04/05/2003 05:41 Luigi Sedita
Andreotti, ma
quale assoluzione?
di Marco
Travaglio per
Ma di quale sentenza stanno
parlando? Ma di quale “conferma della prima assoluzione” vanno cianciando? Ma di
quale “teorema giustizialista” straparlano?
Eppure il presidente Scaduti
l’ha detto chiaro e tondo, e tutte le televisioni l’hanno trasmesso senza
rendersi conto di quel che facevano: “il reato di associazione per delinquere
commesso fino alla primavera del 1980 è estinto per prescrizione”, mentre per
l’associazione mafiosa successiva al 1982 si conferma la prima sentenza:
assoluzione per insufficienza di prove.
Ora, lorsignori lo conoscono il
significato di “associazione per delinquere”, di “commesso” e di “prescrizione”?
E lo sanno quando è scattata la prescrizione di quel reato?
Nel dicembre
2002.
Cioè 22 anni e 6 mesi dopo la primavera del 1980 (quando si svolse
l’ultimo incontro Andreotti-Bontade). Cioè poco più di quattro mesi fa. Il che
significa che la Procura di Caselli (ieri definito “sconfitto” e addirittura
“condannato” da qualche analfabeta) aveva visto giusto quando aveva chiesto e
ottenuto di far processare Andreotti.
E aveva sbagliato il Tribunale ad
assolvere l’imputato, sia pure con formula dubitativa, per il periodo degli anni
70. Infatti, con l’impostazione della Corte d’appello, nel processo di primo
grado (concluso nell’ottobre 1999) Andreotti sarebbe stato condannato per
associazione per delinquere, cioè per la sua alleanza organica con Cosa Nostra
fino al 1980. Cioè per aver incontrato - come affermavano numerosi collaboratori
di giustizia, ma soprattutto un testimone oculare, Francesco Marino Mannoia -
boss del calibro di Stefano Bontate, per parlare del delitto Mattarella.
E
per aver incontrato anche il boss Badalamenti, come aveva testimoniato Tommaso
Buscetta, avendolo appreso dalla viva voce di don Tano a proposito del delitto
Pecorelli. Insomma, se l’appello fosse finito entro il 20 dicembre dell’anno
scorso, con quattro mesi e mezzo di anticipo, Andreotti sarebbe stato condannato
in base all’articolo 416, cioè all’associazione “semplice”, visto che quella
aggravata di stampo mafioso (416 bis) fu introdotta nel codice penale soltanto
nel 1982, con la legge Rognoni-La Torre.
Le sguaiataggini dell’avvocatessa
Buongiorno, reduce dai fiaschi di Perugia, sono comprensibili: doveva gettare un
po’ di fumo negli occhi ai giornalisti, nella speranza (in gran parte ben
riposta) che non si accorgessero della prescrizione o fingessero di non vederla.
Molto più abbacchiati apparivano invece i colleghi Gioacchino Sbacchi e Franco
Coppi, principi del foro, che le sentenze le sanno leggere meglio di quanto non
riescano a recitare: dev’essere frustrante per un avvocato difensore passare da
un’insufficienza di prove a una condanna per omicidio a una reformatio in pejus
in appello con prescrizione, e per giunta per il rotto della cuffia.
E’
comprensibile anche l’impudenza del senatore a vita, che parla di “falsi
testimoni e falsi pentiti”, quando il reato ritenuto provato e prescritto
l’hanno raccontato proprio testimoni e pentiti giudicati attendibili dalla Corte
(che lui stesso definisce “molto obiettiva”).
E’ comprensibile, infine, il
delirio del cavalier Silvio Berlusconi (“è stato abbattuto il primo dei teoremi
giustizialisti del 1993 che voleva sfigurare la storia d’Italia”), che ormai usa
tutte le sentenze, anche quelle pronunciate in Australia, siano esse di condanna
o di assoluzione o di prescrizione, per piazzare disperatamente il suo ultimo
prodotto avariato: l’immunità parlamentare per “ripristinare lo spirito della
Costituzione” (quella che due settimane fa lui stesso definiva “sovietica”,
beccandosi le reprimende di Andreotti). Si comprende, infine, la svogliatezza
che coglie politici e commentatori di fronte a sentenze di 6 mila pagine, come
quella di primo grado: informarsi è faticoso, lavorare stanca.
Ma qui basta
leggere il dispositivo. Una paginetta, non di più. Con un piccolo sforzo, si può
capire tutto.
E, fatta salva l’ignoranza crassa o la demenza galoppante, si
potrebbero evitare corbellerie come il titolo del Giornale di oggi: “Andreotti
mafioso era uno scherzo”. O come le autorevolissime scemenze pronunciate ieri
dai presidenti di Camera e Senato, che hanno subito voluto congratularsi col
senatore a vita prescritto.
Casini ha straparlato di “onore ristabilito” (ma
forse parlava di onore nel senso siciliano del termine).
Pera ha farfugliato
di una “riparazione di un torto inferto per anni all’immagine della Dc e
dell’Italia” (ma forse si riferiva allo discredito arrecato al partito e al
Paese dalla cinquantennale presenza di uno come Andreotti). I leader
centrosinistri si sono invece affannati a esaltare il “fair play” e “l’esemplare
comportamento processuale” tenuto dall’imputato.
L’unico concetto che questi
tartufi riescono a esprimere, a proposito di un senatore a vita condannato in
appello a 24 anni per omicidio e miracolato dalla prescrizione e
dall’insufficienza di prove per il reato di mafia, è che si comporta da vero
signore. Non dice le parolacce, non sporca, non mangia con le mani, non si mette
le dita nel naso.
Due corti d’appello dicono che ha fatto ammazzare un
giornalista, incontrato e aiutato i capi della mafia, ma è tanto educato e tanto
ammodo, signora mia.

Molly
Bezz per Centomovimenti news
![]()
La morale sedata - di Stefania Ariosto
I grandi
pensatori che ci hanno preceduto e che bene hanno orientato il percorso per il
raggiungimento dello "Stato di Diritto", sono oggi inquieti a causa delle ultime
affermazioni di Cesare Previti ancorché egli sia parlamentare della Repubblica
Italiana.
Sono per contro rasserenati dalla sentenza di condanna che ha
preservato lo Stato di Diritto ed il principio d'eguaglianza formale e
sostanziale che la nostra Carta Costituzionale sancisce all'articolo 3.
In
sintesi queste le recenti affermazioni di Cesare Previti, dopo la richiesta di
pena a 11 anni di reclusione e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici". I
Pubblici Ministeri sono giustizialisti, i Giudici non sono terzi ed imparziali
ed il teste Stefania Ariosto è falso ed è pure confezionato costruito a
tavolino".
Basta onorevole Previti, io le chiedo di provare le sue accuse nei
processi, non fuori degli stessi, e non attraverso i mezzi di comunicazione di
massa a lei così cari.
Lo provi per carità, almeno per quanto concerne la
mia persona.
Le sue affermazioni sono monotone, usa e getta perché le accuse
in esse contenute, mai provate oggettivamente, utili solo alla ricerca
demagogica del consenso.
Sono fatti abnormi, gli interventi disorganici ed
emergenziali, le norme di favore per la sua persona che il Parlamento ha dovuto
regalarle.
Ora basta con gli insulti e le frasi "fatte".
Inverta l'onere
della prova e rammenti che oltre alla Giustizia terrena, c'è pure quella divina.
Un consiglio: risvegli la sua morale.
Stefania
Ariosto
per Centomovimenti
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