Fw: fuori dal coro sulla questione Fiat

Salvare la FIAT: non per i suoi dirigenti ma per i suoi

20/ott/2002 02.44.22 Luigi Sedita Contatta l'autore

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From: Luigi Sedita
Sent: Sunday, October 20, 2002 2:39 AM
Subject: fuori dal coro sulla questione Fiat

Italia dei valori

COMUNICATO N. 248
19 ottobre 2002



Salvare la FIAT: non per i suoi dirigenti ma per i suoi dipendenti
di Antonio Di Pietro

 

 

     

Busto Arsizio, 16 ottobre 2002

La FIAT ancora una volta ci sta fregando.
O meglio il gruppo dirigente del colosso torinese ancora una volta vuole scaricare sulla collettività e sulle spalle degli incolpevoli dipendenti i costi della propria incapacità manageriale, della gestione fallimentare dell'azienda ed addirittura delle corruzioni e degli arraffamenti personali più o meno mascherati di cui molti di loro sono stati protagonisti negli anni di Tangentopoli-memoria.
Troppe volte questa azienda ha fatto ricorso alla "privatizzazione" dei profitti ed alla "socializzazione" delle perdite per non gridare allo scandalo.
Milioni di cittadini italiani, attraverso il pagamento delle tasse, devono dare i soldi allo Stato per ripianare le perdite aziendali e per evitare la disoccupazione a migliaia di incolpevoli operai.


Sia chiaro ed a scanso di equivoci: siamo d'accordo di rimboccarci da subito le maniche per "salvare" ancora una volta la FIAT.
Non per i loro dirigenti ma per i loro dipendenti.

Lo dobbiamo fare ma ad una condizione però, ultimativa: l'attuale top management FIAT e quello che negli anni scorsi ha contribuito a provocare il suo dissesto economico devono andarsene.
Anzi di più: devono riconsegnare i "ricchi premi di produzione", o come diavolo li chiamano, per giustificare contabilmente ciò che si sono (o comunque sono loro stati) immeritatamente attribuiti. Lo devono fare innanzitutto a titolo di risarcimento morale per aver messo FIAT AUTO fuori mercato ed avergli fatto perdere competitività.
Negli Stati Uniti i dirigenti che sbagliano pagano e restituiscono i benefit, in Italia vengono premiati.
Lo devono fare anche per decenza, dato che non si può chiedere a 8.000 operai, padri e madri di famiglia, di rimanere disoccupati o senza uno stipendio certo e nello stesso tempo pretendere liquidazioni e benefit miliardari.
Lo devono infine fare, affinchè almeno quella vecchia classe dirigente FIAT che si è macchiata di gravi reati ai tempi di Tangentopoli cessi di avere rapporti di consulenza varia con la casa automobilistica torinese, mantenendo il diritto a prebende ed emolumenti non indifferenti.


Tanto per citare alcuni casi concreti (ma solo esemplificativamente alcuni, perché l'elenco si potrebbe allungare pericolosamente) cosa dire dell'Amministratore Delegato prima a Presidente poi della FIAT SpA, Cesare Romiti, pregiudicato e condannato per falso in bilancio e liquidato con oltre 200 miliardi di vecchie lire?
Ed è da ritenersi equo - visti i risultati mancati - che l'ex amministratore delegato della FIAT AUTO, Cantarella sia stato liquidato con la bellezza di oltre 40 miliardi?
E che fine hanno fatto i vari Garuzzo, Mattioli, Papi, dirigenti FIAT molto attivi ai tempi di Tangentopoli?
Come sono stati sistemati?
Sono stati messi alla porta con richieste di risarcimenti danni o qualcuno di essi è stato fatto rientrare dalla finestra con contratti di consulenza o collaborazione?
E come mai l'ex responsabile di FiatAuto, ing. Testori, messo infine alla porta della Fiat per non essere riuscito a raggiungere gli obiettivi prefissati, è stato "premiato" dal Governo con l'incarico di Amministratore dell'azienda pubblica Finmeccanica?
Forse invece di promuoverlo bisognava valutare se ci fossero gli estremi per un'azione di responsabilità.

