Fw: dove non dovremmo mai arrivare ...

20/giu/2003 05.19.11 Luigi Sedita Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.
Vi accludo un breve, ma interessantissimo, articolo di Federico Rampini sul "mitico" e tanto decantato libero Sistema Sanitario Privatistico Assicurativo Statunitense (S.S.P.A.S.), modello di riferimento di tanti pseudoliberali nostrani, troppo vicini alle assicurazioni per non esserne interessati. 
I detrattori del tanto vituperato Sistema Sanitario Nazionale italiano, che con tutti i suoi difetti e' fra i primi al mondo ed e'  ancora migliorabile e correggibile, dovrebbero avere molti motivi di riflessione ...  Vogliamo favorire un simile futuro "à la carte" (di credito) anche per noi? 
Se potete diffondete l'e-mail ai vostri amici...
Vi ringrazio, cordialissimi saluti.
Luigi Sedita - Responsabile Nazionale del Dipartimento Sanita' e Diritto alla Salute dell'Italia dei Valori
 
PS - Chi volesse poi consultare o scaricare il programma integrale della sanita' dell'Italia dei Valori con tutte le proposte per correggere e migliorare il Sistema Sanitario Nazionale italiano, lo puo' fare da http://www.antoniodipietro.it/presentazione/programma.php  (quinto capitolo) .
 
Usa, la sanità diventa carissima ed è crisi per il sistema privato.
Cure più costose, aumentano le tariffe assicurative. Per un americano su tre è il principale dei problemi, più del terrorismo o della disoccupazione.
In un pronto soccorso prima di metterti il gesso devi presentare la carta di credito.
Il Wall Street Journal denuncia quel modello che si vorrebbe importare in Italia. Le aziende scaricano parte dei nuovi oneri sui dipendenti o riducono le coperture. I giovani e forti, sani, salutisti e senza figli vorrebbero che a pagare fossero gli altri.
di Federico Rampini

SAN FRANCISCO - Oggi nella classifica dei problemi che angosciano gli americani il vincitore assoluto è il caro-sanità: il 36% lo considera l´emergenza più grave, molto peggio del terrorismo o della disoccupazione, secondo un´indagine della Kaiser Family Foundation. Da una settimana il grande quotidiano economico-finanziario (e conservatore) "The Wall Street Journal" sbatte in prima pagina quasi ogni giorno la crisi della sanità privata, quel modello americano che si vorrebbe importare in Italia. "Con il rincaro delle cure mediche, i lavoratori devono pagare di più" è il titolo di una delle puntate dell´inchiesta. Le grandi aziende che offrono ai dipendenti l´assicurazione privata come parte dello stipendio, non ce la fanno più a reggere l´aumento delle tariffe: 15% in un anno. Perciò scaricano una parte dell´onere sui dipendenti, o riducono la copertura assicurativa, e spesso fanno tutt´e due le cose. Su molte prestazioni (anche le visite mediche) il paziente deve versare un ticket fino a 40 dollari, 200 dollari per il ricovero ospedaliero. Negli ultimi sei anni queste spese "di tasca propria" sono salite in media del 26%, oltre i 2.000 dollari all´anno per ogni assicurato.

"L´esplosione dei costi sanitari aizza un lavoratore contro l´altro", s´intitola un´altra puntata del Wall Street Journal. E´ un racconto della "guerra tra poveri" che sta nascendo in molte aziende. Oppressi dall´aumento dei contributi-ticket, e dal peggioramento delle prestazioni, i dipendenti se la prendono con i colleghi. Magri contro obesi, sobri contro bevitori, non fumatori contro fumatori, single contro genitori profilici: ognuno cerca nel vicino di scrivania il malato o il "vizioso" colpevole dell´iperinflazione dei costi. I giovani e forti, sani, salutisti e senza figli, vorrebbero che a pagare di più fossero gli altri. Di certo alcune epidemie sociali - come l´obesità da fast-food e vita sedentaria - contribuiscono alla crisi. E´ anche vero che l´America nei suoi ospedali offre i migliori specialisti, le apparecchiature più sofisticate, le cure più avanzate del mondo: sono i privilegi di una società del benessere che investe enormemente nella ricerca medica, ed hanno anche dei costi. Ma l´emergenza attuale rivela difetti strutturali in un paese che ha creduto ciecamente nelle virtù dell´assicurazione privata.

