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Cari amici,
finalmente qualcosa si
muove! Sull'Unità di questa mattina è comparso questo articolo
a firma di Marco Travaglio, con il quale si prende posizione a
favore della nostra azione referendaria.
Ecco vi
riporto, dalle pagine del quotidiano di sinistra, il testo
dell'articolo:
CHI NON FIRMA E’ PERDUTO Quando si
parla del referendum sul lodo Berluschifani, uno conto è aver
paura di non farcela, un altro è aver paura di farlo. E’
giusto - come fanno alcuni leader del centrosinistra e dei
movimenti - domandarsi: . E’
incomprensibile accusare chi firma o raccoglie le firme di
o di . Il Cavaliere sa benissimo che cosa gli
conviene e che cosa no. Infatti continua a prendersela con chi
lo attacca - i cosiddetti - a suon di denunce
penali e civili, linciaggi mediatici, ostracismi televisivi.
Tutti gli altri sono ospiti fissi dei suoi giornali, tv e case
editrici. Da quando è in politica (si fa per dire), la sua
agenda è universalmente nota. Punto 1: impunità duratura.
Punto 2: monopolio televisivo forever. Punto 3: affari vari.
Farsi dettare l’agenda da Berlusconi vuol dire agevolare o non
ostacolare l’impunità, il monopolio, gli affari berlusconiani.
Cosa che molti, troppi hanno fatto negli ultimi sette anni.
Raccogliere le firme per abrogare l’impunità fresca di Lodo (e
magari, domani, anche quell’altro obbrobrio che è la legge
Gasparri) significa aprire un’agenda totalmente nuova,
diametralmente opposta a quella del Cavaliere. Non è
neppure vero che, raccogliendo le firme, si intralcia il
lavoro della Corte costituzionale. La Corte fa il suo
mestiere, i cittadini il loro, e così pure (si spera) i
partiti. Tutti speriamo che il referendum diventi inutile:
che, cioè, venga anticipato dalla Consulta con una sonante
dichiarazione di incostituzionalità del lodo della vergogna.
Ma i giudici costituzionali non sono robot. Sono uomini.
Vivono, pensano e decidono calati nella realtà del momento.
Nei mesi prossimi, complice anche il passaggio di consegne da
un presidente all’altro, saranno prevedibilmente oggetto di
pressioni fortissime, anche implicite e inespresse, da parte
delle quattro massime cariche dello Stato, che hanno chi
imposto, chi voluto, chi condiviso, chi assecondato quel Lodo,
mettendoci - come si suol dire - (almeno chi ce
l’aveva). Far sapere alla Corte che qualche milione d’italiani
si vergogna di quella legge-vergogna non è una pressione
indebita. E’ un diritto costituzionalmente garantito, come
sanno in quel palazzo meglio che in qualunque altro. In ogni
caso, le firme sono utili. Se la Corte boccerà il Lodo, sarà
la conferma di una battaglia giusta. Se la Corte dovesse
avallarlo, non significherebbe che il Lodo diventa buono,
anzi. Costituzionale non vuol dire buono. E, con le firme in
tasca, si potrebbe andare subito al referendum senza dover
cominciare tutto da capo in tempo più difficili degli attuali.
Restano, è vero, i rischi di non farcela a raccogliere le
firme. Ma solo se si lasciano soli Di Pietro e Opposizione
civile. Basterebbe un Sì, o un Ni, da qualcuno dei maggiori
partiti dell’Ulivo (ma anche da correnti, associazioni,
movimenti come i Girotondi, Aprile e così via), per mettere in
cascina quelle benedette 500 mila firme anche prima dei tre
mesi canonici. L’estate, con le sue feste dell’Unità e le
altre manifestazioni politiche, può rivelarsi propizia.
