Fw: e noi saremmo giustizialisti... - Messaggio dal Movimento Antonio Di Pietro

24/nov/2002 17.28.32 Luigi Sedita Contatta l'autore

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Insieme con Di Pietro
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Lettera aperta ai girotondisti e alla sinistra del Senatore Antonio Di
Pietro a proposito dei provvedimenti giudiziari di Cosenza e Perugia

Cari amici girotondisti e colleghi tutti del centrosinistra,

fermiamoci un attimo a riflettere, altrimenti rischiamo di far girare la
testa - e soprattutto di farci girare le spalle - dall'opinione pubblica che
ci ascolta.
Fino a ieri abbiamo fatto i girotondi per difendere il ruolo della
magistratura dagli attacchi di una certa classe politica. Abbiamo fatto bene
e per quanto mi riguarda lo rifarei e lo rifarò ancora. Per questo non posso
unirmi oggi al coro di chi - tra cui diversi fra voi - manifesta e si
esprime contro i magistrati (andando quindi ben oltre la mera critica ai
loro provvedimenti), solo perché questa volta i provvedimenti giudiziari
riguardano alcuni militanti no-global e il Senatore Andreotti.
Abbiamo sbandierato a destra e a manca la nostra indignazione per come la
destra berlusconiana non rispettava e non rispetta l'operato dei giudici.
Non possiamo comportarci allo stesso modo. I magistrati di Cosenza e quelli
di Perugia, possono anche avere sbagliato (l'errore è nelle cose umane), ma
da qui ad accusarli di essere politicizzati e sovversivi o peggio di aver
emesso quei provvedimenti a scopo di ritorsione (addirittura facendo
manifestazioni di piazza contro di loro) mi pare che ci sia una bella
differenza. Anch'io come voi mi auguro - da libero cittadino - che le cose
stiano in maniera diversa da come l'hanno descritte i magistrati di Cosenza
e di Perugia, ma non mi sento di fare alcun girotondo per protestare contro
di essi. Dobbiamo invece affidare la rivalutazione del bagaglio probatorio
alla valutazione dei successivi gradi di giudizio con serenità e senza
alcuna "marcia di protesta" contro chi ha emesso i provvedimenti nei
confronti dei no-global
o del Senatore Andreotti.
In fin dei conti i magistrati di Cosenza e di Perugia, hanno fatto solo ciò
che ritenevano essere il proprio dovere e se i loro provvedimenti sono
sbagliati altri li correggeranno. Provate a mettervi nei panni dei
componenti della Corte d'Assise di Appello di Perugia. Essa era composta non
solo da "giudici togati" ma anche da "giudici popolari", da persone della
società civile cioè, che sono stati estratte a sorte per accollarsi una
responsabilità così grande e per prendere una decisione sicuramente
sofferta.
Perché costoro devono essere additati come sovversivi, politicizzati,
reazionari e ignoranti? Provate inoltre a fare un'altra riflessione, questa
volta con specifico riferimento alla sentenza Andreotti: e se a sbagliare
fossero stati i Giudici di Primo Grado che a suo tempo l'avevano assolto?
Riflettete: ma è mai possibile che quando le Corti d'Appello d'Italia
assolvono persone che in Primo Grado erano state condannate, allora si parla
di "dignità ritrovata" e si dice che finalmente "giustizia è stata fatta".
Invece qualora in appello viene condannata una persona che in primo grado è
stata assolta, allora ad essere considerata giusta è la sentenza di primo
grado e scandalosa quella d'Appello.
A mio avviso invece entrambe le sentenze vanno rispettate come da
rispettare sarà - qualunque sarà il suo contenuto - l'esito del giudizio di
Cassazione che dovrà stabilire definitivamente se sia più credibile la
valutazione data dai giudici di primo grado oppure a quella di appello.
Insomma smettiamola di immaginare giudici che vanno in giro per costruire
"dolosamente" sentenze contro l'una o l'altra fazione e riportiamo tutto a
quella che è la normale dialettica processuale, affidandoci serenamente e
rispettosamente alle sentenze ed ai provvedimenti dei magistrati e alla
evoluzione processuale conseguente.
Per queste ragioni in questo momento che tutti "sparano" addosso ai
magistrati di Cosenza e Perugia, esprimo loro la mia personale solidarietà
affinché possano sentire meno pesante la solitudine conseguente alle loro
sofferte decisioni.


Antonio Di Pietro










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