Negli Stati Uniti rimangono in vita due sistemi di assistenza pubblica. Il Medicaid garantisce cure e ricoveri ai poveri. Il Medicare copre i 40 milioni di americani anziani (oltre i 65 anni) o portatori di handicap. Per gli altri - né poveri né vecchi - non esiste una sanità di Stato. Le grandi imprese private generalmente offrono ai propri dipendenti, come parte della retribuzione, un´assicurazione privata. Ma solo il 60% delle aziende sotto i 200 dipendenti se lo può permettere. Risultato: 41 milioni di americani non hanno alcuna copertura sanitaria. Basta rompersi una gamba e finire in una "emergency room" (pronto soccorso) per vedere le conseguenze: prima di metterti il gesso devi presentare la carta di credito, e il conto sale subito a qualche migliaio di dollari anche per gli interventi più banali. Di quei 41 milioni non tutti sono lavoratori sottopagati che rischiano la miseria per una epatite. C´è anche una fascia di ceto medio giovane (liberi professionisti, piccoli imprenditori) che non si assicurano perché pensano di avere poche probabilità di ammalarsi: è un difetto tipico del sistema privato, non obbligatorio, i cui costi salgono anche perché i più sani non contribuiscono a finanziarlo.

D´altra parte pagarsi l´assicurazione privata da soli ha costi esorbitanti. Con la Blue Shield - una delle più grandi compagnie - la mia famiglia composta da quattro persone (due genitori quarantenni e due figli adolescenti, non fumatori e senza malattie croniche) in California paga 1.500 dollari al mese per una polizza che non copre neppure le spese oculistiche, con ticket da 30 dollari per le visite e severi limiti nella scelta degli ospedali rimborsabili. In certi Stati la legge non vieta alle compagnie di rifiutare la copertura a pazienti a rischio, o di "scaricare" il paziente dopo un intervento chirurgico molto costoso o una malattia grave. Anche pagando tariffe esose, non si ha quindi la garanzia di essere assistiti per sempre (alcuni Stati come la California hanno limitato questa discrezionalità delle compagnie).

L´efficienza del settore privato è un mito crollato da tempo. I costi amministrativi di una compagnia assicurativa arrivano a divorare il 10-12% del totale, mentre la tanto deprecata burocrazia pubblica del Medicare costa solo il 2-3% e quindi lascia più risorse per l´assistenza medica. In teoria la concorrenza tra privati dovrebbe calmierare l´inflazione. Soprattutto le grandi aziende che assicurano migliaia di dipendenti, dovrebbero avere il potere contrattuale per mettere gli assicuratori in competizione, selezionare chi offre prestazioni migliori a prezzi più bassi. Purtroppo non è così. Da anni le compagnie assicurative applicano aumenti di tariffe praticamente identici. I datori di lavoro sono costretti a subire. A loro volta si rivalgono scegliendo polizze meno generose, alzando i ticket, o addirittura riducendo i salari dei dipendenti: con la disoccupazione che sale, pur di mantenere il posto i dipendenti accettano sacrifici. Sul banco degli imputati assieme alle assicurazioni private c´è la grande industria farmaceutica, per le rendite esose sui brevetti e la resistenza alla diffusione di quei farmaci "generici" che costano molto meno. Una ricerca della Rand su 90.000 pazienti affetti da malattie croniche come il diabete e l´ipertensione, rivela un´altra realtà drammatica: l´aumento dei ticket costringe quei pazienti a ridurre del 10% l´acquisto di farmaci essenziali. Nonostante il disastro della sanità privata denunciato da un giornale "amico" come il "Wall Street Journal", George Bush ha proposto un´ulteriore privatizzazione: agli anziani coperti dal Medicare vuole offrire il rimborso dei medicinali se passano alle assicurazioni private. Ma al Congresso i parlamentari repubblicani si sono ribellati al presidente. La privatizzazione del Medicare, impopolare anche tra i pensionati benestanti, è un boccone indigesto perfino per la destra americana.

 
LA REPUBBLICA - Mercoledì, 18 giugno 2003 - pag. 27 Cronaca


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