarus) e dalla Chance Mode di Consoli. Poi, spiega Consoli, quando la gestione della gara viene affidata ai Monopoli, la strategia cambia. Perché ci si accorge che è inutile cercare di conquistare quarantadue sale soltanto, quando ce ne si può accaparrare molte di più. Come? Assistendo i privati in qualità di service provider. La London Court cede via via le proprie quote alle società che entrano in Formula Bingo, potendo contribuire alla nascita di un service provider in grado di fornire davvero tutto. Poniamo il caso di un piccolo imprenditore che intendesse riconvertire un supermercato in sala Bingo. Che fa? Si prepara un progetto e concorre da solo contro i colossi? Oppure ai colossi si affida, contando non soltanto sulla loro professionalità, sulla loro preparazione, sulla loro potenza economica e consortile, ma anche sui loro suggestivi nomi? Infatti Formula Bingo (e così Ludotec e Snai) è in grado di assistere un concorrente dall'inizio alla fine. Si fa dare venti milioni (e altri quindici in caso di vittoria), e in cambio fornisce il progetto, presenta la domanda, controlla attraverso una squadra di quattordici avvocati che tutto vada per il verso giusto, e via di questo passo. All'imprenditore non rimane che sedersi in poltrona e aspettare, in attesa di poter tirare su la saracinesca. Questi service provider, poi, garantiscono di poter allestire la sala entro i tempi richiesti; il bando, infatti, prevede che dall'assegnazione della licenza debbano passare non più di centocinquanta giorni, poi la sala deve aprire e ospitare i giocatori. L'allestimento comprende i tavoli, le sedie, i monitor, le palline, le schede, gli angoli di ristorazione, praticamente tutto, comprese le insegne (seriali come quelle, per intendersi, del MacDonald's) e il personale con tanto di divisa. L'imprenditore pagherà a Formula Bingo a seconda dei servizi richiesti e si impegnerà a girare al service provider l'1,5 per cento dei soldi incassati dalla vendita delle cartelle. A proposito del personale, dicono Consoli e i suoi che sarà "specializzato". Dovrà seguire corsi e superarli. Si prevede che si creeranno tredicimila nuovi posti di lavoro, e potrebbero salire a trentamila con l'indotto e le altre trecentottanta sale. Formula Bingo sta già istruendo il personale, individuato attraverso alcune società di lavoro interinale, fra cui le più importanti sono Italia Lavoro, di Natale Forlani, ex sindacalista cislino e Obiettivo Lavoro di Cgil, Cisl e Cdo. Anche Scotti - il presidente di Formula Bingo - ha un ruolo di rilievo in una società di lavoro interinale: presiede la Ali, fondata nel 1997. Scotti ammette: "In una seconda fase, anche la Ali dovrebbe collaborare con Formula Bingo". E così, oltre che l'esperienza e il prestigio, l'ex ministro potrà mettere in ballo anche la sua seminuova e battagliera Ali. Secondo i propositi di Formula Bingo (considerando che entro un mese si saprà la graduatoria), le prime sale saranno in grado di partire nel mese di giugno, pronte a fare il pieno durante la stagione estiva. Perché, insistono alla Formula Bingo, "il gioco della festa, della famiglia, dell'allegria e dello stare in compagnia è per antonomasia la tombola". II Se questa storia del Bingo fosse un romanzo, la trama si consumerebbe attorno a Massimo D'Alema e a Walter Veltroni. Infatti l'idea del Bingo, l'idea delle quattrocentoventi sale (ottocento entro due anni) in cui presto si potrà giocare alla versione yankee della tombola, nasce a Palazzo Chigi nei mesi del governo D'Alema. La prima società a buttarsi nell'affare è la Formula Bingo, guidata da Luciano Consoli e Roberto De Santis, vecchi amici di D'Alema. La Formula Bingo ha sede in piazza di Torre Argentina, in un palazzo che in gran parte appartiene ad Alfio Marchini (ex azionista dell'Unità) e che ospita i nuovi uffici di Claudio Velardi (superconsulente del D'Alema premier) e quelli della