Busto
Arsizio, 16 ottobre 2002
La FIAT ancora
una volta ci sta fregando.
O meglio il gruppo dirigente del colosso
torinese ancora una volta vuole scaricare sulla collettività e sulle
spalle degli incolpevoli dipendenti i costi della propria incapacità
manageriale, della gestione fallimentare dell'azienda ed addirittura delle
corruzioni e degli arraffamenti personali più o meno mascherati di cui
molti di loro sono stati protagonisti negli anni di
Tangentopoli-memoria.
Troppe volte questa azienda ha fatto ricorso alla
"privatizzazione" dei profitti ed alla "socializzazione" delle perdite per
non gridare allo scandalo.
Milioni di cittadini italiani, attraverso il
pagamento delle tasse, devono dare i soldi allo Stato per ripianare le
perdite aziendali e per evitare la disoccupazione a migliaia di
incolpevoli operai.
Sia chiaro
ed a scanso di equivoci: siamo d'accordo di rimboccarci da subito le
maniche per "salvare" ancora una volta la FIAT.
Non per i loro
dirigenti ma per i loro dipendenti.
Lo dobbiamo fare ma ad una
condizione però, ultimativa: l'attuale top management FIAT e quello che
negli anni scorsi ha contribuito a provocare il suo dissesto economico
devono andarsene.
Anzi di più: devono riconsegnare i "ricchi premi di
produzione", o come diavolo li chiamano, per giustificare contabilmente
ciò che si sono (o comunque sono loro stati) immeritatamente attribuiti.
Lo devono fare innanzitutto a titolo di risarcimento morale per aver messo
FIAT AUTO fuori mercato ed avergli fatto perdere competitività.
Negli
Stati Uniti i dirigenti che sbagliano pagano e restituiscono i benefit, in
Italia vengono premiati.
Lo devono fare anche per decenza, dato che non
si può chiedere a 8.000 operai, padri e madri di famiglia, di rimanere
disoccupati o senza uno stipendio certo e nello stesso tempo pretendere
liquidazioni e benefit miliardari.
Lo devono infine fare, affinchè
almeno quella vecchia classe dirigente FIAT che si è macchiata di gravi
reati ai tempi di Tangentopoli cessi di avere rapporti di consulenza varia
con la casa automobilistica torinese, mantenendo il diritto a prebende ed
emolumenti non indifferenti.
Tanto per citare alcuni casi
concreti (ma solo esemplificativamente alcuni, perché l'elenco si potrebbe
allungare pericolosamente) cosa dire dell'Amministratore Delegato prima a
Presidente poi della FIAT SpA, Cesare Romiti, pregiudicato e condannato
per falso in bilancio e liquidato con oltre 200 miliardi di vecchie
lire?
Ed è da ritenersi equo - visti i risultati mancati - che l'ex
amministratore delegato della FIAT AUTO, Cantarella sia stato liquidato
con la bellezza di oltre 40 miliardi?
E che fine hanno fatto i vari
Garuzzo, Mattioli, Papi, dirigenti FIAT molto attivi ai tempi di
Tangentopoli?
Come sono stati sistemati?
Sono stati messi alla porta
con richieste di risarcimenti danni o qualcuno di essi è stato fatto
rientrare dalla finestra con contratti di consulenza o
collaborazione?
E come mai l'ex responsabile di FiatAuto, ing. Testori,
messo infine alla porta della Fiat per non essere riuscito a raggiungere
gli obiettivi prefissati, è stato "premiato" dal Governo con l'incarico di
Amministratore dell'azienda pubblica Finmeccanica?
Forse invece di
promuoverlo bisognava valutare se ci fossero gli estremi per un'azione di
responsabilità.
Ed ancora: quali provvedimenti il Governo e le autorità di
controllo del credito (prima fra tutte la Banca d'Italia) intendono
prendere nei confronti di quelle banche che hanno concesso finanziamenti
enormi senza una rigorosa verifica dei conti, come se la FIAT fosse una
azienda personale e non fosse invece quotata in borsa?
