San Giovanni in Laterano: de profundis di un quartiere

Certo, si potrebbe generalizzare rilevando come l'intera città, da anni, viva un irreversibile degrado.

10/giu/2010 11.08.43 Associazione Forche Caudine Contatta l'autore

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Quando rientro nel mio quartiere romano, San Giovanni in Laterano, considerato non a torto uno dei migliori della Capitale, provo un profondo disagio nel constatare com’è ridotto: vi sono aree che testimoniano i segni dell’incuria e dell’abbandono. Certo, si potrebbe generalizzare rilevando come l’intera città, da anni, viva un irreversibile degrado. Tuttavia nella zona intorno a piazza dei Re di Roma, ormai centrale pur non ricevendo tutte le attenzioni destinate al centro storico, il deterioramento è sintomatico, quasi una porzione simbolica del tutto. Il triste elenco lo conosciamo a menadito: marciapiedi malmessi e sporchi, muri e “arredo” urbano nell’analoga condizione, attività commerciali sempre meno espressione dell’identità di un quartiere ma standardizzate e generalizzate (banche, agenzie immobiliari, negozi di frutta, pizzerie e fiorai gestiti da egiziani, franchising dominanti dall’abbigliamento fino ai punti vendita di materiale fotografico, ecc.). Certo, è il modernismo, la globalizzazione, il non-luogo. Ma all’estero – e chi scrive gira il mondo per lavoro – non è sempre così: tutto ciò il più delle volte rientra in un contesto più organico, più ordinato e soprattutto più pulito e rispettoso dei luoghi. Si parla di federalismo quale panacea di tutti i mali. Eppure la prossimità, cioè la vicinanza degli amministratori ai cittadini, proprio a Roma dimostra tutti i propri limiti in un decentramento che non solo non è mai decollato (anzi, le deleghe ai parlamentini di zona sono sempre più ridotte), ma palesa un livello di gestione diciamo “discutibile”, per usare un eufemismo. Prendiamo proprio il IX Municipio, zona – appunto – San Giovanni verso Re di Roma. Ho avuto modo di approfondire la conoscenza di molti amministratori e sono rimasto strabiliato sia per la distanza siderale con il ventre “sociale” della città – edulcorata da qualche assemblea cui partecipano, mi dicono, più o meno le stesse persone rispetto ad una popolazione di circa 150mila residenti - sia per l’inefficacia dei provvedimenti, per lo più fermi nella fase di proposte. Ecco, Roma è da anni l’esempio della politica dei proclami e dei progetti, spessi molto esosi per le consulenze prestate da architetti, ingegneri, urbanisti, comunicatori ed esperti di ogni sorta. Poi gli annunci rimangono tali. E la gente, alle prese con i problemi – per quanto piccoli ma numerosi – di ogni giorno, alimenta la propria insoddisfazione e la propria assuefazione al contesto. In IX Municipio, grazie soprattutto – è il mio parere – ad una presidente, Susi Fantino, che non rimpiangeremo di certo, l’elenco di questi infruttiferi coinvolgimenti è lungo. Si pensi al solo “bilancio partecipato”, che sull’onda di Porto Alegre dovrebbe rappresentare una cosa seria. Ebbene, nonostante una sequela di riunioni e di onerosi materiali per raccogliere le idee dei cittadini, ancora stiamo aspettando di conoscere una realizzazione concreta frutto dell’esperienza. Ancora più paradossale la vicenda dei Pup, dove la maggioranza di centrosinistra – un tempo favorevolissima a queste colate di cemento soprattutto nel cuore della città (dove i box si riescono a vendere e a più caro prezzo) – oggi sulla pressione di cittadini esasperati ha fatto dietro-front, ma senza garantire una soluzione definitiva ma solo “riaprendo le trattative” su questi infiniti cantieri. Ora è partito l’ennesimo proclama: Agenda 21, cioè una spinta alla sostenibilità del quartiere. Roma è stata tra le prime città ad aderire – a parole – al programma, ma i risultati sono davanti agli occhi di tutti, specie sui fronti della mobilità, dei rifiuti e del verde pubblico. Agenda 21 fa seguito al Progetto Urbano San Lorenzo, l’ennesima saga delle buone intenzioni dove riemerge la “cura del ferro” di rutelliana memoria. E i problemi quotidiani, grandi e piccoli? Rimangono lì. Si pensi, ad esempio, al mercato Appio I di via Gino Capponi, con un deposito della ex Stefer dove dovrebbe essere trasferito da anni. O all’area della stazione Tuscolana, con capannoni dismessi da anni e pieni di eternit. O al destino dell’ex deposito Atac di piazza Ragusa, ennesimo centro commerciale? Laddove si è intervenuto, viceversa, rimangono le ferite: il parcheggio di piazza Epiro con le rampe in mezzo alla carreggiata o la pista ciclabile di via Nocera Umbra e via Furio Camillo, che attraversa la Tuscolana e si trova un benzinaio al centro della strada. Insomma, se non ci sono soldi, non sarebbe meglio chiudere anche questi Municipi?
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