fondazione lanciata dal D'Alema postpremier. Consoli ripete, instancabile: "Mi rendo conto delle coincidenze, ma coincidenze restano. Con noi, D'Alema e Velardi non c'entrano proprio". Fra i rivali più vivaci di Formula Bingo c'è la Ludotech. Sin qui i giornali hanno parlato poco di Ludotech. Eppure, in fatto di coincidenze, anche in questo caso è successo di tutto. Fulvio Ichestre è l'amministratore delegato della Pielleffe. La Pielleffe è la concessionaria di pubblicità dei Ds. E' la Pielleffe, per intenderci, che amministra gli spazi pubblicitari alla Festa dell'Unità. E' Ichestre che nel 1999 ha l'idea di trasformare la tombola in un business, da passatempo che era. Chiama gli spagnoli della Cirsa, che a casa loro spadroneggiano con le sale Bingo e da noi hanno mostrato di che pasta sono fatti installando cinquantamila macchinette del videopoker. La Cirsa mette su uno stand del Bingo alla Festa dell'Unità del Testaccio e il successo è spettacolare. Siamo nella seconda metà del '99. Il governo sta pianificando il lancio del Bingo. Consoli s'è già messo in pista. E Ichestre? Ichestre, attraverso la Pielleffe, mette in piedi la Playservice. Suoi compagni d'avventura sono la Beta immobiliare e la Lega delle cooperative. La Beta immobiliare è presieduta da Alfredo Medici, giovane dirigente diessino dalla buonissima fama. Ha trentasei anni, è consigliere comunale a Reggio Emilia. Ma, soprattutto, ha l'incombenza di amministrare il ricco patrimonio immobiliare del partito. Si parla di spazi per duecentocinquanta miliardi di lire. Quasi altrettanto è nelle disponibilità della Lega delle cooperative. Medici diventa presidente di Playservice. Ichestre ha l'idea, Medici le sale ed è un tipo sveglio e dinamico, quelli delle Cooperative hanno il nome e l'organizzazione. A questo punto manca soltanto qualcuno che abbia le strutture e sappia come si mette in piedi una catena di sale Bingo. Ichestre conosce gli uomini che fanno al caso suo: quelli della Cirsa, gli spagnoli arrivati pochi mesi prima al Testaccio. L'accordo è immediato: Cirsa fornirà alla Playservice tutto il supporto tecnologico, nel quale è avanzatissima. Ma Cirsa non si accontenta. Walter Cecchini, direttore generale di Cirsa Italia, dà vita alla sua Playservice. La Playservice diessina cambia nome e diventa Ludotech. In questo modo, la Cirsa concorre alla conquista delle sale sia per conto proprio (tramite la Playservice) sia attraverso la joint venture con Ludotech (ex Playservice). La vicenda è ingarbugliata, ma gustosissima. Perché nel frattempo entra in scena anche Roberto Colaninno, numero uno di Telecom e Olivetti. Che c'entra Colaninno? C'entra, perché ultimamente sembra che i terreni su cui Colaninno preferisce muoversi siano soprattutto due: le telecomunicazioni e le lotterie. Già c'è il caso della Lottomatica, che per conto dello Stato gestisce il Lotto, un giochino attorno al quale nel 1999 sono ruotati oltre diciannovemila miliardi. Lottomatica (che nel '99 ha sfoderato un fatturato di quasi ottocento miliardi) è per il quarantacinque per cento in mano a Olivetti-Telecom. Ora Lottomatica è in corsa anche per accaparrarsi la gestione del Gratta e vinci, ma a Colaninno non basta: il 6 settembre, in uno studio legale di New York, la Cirmatica Gaming ha scucito duecentotrenta miliardi di lire per garantirsi una grande quantità di azioni privilegiate di Autotote. Questa Autotote s'era appena fusa con Scientific Games, formando così un colosso da mille miliardi nel settore dei terminali per scommesse e dei sistemi per lotterie istantanee; un gigante, si è calcolato, con il 65 per cento del mercato americano e clienti in oltre sessanta paesi. Questa è Autotote. E Cirmatica Gaming? Cirmatica Gaming è una "newco" con sede a Barcellona (come Cirsa) e interamente posseduta proprio da Lottomatica. Così Colaninno, attraverso Lottomatica, non è soltanto un grande