Ed ancora: quali provvedimenti il Governo e le autorità di controllo del credito (prima fra tutte la Banca d'Italia) intendono prendere nei confronti di quelle banche che hanno concesso finanziamenti enormi senza una rigorosa verifica dei conti, come se la FIAT fosse una azienda personale e non fosse invece quotata in borsa?
Soprattutto dobbiamo chiederci tutti: la collettività può ancora sostenere un ricorso indiscriminato (e senza garanzie di ritrovarci in futuro punto e a capo) alla Cassa Integrativa Guadagni (C.I.G.S.) per dare da vivere alle migliaia di lavoratori che FIAT oggi vuole licenziare?

La C.I.G.S., come noto, è un istituto del nostro ordinamento previsto per garantire il reddito a quei lavoratori in servizio che vengono lasciati a casa da quelle imprese che interrompono o riducono la propria attività produttiva per ragioni di riorganizzazione, ristrutturazione o crisi aziendale.
Per definizione, quindi, trattasi di un istituto a cui un'azienda dovrebbe poter fare ricorso solo eccezionalmente e solo una tantum, altrimenti si tramuterebbe in un ammortizzatore di costi aziendali ai danni dell'Erario. Ebbene FIAT ha già fatto ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni nel 1980 e nel 1993 facendo pagare allo Stato il dissesto economico in cui allora si trovava. Ora chiede nuovamente che lo Stato - e quindi noi - ci facciamo carico di pagare gli stipendi agli 8.000 e passa lavoratori che gli "avanzano". È un "giochino", questo, che a FIAT finora è sempre riuscito per tre concomitanti motivi:
1. perché i diritti dei lavoratori FIAT costituiscono uno "stato di necessità" di cui lo Stato non può non farsi carico (insomma bisogna cedere al "ricatto" delle C.I.G.S. perché altrimenti a farne le spese sarebbero gli inermi lavoratori);
2. perché gli azionisti di riferimento - e cioè soprattutto il gruppo familiare degli Agnelli - sono persone che "contano" e fanno valere il loro "potere reale" nelle istituzioni (il patriarca è addirittura senatore a vita). Essi da sempre, sono riusciti ad accostarsi al potere politico nel nostro paese per "convincerlo" spesso a prendere provvedimenti di fatto molto di favore per i propri interessi personali. Sono stati con i "neri" ai tempi dei fascisti, con la "balena bianca" ai tempi della Democrazia Cristiana, con i "rossi" durante la parentesi del Governo D'Alema, ed ora con gli "azzurri" di Berlusconi (nella cui forca caudina di Arcore, però, si sono dovuti per la prima volta abbassare per avere udienza);
3. perché intorno a FIAT e agli Agnelli ruota un "mondo dell'informazione" troppo appiattito sulle loro posizioni. E' un dato di fatto che alcune blasonate testate li hanno proprio come azionisti di riferimento, ma ciò non toglie il danno per la collettività che continua a ricevere, anche per questo verso, una "informazione soporifera" tutta tesa ad addormentare la critica e con essa a tranquillizzare le coscienze.

Che fare allora?
Ingoiare ancora una volta il rospo ma le istituzioni pubbliche - Governo ed opposizioni in testa - dovrebbero finalmente farsi carico di organizzare un "consorzio italiano di imprese" (banche, imprenditori, fornitori, società di design ed engineering, manager capaci di governare il nuovo corso) e perché no - anche una nuova holding a capitale parzialmente pubblico (tipo quanto accaduto con la Wolkswagen in Germania) che assuma il controllo dell'azienda ed isoli l'attuale establishment, obbligandolo a risanare i debiti e risarcire i danni provocati.
Bisogna insomma togliere all'attuale classe dirigente la pretesa di voler ancora una volta loro governare la transizione ed il risanamento.
Devono lasciare questo compito ad altri perché il posto di lavoro di migliaia di dipendenti ed il prestigio della nostra azienda simbolo sono stati compromessi per colpa loro.
Solo così potrebbe essere ancora una volta "sopportabile" per la collettività il "balzello" che le viene nuovamente imposto.
Solo cioè, a condizione che sia veramente l'ultima volta.
Condizione che si può essere certi si avveri solo se si mandano definitivamente in pensione gli attuali padroni della FIAT.

Antonio Di Pietro
(Presidente Italia dei Valori)

 


 

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