copia di lettera a Cofferati-Di Pietro - Scalfari

24/apr/2003 13.41.14 Roberto Di Chio Contatta l'autore

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Critica al sindacato
 

Al Senatore Antonio Di Pietro

italiadeivalori@antoniodipietro.it

 

Al sig. Sergio Cofferati

fdv.cofferati@mail.cgil.it

Al Dott. Eugenio Scalfari

espresso@espressoedit.it

 

 

 

Nel sito web della CGIL FP - Liguria ho trovato queste parole:

"Abbiamo sempre cercato di parlare ai lavoratori come a degli uomini,

di parlare al loro cervello e al loro cuore, alla loro coscienza.

In questo modo il sindacato è diventato scuola di giustizia,

ma anche di democrazia, di libertà,

ha contribuito a elevare le virtù civili dei lavoratori e del popolo."

tratto dal saluto di Luciano Lama all'XI° Congresso della CGIL (1986)

 

Io, ho scritto molte A.R. a molte persone importanti, o che si ritengono tali, per esporre un problema importante: l’applicazione della legge per i nemici e la sua interpretazione per gli amici nella P.A. dove lavoro. Non ho mai ricevuto risposta; e nessuna risposta è mai giunta alla A.R. che il 01/08/2001 ho inviato alla spettabile Segreteria Nazionale della C.G.I.L. Nel frattempo però le "cose" hanno continuato il loro corso naturale; ossia, ci sono state ancora raccomandazioni, favoritismi, chiusura di occhi, orecchie e bocche… e il tutto sotto il tranquillizzante sguardo dei sindacati locali. L’otto aprile di questo mese ho scritto nuovamente alla CGIL di Roma, ma questa volta la lettera l’ho indirizzata alla cortese attenzione della signora Dettori Rossana, coordinatrice nazionale comparto sanità della Fp Cgil.

Non so se la signora Dettori troverà il tempo di leggere la mia A.R., e con ugual timore temo che stessa sorte possa capitare a questa mia e-mail. Comunque, la speranza è l’ultima a morire e quindi ripongo fiducia verso il sig. Scalfari, il sig. Cofferati e verso il senatore Di Pietro. Ci spero… per allontanare il tremendo dubbio che le parole non siano più pietre, come invece scriveva argutamente Levi.

E’ evidente che lo Scrittore queste parole le riferiva al tempo in cui la repressione del pensiero e della parola, sia essa scritta o pronunciata, rappresentava uno dei fondamentali scopi di un regime. In quell’epoca, giammai troppo distante dai nostri tempi moderni, molti ritenevano e intimamente temevano che la parola e il pensiero del popolo fossero armi pericolosissime, tali da giustificare la mano armata della repressione più spietata pur di impedirne la proliferazione.

Se il popolo pensa, il regime sarà in pericolo. Se il popolo parla e si riunisce, il regime è minacciato. Ahimè, quanti dittatori, regnanti e faccendieri, hanno ritenuto veri questi assiomi. E quanti morti, martiri o terroristi a seconda della prospettiva con cui veniva inquadrato il loro pensiero, furono necessari per ricondurre alla ragion di stato il popolo.

Ma, mentre la mano del potere si armava e si rafforzava nella più aspra repressione, qualcuno vagheggiava un pensiero subdolo ed inquietante. Nasceva così la teoria del "popolo bue".

Qualcuno, più arguto dei suoi padri, ebbe a teorizzare che il popolo è come un gregge belante. Sostenne che le parole del popolo, il loro belato, fossero comunque prive di pericolosità. Quel qualcuno propose, sconcertando gli anziani suoi pari, di lasciare libertà di parola al popolo. Anzi, si spinse oltre e sostenne che il popolo avrebbe avuto l’agognato diritto di voto. Nacquero allora le grandi e piccole democrazie. E nacquero i giornali, quelli liberi e quelli meno liberi. E nacquero anche i sindacati, quelli liberi e quelli meno liberi.

Il consumismo divenne allora la dottrina imperante negli ambienti proletari e l’essere comunisti, per i più, significò appartenere ad una classe sociale. Si era comunisti, così, a prescindere. Ma i più non sapevano neppure cosa significasse tale parola. Però sapevano che la parola "comunista" incuteva timore nella classe dirigente, e allora s’inebriavano di quell’effimero potere e gonfi d’orgoglio proletario scendevano nelle piazze. Già, orgoglio proletario… Ma quanti di loro sapevano realmente cosa significasse essere proletario? Ecco. Ancora una volta rispuntava il popolo bue. Il gregge. Quel numero, grande a dismisura, che in nome della neonata democrazia dava potere a chi sapeva come amministrarlo. Per il bene di tutti; per il bene di quasi tutti o semplicemente per il bene di pochi.

Era il tempo dei giornali di partito. Era il tempo del partito in nome della religione. Era il tempo dei simboli politici e dei muri che dividevano. E i fiumi di parole che scaturivano dai comizi sfociavano sempre, immancabilmente, in un’elezione. Il popolo così terminava il proprio compito istituzionale e, mentre poteva beatamente dedicarsi al piccolo e grande consumismo rateale, qualcun altro sedeva finalmente sull’agognata poltrona.

