a Fausto Bertinotti sull'art. 18

27/apr/2003 13.48.09 Roberto Di Chio Contatta l'autore

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On. Fausto Bertinotti

BERTINOTTI_F@camera.it

Onorevole Bertinotti, pochi giorni fa ho scritto una lettera a Cofferati, Di Pietro e Scalfari, per evidenziare il fatto che in Italia si ha la tendenza a non applicare le leggi e per far notare che forse la tanto acclamata democrazia non esiste in quanto tale. La lettera può essere letta anche sul web alla seguente pagina: http://www.comunicati.net/comunicati/societa/

Ho scritto a Cofferati perché dove lavoro io il sindacato, compresa la CGIL, tende ad ignorare le leggi per favorire, in tema di concorsi, i lavoratori interni a discapito di tutti i cittadini esterni che avrebbero i titoli a partecipare ai concorsi; e tende anche ad ignorare la "626" Ho scritto a Di Pietro per la stima e la riconoscenza che nutro verso di lui per quanto ha fatto in "mani pulite". Ho scritto infine ad Eugenio Scalfari perché mi pare che l’Espresso conservi ancora un po’ di autonomia. Adesso scrivo a lei e riapro la polemica sulla democrazia.

Nella succitata lettera io sostengo che in Italia il popolo ha diritto di parlare, di pensare e di scrivere, ma è come se ciò fosse proibito, tanta è l’indifferenza dei "potenti" verso il singolo cittadino. Naturalmente, non mi riferisco alle poche proteste prese in considerazione sempre e solo in funzione di nascosti secondi fini; mi riferisco invece alle proteste che non portano pubblicità; alle proteste scomode; alle proteste impopolari… in poche parole, mi riferisco alle "grane". Le grane sono sempre lasciate nella più assoluta indifferenza, salvo che non coinvolgano un consistente numero di persone… possibili elettori. Siamo nell’Italia della "passerella" e se qualcosa rischia di offuscare l’immagine deve essere allontanata prontamente.

Ma parliamo del referendum sull’articolo 18 che lei ha voluto.

Partendo dalla premessa che lo "statuto" sia dei lavoratori, come è possibile che il sindacato dei lavoratori, che dichiaratamente fa gli interessi dei lavoratori, si preoccupi di dare "un po’ di respiro alla piccola impresa"? Ma la piccola impresa non ha già un proprio sindacato o associazione che cura i propri interessi di categoria? Io non capisco…

Come è possibile che una tutela nei confronti del licenziamento non possa essere estesa anche ai lavoratori delle piccole imprese? Loro chi sono… figli di un dio minore?

Ma chi lavora in una piccola impresa, se viene licenziato, va a mangiare a casa di Pezzotta? E’ evidente che chi sostiene il no all’estensione dell’articolo 18 spara un sacco di "cazzate". Il buon senso, la ragione, la logica da loro torto. Ben inteso, quando dico "loro", mi riferisco a chi per statuto o per dichiarata posizione politica si pone a difensore dei diritti dei lavoratori… o nelle elezioni si spartisce i loro voti; certamente il discorso cambia se la cosa la si guarda nell’ottica dell’imprenditoria e della classe dirigente. E’ indubbio che le argomentazioni dell’imprenditoria siano valide… per l’imprenditoria. Com’è indubbio che le argomentazioni della classe lavoratrice siano valide… per i lavoratori.

Ho notato però che l’imprenditoria si schiera compatta sulle proprie posizioni… la classe dei lavoratori invece no. Noi siamo più furbi? Noi abbiamo un sindacato che per stare a galla deve fare gli interessi degli avversari oppure il nostro sindacato è scaltro e noi siamo miopi e non cogliamo questa sfumatura? E la nostra classe politica, la sinistra, che pur di governare copia la politica di destra, alla fine fa gli interessi dei lavoratori o fa solo i propri interessi? Io sono una persona semplice, lineare. Io non capisco…

Com’è possibile che uno strumento democratico come il "referendum" sia guardato con diffidenza proprio da coloro che si dichiarano apertamente democratici e sostenitori del popolo? Com’è possibile che all’interno della CGIL ci si interroghi sull’opportunità di far fallire il referendum sull’articolo 18 con l’astensionismo?

Nella lettera che ho citato all’inizio, sostengo che per la classe politica e per la classe dirigente noi, il popolo, siamo solo un gregge belante… ne sono sempre più convinto. Il popolo serve come numero, non serve come entità. Il potere ci considera tutti dei deficienti, incapaci di pensare senza le loro preziose direttive… mi auguro che non sia così. Però mi fa sorridere (amaramente) leggere che i potenti fanno "i conti senza l’oste" e stabiliscono in anticipo i nostri pensieri.

La democrazia, credo che tutti lo sappiano, è il governo del popolo. Qui mi pare che ci sia solo "furbocrazia" … se guardiamo da una parte, ma ahimè c’è "stupidocrazia" se guardiamo dalla parte opposta.

27/4/2003

robertodichio@tin.it

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