ESPERIENZA DI VITA DI UN VOLONTARIO AD HAITI

ESPERIENZA DI VITA DI UN VOLONTARIO AD HAITI ESPERIENZA DI VITA DI UN VOLONTARIO AD HAITI (foto: Giovanni Dell'Aria disseta i bambini; Il Dr Luigi Giacco e l'assistente Barbara visitano i bambini) Il team di Volontari finanziato dalla Chiesa di Scientology era partito da Milano il 15 Marzo, uno dei primi a rientrare ci ha portato la sua testimonianza che, a nostro avviso è un incoraggiamento a non abbandonare il popolo di Haiti.

13/apr/2010 19.34.53 Chiesa di Scientology di Milano Contatta l'autore

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ESPERIENZA DI VITA DI UN VOLONTARIO AD HAITI

 

 
(foto: Giovanni Dell'Aria disseta i bambini; Il Dr Luigi Giacco e l'assistente Barbara visitano i bambini)

 
 
 
 
Il team di Volontari finanziato dalla Chiesa di Scientology era partito da Milano il 15 Marzo, uno dei primi a rientrare ci ha portato la sua testimonianza che, a nostro avviso è un incoraggiamento a non abbandonare il popolo di Haiti. Quella che segue è solo una parte del racconto di un viaggio che da Milano li ha portati a Santo Domingo, da dove sono ripartiti per Port-Au-Prince. L'esperienza è di Giovanni Dell’Aria, presidente di Pro.civi.co.s (Protezione Civile Comunità di Scientology) partito con i volontari di altre associazioni, medici e personale specializzato in soccorsi che hanno formato il team finanziato dalla Chiesa di Scientology.
 
“Dopo qualche ora di viaggio ci siamo trovati nelle vicinanze del confine con Haiti. Già dal confine abbiamo capito quale fosse la dura realtà. In un distributore di benzina siamo stati ‘assaliti’ da bambini che richiedevano, con insistenza giustificata dalla fame, un po’ di cibo ed acqua. Ripreso il viaggio siamo arrivati al confine dove si è presentato ai nostri occhi uno scenario apocalittico. Decine di persone, donne, bambini di ogni età e uomini, si accalcavano verso il nostro pulmino. La richiesta sempre la stessa: cibo e acqua. Le persone idossavano abiti logori e cosparsi di polvere bianca, che ricopre come cenere tutto il confine. Questo posto sembra la porta dell’inferno con tanto di grande cancello di ferro, così spesso che sembra fatto apposta per ostacolare e scoraggiare qualsiasi tentativo di scavalcamento. In questa fascia di terra compresa fra i due cancelli ci sono migliaia di Haitiani, che non possono andare ne avanti ne indietro e, a giudicare da come sono organizzati, sono accampati lì da ormai diverso tempo. La strada sterrata davanti a quel cancello è dissestata e polverosa, tanto che facevamo fatica a respirare; eravamo anche noi ricoperti di quella polvere bianca. A pochi minuti di viaggio dal confine si vedevano i primi campi di sfollati. Eravamo abituati a vedere i campi di accoglienza in Abruzzo, tutti ordinati e puliti. Qui lo scenario è ben differente: tende fatte con materiale di recupero di vario genere, pezzi di plastica, teli di cellophane, rami di alberi, stoffe vecchie. Dopo tre ore di viaggio per le strade dissestate di Haiti arriviamo nei pressi della città di Port-Au-Prince, un traffico mai visto, è una gincana unica fra macerie e persone. Abbiamo dovuto raggiungere Petion-Ville, è lì che si trova una delle poche case non crollate e che è stata adibita come base per noi dai volontari che ci precedono, giunti soprattutto dagli USA. Al mattino presto siamo già in giro per localizzare il luogo che necessita più aiuto. Individuiamo un’area denominata Mariani, tra Carrefour e Leogane, vicino al mare dove c’è solo un medico per diecimila abitanti, il dottor Luis. Piazziamo immediatamente una grande tenda che fungerà da ambulatorio e due altre tende per i volontari. Tra i nostri volontari destinati a quest’area ci sono anche un medico, Luigi, e una ragazza, Barbara, addestrata con gli standard 118 Italiano. Tutto è pronto per iniziare. Il giorno seguente iniziano le visite mediche organizzate dal dottor Luis che divide il territorio in zone; per ogni zona nomina un capo-zona con l’incarico di raccogliere le richieste da parte di ogni nucleo familiare. Si cominciano a ricevere le famiglie ed emergono le patologie più frequenti, ci sono casi di disidratazione, alcuni di malaria, cattiva igiene, vermi intestinali, ma soprattutto malnutrizione. Durante la giornata molti bambini si rivolgono ai nostri volontari per avere un po’ di cibo ed acqua e i nostri, con spirito solidaristico, cercano il più possibile di soddisfare le richieste. Persino le infermiere professionali locali, che hanno perso il lavoro a causa del crollo del loro ospedale, danno una mano con le innumerevoli famiglie che affluiscono. Anche le infermiere sono a digiuno da parecchi giorni e con molta resistenza sopportano temperature impossibili; continuano il loro lavoro fino al punto che, con le lacrime agli occhi, chiedono qualcosa da mangiare a uno dei nostri volontari, una scatoletta di tonno, una di carne in scatola. Si siedono in un angolo nascosto, mangiano velocemente e sono pronte a ripartire con le visite. Tutti i giorni per i nostri volontari è una lotta contro il tempo. Sono circa 300/350 i pazienti che vengono visitati giornalmente. Il medico riferisce che c’è bisogno subito di vaccini, nessun bambino è stato mai vaccinato contro tifo, difterite, epatite, polio... ed altro ancora. Non esistono cartelle sanitarie e men che meno un censimento vero e proprio per stabilire gli effettivi abitanti di quel territorio. Purtroppo bisogna attendere ancora. Il sabato, dopo una settimana di duro lavoro, il medico chiama i volontari per una bambina in coma da portare subito in ospedale. I volontari si dirigono con la bambina a gran velocità verso l’ospedale. Qui la bambina accenna ad un risveglio. I volontari entrano nel posto preparato per il triage e finalmente entrano in una tenda che svolge la funzione di pronto soccorso. Sulla destra notano una donna che ha un bambino piccolo tra le braccia. I nostri le passano davanti e il bambino comincia a piangere. Anche la bambina in braccio al nostro volontario viene stesa sul lettino e si sveglia. Il nostro volontario e la donna si guardano in viso. La donna è italiana e dice che non sa se piangere per la felicità di aver sentito parlare italiano o perché il bambino che aveva tra le braccia si è svegliato proprio al nostro arrivo. Lei aveva gli occhi che a stento trattenevano le lacrime. Ci sono storie vere e quasi tutti i giorni sono le stesse che si ripresentano. C’è bisogno di aiuto, aiuto vero per questo popolo, sono tornato solo per riorganizzare una squadra che parta a dare il cambio. Un sentito grazie alla Chiesa di Scientology che ci sta permettendo di aiutare ed ai Ministri Volontari di Scientology che coordinano tutte le squadre di volontariato dal primo momento e che hanno promesso di continuare fino a che sarà necessario.”

La Chiesa di Scientology fino ad ora ha inviato ad Haiti circa 500 tra medici e ausiliari medici oltre alle centinaia di Ministri Volontari della Chiesa di Scientology (una forza di volontariato nata a metà degli anni settanta da un programma ideato da L. Ron Hubbard).
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