E il balletto delle poltrone da allora continuò incessante; e con monotona, ma remunerata ricorrenza, diventò popolare lo sport della caccia al voto o della tessera. La caccia alla tessera o al voto diventò allora simile alle dispute televisive sul detersivo che lava più bianco di quello del concorrente. La pubblicità, si potrebbe oggi dire, è diventata l’anima della politica… oltre che del commercio. Tutti vogliono apparire… tutti sono o vorrebbero essere Presidenti. Tutti dicono di ascoltare i propri elettori o i propri tesserati, ma pochi lo fanno realmente.

Ma il popolo, oggi, a dispetto della repressione e delle purghe di ieri, può parlare, pensare. Può addirittura scrivere!

C’è allora chi scrive lettere anonime, perché non ha il coraggio di sostenere le proprie azioni, forse vincolato da un’eredità genetica che fa nascere angosce incontrollate al solo pensiero di esporre il proprio nome al cospetto dei potenti. E c’è invece chi scrive raccomandate A.R., con tanto di firma ben in vista, e poi rimane in attesa di una risposta, di un cenno del potente, che però immancabilmente non arriva. Il meschino allora rammenta la prosaica ammonizione che il Leopardi ebbe a dire. E così, inconsciamente, la leopardiana Natura che cinicamente si dichiarò ignara dell’esistenza dell’irlandese, si trasforma e assume il nome del potente invocato. Prende corpo allora una bozza per la stesura di un romanzo, ma subito ci si accorge che Kafka lo aveva scritto meglio.

Ci si ritrova davanti alla tastiera di un PC, con il mondo globale a propria disposizione. Si digita "DPR" e il motore di ricerca sforna centinaia di pagine. Spuntano fuori sentenze, circolari e pareri. Si ha la pregnante sensazione di essere entrati nella stanza del potere.

Internet completa così il lavoro democratico intrapreso anni prima. E allora, oggi, si può parlare, si può pensare, si può scrivere e si possono leggere le leggi. Si comprende quindi che in Italia la Legge è uguale per tutti e si ha la certezza che è fatto obbligo ai vari settori della Pubblica Amministrazione di farla rispettare. La democrazia è all’apice! Il gregge allora può belare più forte, tanto la tecnologia ha fornito ottime cuffie al potere. Sembra davvero di vivere nella "fattoria degli animali" e ci si sente meno soli ricordando che anche le parole di Palla di neve non vennero ascoltate.

Così, se qualcuno avesse letto le lettere di un lavoratore senza volto e senza valore, avrebbe saputo che c’è una ASL dove la 626 è una legge che si applica solo per sanzionare le aziende private. Avrebbe scoperto che c’è una ASL dove le percentuali di posti da riservare al concorso pubblico sono ignorate e quindi centinaia di posti finiscono in promozioni interne ed alcuni di essi servono per sanare precedenti raccomandazioni. Sarebbe inorridito sapendo che c’è un sindacato, più di un sindacato, che in questa ASL ha sottoscritto questi accordi, perché rifiuta di applicare il D.P.R. 220/2001.

Ad esempio, saprebbe che c’è un responsabile di un sindacato che è infermiere professionale, ma non fa l’infermiere professionale, ma si è preso ugualmente il suo bel settimo livello nonostante sappia benissimo che ciò non è possibile in assenza di mansioni effettive. Saprebbe poi che c’è un altro responsabile, di un altro sindacato, che fa i turni che vuole: solo festivi, prefestivi e notturni, probabilmente perché ci sono le indennità. Ed infine scoprirebbe che c’è un terzo sindacalista; un Presidente; un presidente che non legge le stupide lettere dei lavoratori "incazzati". Leggerebbe che costui è il presidente della R.S.U.; colui che ha siglato un accordo sindacale con la ASL per far progredire di livello, senza selezione o concorso, alla faccia dell’art.16 del CCNL sanità ’99, quattordici persone, tra le quali, per fatal combinazione figura anche sua moglie.

Forse tutto ciò non interessa. Forse è talmente naturale che tutto ciò avvenga che non si spreca tempo dietro simili sciocchezze. E poi, in fin dei conti, ci sono tanti tesserati che sono felici e contenti per le selezioni al 100% interne; e altri lo sono perché hanno la moglie che da OTA presto diventerà OSS grazie al fatto che l’esame del corso si trasforma anche in prova selettiva. Perché allora privare queste persone dei piccoli privilegi che il sindacato ha ottenuto dopo stressanti trattative? E perché preoccuparsi se c’è un sindacato che non vuole nominare il proprio R.L.S. e se ci sono altri R.L.S. di altri sindacati che fanno di tutto fuorché interessarsi della sicurezza sul lavoro. Dopotutto, la 626 è una legge che riempie bene la bocca nei comizi, ma che è fastidiosa da applicare. E’ così bello vedere che c’è tutto un mondo dorato nella ASL dove lavoro io, dove tutti sono contenti… quasi tutti. Perché rompere l’incantesimo? Dopotutto, è solo uno che scrive… che si lamenta…basta ignorarlo e così il problema si risolve alla radice.

Tuttavia, anche nella più assoluta indifferenza, c’è sempre una ASL che ha un dipendente che pianta casino… che bela più forte degli altri… che forse ha qualcosa da dire. Ma è meglio pensare che sia solo la pecora nera di quella ASL.

Sono belle le parole di Luciano Lama… dicono che il sindacato ha parlato ai lavoratori. Ma i lavoratori possono parlare al sindacato?

 

 

 

23/4/2002

robertodichio@tin.it

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