Quanto al quorum elettorale, il problema si porrebbe solo
se la Corte dovesse avallare il Lodo. E ogni paragone con
l’articolo 18 nelle piccole aziende è risibile. Qui è in gioco
l’articolo 3 della Costituzione, non un articolo del pur
importantissimo Statuto dei lavoratori. Il referendum appena
fallito riguardava un ristretto numero di persone, neppure
tutte concordi, e i partiti che han fatto campagna per il voto
erano pochi, e per giunta piccoli. Il referendum per la legge
uguale per tutti e contro l’impunità rappresenta, invece,
valori universali e sentimenti largamente condivisi: un tema
unificante, un mastice che unificherebbe l’elettorato
d’opposizione e probabilmente aggregherebbe anche parecchi
simpatizzanti del centrodestra, mettendo in grave imbarazzo
partiti come la Lega e An che nel 1993 erano in prima fila
contro l’immunità (ottima l’idea di Di Pietro di piazzare
banchetti fuori dalle feste del Carroccio e del Secolo
d’Italia, per vedere l’effetto che fa: dai primi riscontri,
pare che arrivino anche elettori di quei due partiti).
Eguaglianza e legalità non sono valori di destra o di
sinistra. Sono di tutti. E tutti i sondaggi ci dicono che il
Lodo è la legge più impopolare mai approvata negli ultimi
anni: circa il 75-80 per cento degli italiani (compresi dunque
molti elettori della Cdl) era e resta contrario. L’idea che
qualcuno, solo per la carica che ricopre, diventi
invulnerabile come e più di Achille (senza neppure il famoso
tallone), non è ancora passata, neppure nell’Italia di
Berlusconi. In un’eventuale chiamata alle urne, poi,
nessuno dei grandi partiti di destra e di sinistra inviterebbe
all’astensione. La battaglia, salvo casi sporadici, dovrebbe
giocarsi fra il Sì e il No. Garantendo quella mobilitazione
emotiva che, di solito, significa quorum. E ancora, last but
not least: serpeggia, anche nell’ opposizione, una gran voglia
trasversale di ritornare alla vecchia immunità parlamentare
(magari nella forma peggiorativa pensata dai berluscones: Lodo
Maccanico-Berlusconi allargato, cioè sospensione automatica -
anche per chi non la vuole - dei procedimenti a carico degli
eletti, con legge costituzionale e maggioranza trasversale dei
due terzi, così si evita il fastidio del referendum
confermativo). Un referendum subito contro l’impunità per i
Cinque Intoccabili diventerebbe un poderoso freno contro chi
già pensa di estenderla agli altri 945. I tempi stringono.
Senza le firme entro il 30 settembre, la questione va - per
così dire - in prescrizione: scaduto quel termine, l’eventuale
referendum slitterebbe al 2005. E allora il tempo sarà
scaduto, la partita chiusa, la battaglia persa. Vale la pena
buttarsi. Il rischio è minimo, il risultato comunque
importantissimo. Centinaia di migliaia di Sì all’abolizione
dell’impunità e del privilegio equivalgono ad altrettanti Sì
alla Costituzione, a questa Costituzione, mai così amata da
quando qualcuno decise improvvisamente di cestinarla e
riscriverla in tutta fretta. Si parla tanto, solitamente a
sproposito, del prestigio dell’Italia in Europa e nel mondo.
Qualcuno pensava di incrementarlo con immondizie tipo Lodo.
Basta dare un’occhiata in giro per comprendere che si era
tragicamente sbagliato. Ora però, in Europa e nel mondo, ci si
domanda se l’unica Italia sia quella di Berlusconi, delle sue
uscite sui Kapò e le sue barzellette sull’Olocausto, se tutti
gli italiani siano rassegnati, supini, genuflessi ai piedi
dello Statista di Milanello. (e
non c’erano ancora stati gli insulti a Schulz). Le ha fatto
eco Dario Fo, invitando anche lui a firmare: . La vergogna, naturalmente, non
sono i processi a Berlusconi. La vergogna sono le leggi per
abrogarli (non per nulla, l’ultima volta che l’Italia si fece
apprezzare nel mondo fu grazie a Mani Pulite, al coraggio
dimostrato nel 1992-’93 nel processare una classe dirigente
compromessa con la corruzione e la mafia). Ecco, firmare
il referendum è anche un messaggio all’Europa e al mondo: gli
italiani che si vergognano e non si rassegnano sono milioni.
