ECOLOGISTI:NO ai Finanziamenti pubblici nel settore dell'editoria!!!

25/ott/2007 20.10.00 Ecologisti Contatta l'autore

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Ogni anno all’incirca 700 milioni di euro finiscono nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. Dunque un fiume di denaro pubblico arriva ai giornali italiani, anche se appartenenti a società quotate in Borsa, sottratto alle disastrate finanze statali, mentre si applica un prelievo fiscale da lacrime e sangue, e si tagliano servizi e pensioni. Con le due ultime Finanziarie, l’esborso statale ufficiale in applicazione della sola “legge per l’editoria” sarebbe passato da 600 a 450 milioni. E con la Finanziaria in discussione in questi giorni si andrebbe ad un ulteriore taglio dell’esborso. Preannunciato in un primo tempo nell’ordine del 7%, esso alla fine sarà forse meno severo.

Ma, al di là della ufficialità e delle buone intenzioni del governo in carica, resta il dato storico: lo Stato italiano finanzia generosamente i giornali italiani – grandi e piccoli, quotati in borsa e di partito, di cooperative e di “movimenti” fantasma, di finte cooperative e di imprese truffaldine – insieme a periodici, agenzie di stampa e radio e televisioni locali. Un fiume di contributi, provvidenze e agevolazioni tariffarie con una portata fra i 700 e i 1.000 milioni di euro in un anno. 700 è la cifra che in un solo anno ha effettivamente richiesto l’applicazione della legge per l’editoria. Di circa 1.000 (di meno? di più? Non si sa) si può parlare se si tiene conto delle convenzioni e dei contributi elargiti dai singoli ministeri, regioni, ecc. Come avviene questo finanziamento, ebbene ,la parte più cospicua delle provvidenze se ne va in “contributi indiretti”: agevolazioni postali (228 milioni nel 2004), rimborsi per l’acquisto della carta (per fortuna aboliti nel 2005), agevolazioni telefoniche, elettriche, ecc. Contributi che premiano in particolare i grandi gruppi editoriali con molte testate, alte tirature e ampi organici. Così la Rcs è arrivata in un anno a prendere 23 milioni, la Mondadori 19 per le poste e 10 per la carta, Il Sole-24 Ore 19, la Repubblica-Espresso 16, l’Avvenire 10 milioni

La cosa divertente è che mentre i giornali sono molto severi sui “costi della politica” e sull’assistenzialismo pubblico , d’altro canto ,dal Corriere della Sera a ItaliaOggi, dal Sole-24 Ore al Riformista, dal Foglio a Libero, incamerano senza batter ciglio le provvidenze statali per l’editoria. Il giornale di Vittorio Feltri incassava ad esempio nel 2003 incassava 5 milioni di euro in qualità di organo di un sedicente movimento. Come peraltro la testata di Giuliano Ferrara si portava a casa 3,4 milioni come organo della “Convenzione per la giustizia”. Così come altre testate minori: l’Opinione della Libertà, organo del “Movimento della Libertà per le garanzie e i diritti civili” (1,7 milioni); il Roma del “Movimento mediterraneo”, Il Giornale d’Italia del “Movimento pensionati”, ecc. Dal 2004, però, questo trucco è stato neutralizzato. A parole. Nei fatti, Libero e i suoi confratelli organi di movimento hanno continuato a prendere quattrini in quanto trasformatisi in “cooperativa”. Cooperativa editoriale nella quale non è ovviamente richiesto una maggioranza di cooperatori giornalisti (requisito finalmente introdotto nel disegno di legge approvato nei giorni scorsi dal governo-Prodi e che ora sarà discusso in Parlamento). Nel 2004 il contributo a Libero – che nel frattempo dovrebbe essersi trasformato in “Fondazione” (presumibilmente per neutralizzare gli effetti della preannunciata stretta sulle cooperative “editoriali” e con l’intenzione di continuare ad accedere ai contributi con le stesse modalità dell’Avvenire, proprietà della Conferenza Episcopale Italiana) - risulta di poco meno di 6 milioni.

Da sottolineare che le provvidenze per l’editoria sono elargite sulla base di una serie di leggi, provvedimenti, finanziarie, circolari e decreti sovrappostisi nel tempo senza alcuna logica e coerenza, nemmeno giuridica. Una stratificazione normativa di complicata applicazione e di difficile lettura. Un autentico ginepraio. Solo nel testo degli ultimi contributi ufficializzati, sono citate ben dodici fonti legislative. Sarebbe molto interessante verificare se questi contributi pubblici presentino profili di illegittimità per quello che riguarda l’intervento dello Stato nel mercato e, in particolare, per le regole e i principi della libera concorrenza dettata dalla Comunità Europea. Comunque è palese che tale situazione costituisce un caso clamoroso di dilapidazione delle risorse pubbliche, di distorsione del mercato e di manipolazione della circolazione delle idee e della vita politica e democratica.

Per quanto riguarda le numerose iniziative promozionali , dove numerosi editori utilizzano la formula dove paghi un giornale per acquistarne due , l’obiettivo in verità è un altro :più stampi più contributi prendi ! E’ un’iniziativa promozionale oppure c’è qualche altro motivo?
Questo è il motivo della sempre più diffusa “promozione” attraverso la distribuzione gratuita dei giornali. Li trovi sempre più spesso: in aereo, negli alberghi, nelle sale d’aspetto, nelle banche, persino per strada. Un caso ormai proverbiale è quello di Europa, organo della Margherita: vende sotto le cinquemila copie ma per conquistare i suoi 3,7 milioni di euro è costretta a stamparne trentamila.



Ma l’aspetto fondamentale e la vera domanda da porci è un’altra, quanto può essere libera ed indipendente una stampa, un’editoria, tenuta per il bavero , attraverso i soldi pubblici, dal potere politico? Questo è il cuore del problema: una stampa finanziata è inevitabilmente una stampa non indipendente. Comunque una stampa che ha relazioni opache col potere politico, che quei finanziamenti decide. Un problema dalle conseguenze solo attenuate nel caso di grandi giornali che, in florido attivo, del contributo statale potrebbero fare a meno. E che, ormai, sono diventati in qualche caso un potere talmente forte che può imporre a una classe politica in crisi e a istituzioni indebolite di non intaccare quella rendita economica. Nel caso dei piccoli giornali, è indiscutibile: dipendono da quei contributi e quindi dai rapporti che riescono a mantenere con questo o quel pezzo del potere politico.



L’altra ed ultima domanda è perché i nostri editori italiani non sono mai editori “puri” ma da sempre hanno interessi in altre attività e chiedersi come possano fare i giornalisti a difendersi dagli interessi extra-editoriali dei loro editori. Editori che tendono ad “addomesticare” i loro collaboratori ad assecondare e privilegiare gli interessi dell’editore rispetto alla verità di una notizia!! Per cambiare questo paese avrebbe innanzitutto bisogno di avviare una vera logica di mercato e di pluralismo nel settore dell’informazione. E’ inutile parlare di referendum , di riforma della legge elettorale, di riforma delle professioni, di liberalizzazione del mercato fintanto che l’informazione è condizionata da indefinite variabili X .





P.s: Per chi volesse verificare a chi sono erogati i contributi all’editoria è sufficiente collegarsi su Internet, al sito www.governo.it e andare a vedere nel settore riservato al dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.(http://www.governo.it/Presidenza/DIE/contributi2004/)



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