Soprattutto
dobbiamo chiederci tutti: la collettività può ancora sostenere un ricorso
indiscriminato (e senza garanzie di ritrovarci in futuro punto e a capo)
alla Cassa Integrativa Guadagni (C.I.G.S.) per dare da vivere alle
migliaia di lavoratori che FIAT oggi vuole licenziare?
La C.I.G.S.,
come noto, è un istituto del nostro ordinamento previsto per garantire il
reddito a quei lavoratori in servizio che vengono lasciati a casa da
quelle imprese che interrompono o riducono la propria attività produttiva
per ragioni di riorganizzazione, ristrutturazione o crisi
aziendale.
Per definizione, quindi, trattasi di un istituto a cui
un'azienda dovrebbe poter fare ricorso solo eccezionalmente e solo una
tantum, altrimenti si tramuterebbe in un ammortizzatore di costi aziendali
ai danni dell'Erario. Ebbene FIAT ha già fatto ricorso alla Cassa
Integrazione Guadagni nel 1980 e nel 1993 facendo pagare allo Stato il
dissesto economico in cui allora si trovava. Ora chiede nuovamente che lo
Stato - e quindi noi - ci facciamo carico di pagare gli stipendi agli
8.000 e passa lavoratori che gli "avanzano". È un "giochino", questo, che
a FIAT finora è sempre riuscito per tre concomitanti motivi:
1.
perché i diritti dei lavoratori FIAT costituiscono uno "stato di
necessità" di cui lo Stato non può non farsi carico (insomma bisogna
cedere al "ricatto" delle C.I.G.S. perché altrimenti a farne le spese
sarebbero gli inermi lavoratori);
2. perché gli azionisti di
riferimento - e cioè soprattutto il gruppo familiare degli Agnelli - sono
persone che "contano" e fanno valere il loro "potere reale" nelle
istituzioni (il patriarca è addirittura senatore a vita). Essi da sempre,
sono riusciti ad accostarsi al potere politico nel nostro paese per
"convincerlo" spesso a prendere provvedimenti di fatto molto di favore per
i propri interessi personali. Sono stati con i "neri" ai tempi dei
fascisti, con la "balena bianca" ai tempi della Democrazia Cristiana, con
i "rossi" durante la parentesi del Governo D'Alema, ed ora con gli
"azzurri" di Berlusconi (nella cui forca caudina di Arcore, però, si sono
dovuti per la prima volta abbassare per avere udienza);
3.
perché intorno a FIAT e agli Agnelli ruota un "mondo dell'informazione"
troppo appiattito sulle loro posizioni. E' un dato di fatto che alcune
blasonate testate li hanno proprio come azionisti di riferimento, ma ciò
non toglie il danno per la collettività che continua a ricevere, anche per
questo verso, una "informazione soporifera" tutta tesa ad addormentare la
critica e con essa a tranquillizzare le coscienze.
Che fare
allora?
Ingoiare ancora una volta il rospo ma le istituzioni pubbliche
- Governo ed opposizioni in testa - dovrebbero finalmente farsi carico di
organizzare un "consorzio italiano di imprese" (banche, imprenditori,
fornitori, società di design ed engineering, manager capaci di governare
il nuovo corso) e perché no - anche una nuova holding a capitale
parzialmente pubblico (tipo quanto accaduto con la Wolkswagen in Germania)
che assuma il controllo dell'azienda ed isoli l'attuale establishment,
obbligandolo a risanare i debiti e risarcire i danni provocati.
Bisogna
insomma togliere all'attuale classe dirigente la pretesa di voler ancora
una volta loro governare la transizione ed il risanamento.
Devono
lasciare questo compito ad altri perché il posto di lavoro di migliaia di
dipendenti ed il prestigio della nostra azienda simbolo sono stati
compromessi per colpa loro.
Solo così potrebbe essere ancora una volta
"sopportabile" per la collettività il "balzello" che le viene nuovamente
imposto.
Solo cioè, a condizione che sia veramente l'ultima volta.
Condizione che si può essere certi si avveri solo se si mandano
definitivamente in pensione gli attuali padroni della
FIAT.
Antonio Di Pietro
(Presidente Italia dei
Valori)