protagonista delle lotterie italiane, ma lo è diventato anche di quelle americane. Attraverso Olivetti International, per di più, Colaninno si è garantito altri dieci milioni di dollari di azioni di Autotote. Fin qui il contorno. Ora viene il succo. E' previsto che il cinquanta per cento di Cirmatica Gaming venga entro l'anno rilevato proprio dalla Cirsa. Cirsa, a sua volta, ha ceduto il 4,98 per cento del proprio capitale a Lottomatica, a un prezzo di ottantuno milioni di euro, circa centosessanta miliardi di lire. Un prezzo che a molti è sembrato eccessivo, non tanto di fronte all'indebitamento di Cirsa, che nel 1999 ha superato del 178 per cento l'attivo, e nemmeno davanti al fatturato, che nello stesso periodo è stato di mille milioni di euro. E' sembrato eccessivo pensando all'immagine di Cirsa, ultimamente non limpidissima. Per tre volte, infatti, la società spagnola ha tentato il collocamento in Borsa, che per tre volte le è stato negato dagli organi di controllo. Non bastasse, il giudice madrileno Baltasar Garzón ha messo sotto inchiesta due società del gruppo (la International Holding Services e la International Gaming Manifacturing) col sospetto di riciclaggio del denaro sporco. Ricapitolando, la Ludotech dei Ds sta mettendosi nel business del Bingo (che in fondo è un gioco d'azzardo) in joint venture con un'azienda spagnola, indagata per riciclaggio di denaro sporco e da qualche tempo in affari con il gruppo Telecom-Olivetti di Roberto Colaninno. Ma che cosa è questa Cirsa? La Cirsa Business Corporation SA viene fondata nel 1978 da Manuel Lao Hernandez, di cui prima non s'era sentito il nome. Si era infatti industriato nella gestione di un bar a Terraza, grande quartiere di Barcellona. Quando fonda Cirsa, Hernandez svolta. Si lega al leader indipendentista catalano Jordi Pujol. In Spagna girano un sacco di maldicenze che però, va detto, non sfociano in nulla di concreto. Soprattutto sfumano le accuse di finanziamento illecito a Convergencia Democratica, il partito di Pujol. E intanto la Cirsa si espande in tutto il mondo, conquistando in particolare i mercati sudamericani. Hernandez è una stella, da molti considerato un filibustiere, da altri un imprenditore coi fiocchi. Ma nel 1999 cominciano i guai. La banca BSCH cerca di recuperare i crediti e Cirsa è costretta a farsi pignorare oltre un milione di azioni. In estate la "Fiscalia Anticorrupción" apre un'inchiesta (dopo tanti spifferi) sui finanziamenti illeciti a Pujol. L'inchiesta è ancora in corso, ma intanto ne apre un'altra l'Alta Corte di Giustizia, ed è un'indagine sul riciclaggio e sui fondi neri che la società di Hernandez avrebbe costituito per pagare le vincite e per ottenere molte delle licenze che hanno portato la Cirsa a controllare il settanta per cento del mercato spagnolo delle slot machine e dei videopoker. Secondo le indiscrezioni (anche di El País), Garzón starebbe cercando di capire se parte del denaro riciclato provenga dai traffici di droga, visto che la Cirsa ha molti interessi anche in Colombia. Per concludere, la Cirsa ha problemi giudiziari anche in Argentina, in Brasile e in Venezuela. C'è da dire che in tutto questo caos la Cirsa non ha subito una sola condanna, ma un pochino stupisce che Telecom punti tanto su un'azienda plurindagata e alla quale per tre volte è stata negata la quotazione in Borsa. Intanto Alfiero Grandi, sottosegretario diessino alle Finanze, ha di recente manifestato tutte le sue preoccupazioni riguardo la partenza del Bingo, e ha invitato la Guardia di Finanza a vigilare di modo che vengano prevenuti e neutralizzati "interessi che potrebbero avere origini o motivazioni non lecite". Non pare probabile che il sottosegretario si riferisse parlando di "origini o motivazioni non lecite", alla mai condannata Cirsa, alleata della diessina Ludotech. *** Mentre Formula Bingo e Snai si sono presentate come service provider (appoggiano gli imprenditori che vogliono aprire sale Bingo e forniscono loro tutta l'assistenza necessaria, da quella legale all'arredamento), Ludotech conta di mantenere il controllo di circa il cinquanta per cento delle sale di cui otterrà la gestione. Ha presentato sessanta domande, e quasi tutte riguardano l'Emilia Romagna, dove si concentra il grosso delle proprietà della Beta Immobiliare e delle Cooperative. La Cirsa (per conto proprio, attraverso la Playservice) s'è invece messa in corsa per quaranta concessioni. Nulla se paragonate alle quattrocentouno della Formula Bingo o alle duecentosei della Snai. Più tutte le cordate minori e i pochi imprenditori che hanno scelto di fare da soli, infischiandosene delle brutte voci che circolano sulla gara. Le sale in competizione sono infatti mille e trecento, e ne verranno alla fine scelte solo quattrocentoventi; ci si chiede come possano sfuggire a società così solide, così attrezzate, così preparate ma anche così politicamente forti come la Formula Bingo, come la Ludotech, come la stessa Snai e come anche il Gruppo Cecchi Gori, impegnato a riconvertire alcune sale cinematografiche. Anche su Cecchi Gori girano malignità. Si parla di una situazione finanziaria difficile, con tutto il listino dei film (migliaia di titoli) passato sotto il controllo della banca d'affari Merryl Lynch, che avrebbe ereditato il credito da Bancoroma. Lui minimizza e aspetta che vada in porto l'affare Seat-Tmc, ma avere ragguagli precisi sulla scelta di mettersi in lizza per il Bingo è operazione non facilissima: all'ufficio stampa invitano a richiamare "fra quindici giorni". Ma comunque è saltato fuori che Cecchi Gori è pronto a far partire una trentina di sale. Molto ottimisti sono anche alla Snai, dove pure è circolato qualche nervosismo: in commissione Finanze, al Senato, raccontano che alla Snai si erano convinti che il Ministero avrebbe affidato a loro la gestione della gara per l'assegnazione delle sale, e quindi dell'intero gioco. Poi, per evitare grane, il tutto è stato girato ai Monopoli. Alla Snai non ci hanno rimuginato sopra più di un po', e si sono messi all'opera. Del resto la Snai, guidata da Maurizio Ughi, è un gruppo che ha sale ovunque (circa ottocentocinquanta in tutto il paese) e che da anni monopolizza le scommesse sulle corse dei cavalli. Ha un fatturato che quest'anno dovrebbe avvicinarsi ai trecento miliardi di lire e ha centrato al primo tentativo la quotazione in Borsa. Ughi dice: "Abbiamo le strutture e l'esperienza per ottenere le licenze". Oltre alle duecentosei chieste direttamente, la Snai ha interessi in altre settantacinque, dove fornisce consulenza e supporto tecnologico. Chi vincerà? Lo si saprà entro un mese, forse un mese e mezzo. Intanto la commissione dei Monopoli (che deve giudicare le richieste e assegnare le licenze) si è insediata. E' costituita da membri della Guardia di Finanza, dell'Esercito, da professionisti degli Enti statali. Tutti quelli che concorrono manifestano grande fiducia nella commissione e sono convinti di spuntarla perché i loro progetti "sono i migliori". Ma, a registratore spento, ammettono che la commissione ha margini di discrezionalità ampi, troppo ampi. Non hanno tutti i torti. Le valutazioni, infatti, verranno formulate basandosi su tre standard. Il primo riguarda le "qualità e caratteristiche tecniche del progetto" - come dice il bando - "in relazione agli investimenti ed alla funzionalità della struttura per la gestione del gioco"; il punteggio massimo è di quaranta. Il secondo punto ha a che vedere con la "ubicazione e caratteristiche dei locali", e cioè dove sorgono, se hanno parcheggi, se sono serviti da mezzi pubblici, eccetera; punteggio massimo, trentacinque. Infine si terrà conto della "qualità e tipologia dei servizi funzionali alla sala (ristorazione, somministrazione di bevande, sale giochi per bambini, ed altro)"; qui il punteggio massimo è di venticinque. La commissione terrà conto "dei seguenti elementi migliorativi: comfort e caratteristiche della sala, servizi igienici, numero postazioni di gioco, attrattiva turistica del sito, ricambio aria zona fumatori, numero pannelli informativi…", e via di questo passo. Sempre a microfoni spenti, i gareggianti si chiedono: chi controllerà i controllori? Ma c'è un'altra domanda che gira parecchio: il Polo che fa? Perché non si inalbera? Perché lascia che diessini e Popolari si spartiscano la torta? La domanda ha tre risposte. La prima è, Silvio Berlusconi non ama discutere dei conflitti d'interesse altrui. La seconda è, presto ci saranno altre trecentottanta sale da distribuire. La terza è, sarà il prossimo governo a intascare i circa tremilacinquecento miliardi destinati all'erario. III Roma. Le sale del Bingo, dice il regolamento, devono restare aperte almeno 8 ore al giorno, almeno 6 giorni alla settimana (compresi i giorni festivi), almeno 11 mesi all'anno. Chiunque, purché maggiorenne, può entrarvi e giocare. I minorenni soltanto se accompagnati, ma non possono partecipare al Bingo. Le cartelle costano 3 mila lire l'una e contengono 15 numeri. Possono essere acquistate solamente in contanti. L'estrazione si fa con una macchina trasparente che contiene le 90 palline e le rimescola per bene prima di pescarne una. E' un sistema di telecamere a circuito chiuso a riprendere e certificare l'intera operazione. Schermi alle pareti e monitor sui tavoli permettono ai giocatori di controllare l'andamento dell'estrazione. La pausa fra un'estrazione e l'altra non deve essere inferiore ai 3 minuti. Di conseguenza, ci dovrebbe essere un'estrazione ogni 10 minuti, 6 all'ora, 48 al giorno. Minimo. Moltiplicato per le 420 sale previste (per adesso), fa oltre 20 mila estrazioni quotidiane. Quando il sistema sarà a regime, e quindi le sale passeranno a 800, le estrazioni diventeranno più di 38 mila, ogni giorno. Poiché le sale dovranno essere in grado di garantire un minimo di 300 posti (e un limite massimo non esiste), e presupponendo che a ogni estrazione partecipino 300 concorrenti, e con una cartellina sola, alla fine della giornata gli italiani avranno investito una cifra superiore ai 34 miliardi di lire. Moltiplicato per 350 (approssimazione di comodo), fa 12 mila miliardi l'anno. Il 58 per cento di questi 12 mila miliardi tornerà nelle tasche dei giocatori. A ogni estrazione, infatti, si premia la prima cinquina (con l'8 per cento dell'importo ricavato dalla vendita delle cartelline) e una tombola, o bingo (con il 50 per cento). Il restante 42 per cento se lo dividono i gestori (18) e l'erario (24). Il 24 per cento di 12 mila miliardi è poco meno di 3 mila miliardi. Ma per quest'anno, con le 420 sale che partiranno attorno all'estate, il Tesoro prevede di intascare non più di 830 miliardi, che è la cifra indicata nella Finanziaria. Chi s'è lanciato nel business, però, è sicuro che si possa fare ancora meglio. E cioè che la cifra di 12 mila miliardi possa crescere fino a 15 mila. In più c'è da calcolare l'indotto. Alla lunga, il denaro guadagnato attraverso il gioco diventerà soltanto una parte, seppur maggioritaria, del giro d'affari di una sala. Nel regolamento è infatti scritto che la sala non può avere una superficie inferiore ai 600 metri quadrati; 450 di essi sono destinati al gioco (1,5 mq per ogni postazione di gioco), e gli altri 150 ai servizi. Per servizi si intendono i bagni, ma anche il bar, la tavola calda, la sala per la tv. C'è chi già pensa di trasmettere le partite di calcio, chi di attrezzare spazi per i bambini, chi di allestire angoli per la conversazione o la lettura, chi persino di lanciare le Università per gli anziani: ci sta pensando l'ex ministro Vincenzo Scotti, presidente (non esecutivo) della Formula Bingo, la società fondata e condotta da imprenditori che sono stati compagni e amici di Massimo D'Alema. L'idea è dunque quella di trasformare le sale Bingo in luoghi in cui si possono trascorrere parecchie ore, magari giocando alla new tombola, ma non necessariamente. L'idea è che uno giochi un po', poi si ritempri, si rifocilli con un panino e una birra, faccia due chiacchiere, e riprenda a giocare. Quelli della Snai (specializzati nelle sale corse, e principali concorrenti della Formula Bingo) stanno escogitando sistemi per assecondare gli scommettitori più incalliti, per esempio vendendo toast già suddivisi in porzioni sufficientemente piccole da risparmiare al giocatore la fatica di addentarli, fatica che distrae dall'estrazione. Uno può dunque restare al tavolo da gioco e ordinare spuntini fra un'estrazione e l'altra. Le sale sono infatti concepite come fast food, con una struttura seriale, ovunque gli stessi arredamenti, ovunque le stesse divise per il personale, la stessa roba da mettere sotto i denti, le stesse insegne. Sono tutti numeri e strategie che stridono un poco con i toni con cui l'operazione è stata presentata. Tutti sostengono che l'aspetto sociale del Bingo è fondamentale, e non va trascurato. Quelli della Formula Bingo parlano di "calde atmosfere familiari natalizie" e di "gioco della festa, della famiglia, dell'allegria e dello stare in compagnia". Quelli della Snai sostengono: "IlBingo non è un gioco d'azzardo". Quelli della Ludotech (la società diessina) dicono di credere nel lato "aggregante". Fulvio Ichestre, amministratore delegato della Pielleffe (concessionaria di pubblicità dei Ds), dice: "Non lo facciamo solo per i soldi. Ci interessa la natura socializzante del gioco, sennò avremmo fatto anche le lotterie". Non solo per i soldi ma anche. Ichestre illustra al Foglio la sua idea: nella sosta fra un'estrazione e l'altra trasmettere sui monitor i consigli per gli acquisti. *** "Avevo perduto tutto… sono uscito dal Casinò e a un tratto mi accorgo che nel taschino del panciotto c'è ancora un fiorino dimenticato. Fra me e me pensai che così avrei potuto cenare. Ma poi, dopo aver fatto un centinaio di passi, ci ho ripensato e sono tornato indietro. Ho puntato quel fiorino…". Questo passo del "Giocatore", romanzo di Fëdor Dostoevskij, è quasi un motto per l'Agita, associazione dei giocatori d'azzardo e delle loro famiglie. E' l'unica associazione di questo genere legalmente costituita in Europa. In tutta Italia, ce n'è un'altra a Bolzano, ma non ancora riconosciuta. La Agita ha sede a Campoformido, in provincia di Udine. Il responsabile dell'équipe terapeutica si chiama Rolando De Luca, ha 46 anni, è psicologo psicoterapeuta e ha in cura un centinaio di giocatori dipendenti. Un giocatore viene definito dipendente quando fa come il personaggio di Dostoevskij: non gli frega di restare digiuno, preferisce puntare l'ultimo fiorino. Del centinaio di giocatori che hanno deciso di affidarsi a De Luca, soltanto il 25 per cento non è friulano. Come dire che ci sarebbe bisogno di strutture simili altrove. Altra statistica su questi cento giocatori dipendenti. Metà di loro s'è rovinata al casinò (in quelli sloveni e croati, vicini e numerosi), il 21 per cento scommettendo sulle corse dei cavalli, il 15 per cento col Lotto, il 13 per cento con le macchinette del videopoker. "Se uno si rovina con il videopoker, non può rovinarsi con il Bingo?", si chiede De Luca. Per entrare nelle sale Bingo non si debbono possedere che due requisiti: la maggiore età e i quattrini. In teoria, uno può entrare quando il titolare alza la saracinesca e uscire appena prima che la riabbassi, a fine giornata. Abbiamo detto: sei estrazioni all'ora per otto ore, 48 estrazioni. A una cartella per estrazione, fanno 144 mila lire al giorno. Per 30 giorni, fanno 4 milioni e 320 mila lire al mese, più del quadruplo di quanto prende il pensionato medio. Non basta? Il regolamento non dice quante cartelle possa acquistare un giocatore. Non è detto che si debba prendere una solta cartella per estrazione. Se ne possono prendere anche due. Anche tre. Anche 3 mila, in teoria. Uno può prendere il numero di cartelle che vuole, tutte quelle che pensa di poter controllare durante l'estrazione. Diciamo quattro? Bene, i 4 milioni e 300 mila al mese diventano quasi 18. E' un caso limite, ma non serve il caso limite per intorbidare "le calde atmosfere familiari natalizie". E per cominciare a pensare che forse il Bingo è davvero un gioco d'azzardo. NelloZingarelli si legge: "Giochi d'azzardo: quelli in cui la vincita dipende dalla sorte anziché dalla bravura del giocatore, e perciò vietati dalla legge nei luoghi pubblici o aperti al pubblico e in circoli privati". Ora la legge non soltanto non li vieta più, ma li organizza e li incoraggia e non c'è nulla di male. Soltanto fanno un po' sorridere gli "aspetti aggreganti". La più recente indagine dell'Eurispes (luglio 2000) fornisce una serie interessantissima di dati. Innanzitutto, ogni italiano spende 600 mila lire all'anno per giocare legalmente, circa 1 milione e 600 mila per famiglia. Poi spende altre 400 mila lire illegalmente. Il 58 per cento della popolazione adulta, e cioè 30 milioni, si affida alla fortuna. Il fenomeno è in forte crescita. Nel 1994 gli italiani si giocarono 15 mila miliardi. Nel 1999 se ne sono giocati 34 mila. Secondo alcune stime, nel 2000, fra giochi legali e illegali si è arrivati a 60 mila miliardi. Eppure i giochi presuppongono possibilità di vittoria sempre più basse. Un 13 al Totocalcio, osserva l'Eurispes, "è un evento che ha la probabilità di verificarsi, giocando una sola colonna, una volta ogni 1 milione, 594 mila e 323 volte". Fare un 5 al Lotto è 27 volte più improbabile: una volta ogni 44 milioni. Il 5+1 al Superenalotto una volta ogni 103 milioni. Il 6 al Superenalotto una volta ogni 622 milioni. All'Eurispes segnalano che ogni anno circa 200 mila bambini compresi fra gli 8 e i 10 anni cominciano a giocare a calcio. Un bambino ogni 666 riuscirà a diventare un campione di serie A. E' un milione di volte più probabile diventare come Christian Vieri che miliardari con un 6 al Superenalotto. Vincere al Bingo sarà certamente più facile, visto che ci sarà un vincitore sempre, a ogni estrazione. Ma in compenso le vincite sono più basse. In una sala Bingo con 300 concorrenti (e una cartella a testa), si ha una possibilità su 300 di vincere 450 mila lire. Continuando con la ricerca dell'Eurispes, va segnalato un ultimo dato: 46 italiani su cento sostengono di aver conosciuto qualcuno che si è rovinato con il gioco. Rolando De Luca, lo psicologo e psicoterapeuta dell'Agita (http://utenti.tripod.it/ludomania/index.htm), spiega al Foglio che in Italia non esistono ricerche ufficiali sulla dipendenza da gioco d'azzardo. Dice che in paesi ricchi (dove il Bingo è in vigore), come Spagna, Inghilterra e Stati Uniti, il 2/3 per cento dei giocatori abituali diventa dipendente. La percentuale si abbassa se si considerano anche i giocatori occasionali, ma in ogni caso De Luca ritiene di poter stimare fra i 60 e gli 80 mila i giocatori dipendenti oggi in Italia. La cifra sembra enorme, ma per De Luca indicativa di quanto il problema sia sconosciuto e quindi trascurato. "Inoltre, aggiunge, non si tiene mai conto che più aumenta il gioco legale, più aumenta quello illegale". Il teorema è: se il gioco legale aumenta, aumentano anche i giocatori e quindi i giocatori dipendenti. E i giocatori dipendenti si rivolgono dove possono scommettere a credito, e cioè nelle bische clandestine. Il caso del Bingo è emblematico, perché ora si vanno a battere nuovi territori: 7 giocatori su 10 sono uomini, e si prevede che la proporzione, con il Bingo, si capovolga esattamente: saranno donne il 70 per cento dei giocatori: casalinghe e pensionate. (3. fine)



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