L’altra Italia, quella che non applaude e dunque non si nota
in televisione, non ha altra voce che questa per farsi sentire
nel semestre europeo delle pagliacciate, delle volgarità e
della cartapesta. Nelle democrazie vere, l’esecutivo è tenuto
a bada dal Parlamento, dalla magistratura, dalla libera
informazione, dal capo dello Stato. Nel nostro regimetto,
questi contropoteri ce li siamo giocati l’uno dopo l’altro.
Per difendere la nostra Costituzione e la nostra dignità ci
rimangono la parola e la firma. Vogliamo rinunciare anche a
quelle?
Marco Travaglio
Forza, allora, firmiamo
e facciamo firmare! Mancano solo otto settimane e dobbiamo
raccogliere 500.000 firme. È una lotta contro il tempo. Ma
io ci credo e per questo, con il mio megafono in mano, sono
per le piazze, per le sagre e per i mercati a raccogliere le
firme". Potete darmi una mano? Se non sapete a chi
rivolgervi, rivolgetevi direttamente a me, presso la
segreteria di Busto Arsizio, via Milano 14, tel. 0331/624412
fax 0331/624783 e-mail segreteria@antoniodipietro.it
Antonio Di Pietro Presidente Italia dei
Valori
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QUANDO ESAGERARE E' UNA
VIRTU'... |
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Cari amici, dobbiamo un grazie di
cuore alla pedagogica franchezza del Riformista che ha
spiegato agli italiani la differenza tra l’intelligenza
artificiale e quella umana. Abbiamo invero appreso che
noi dell’IDV saremmo dotati del primo tipo di
intelligenza perché, a differenza degli umani, saremmo
privi della capacità di apprendere dagli errori.
L’errore attribuitoci (con conseguente nostra espulsione
dagli umani) è quello d’avere assunto l’iniziativa
referendaria per l’abrogazione del lodo
Maccanico-Schifani. Già negli scorsi giorni avevamo
appreso che in un seminario dotto sui problemi della
giurisprudenza organizzato da D’Alema, si era
volutamente ignorato Berlusconi e le proposte della
maggioranza in tema di giustizia. La ragione
dell’ostentato distacco era stata spiegata dal fatto che
sarebbe necessario "volare alto" e pensare al futuro,
senza porre mente alle "nefandezze" prodotte dalla
maggioranza. Ora il Riformista ci illustra l’alto
pensiero giuridico che farebbe pensare ad una bocciatura
del lodo da parte della Consulta. Sappiamo così che
nella "Corte sono molti gli anti-berlusconiani", sicché
potrebbe addirittura sperarsi in una sentenza
lampo. Noi pensavamo che "volare alto" fosse una cosa
diversa dai conti del bottegaio. Il grande rispetto per
la Corte, non ci ha consentito e non ci consente di fare
previsioni con siffatto metodo "metagiuridico". Abbiamo
preferito e preferiamo "volare basso" e dare la parola
ai cittadini, ossia al popolo sovrano. Il Riformista,
dotto e umano, ci preannuncia anche che non esiste
alcuna possibilità di raggiungere il quorum referendario
e che, quindi, la strada da battere sarebbe quella di
tornare a fare i conti di bottega. A dire il vero, ci
preoccupa lo spirito perdente che anima il Riformista.
Con questi gufi, il dialogo è una impresa. Ma noi
siamo inguaribilmente malati di ottimismo, abbiamo una
gran voglia di fare le battaglie per le cose che contano
e di farle in prima persona. Certo non abbiamo la
medicina per fare sognare i pensosi saggi ma confidiamo
in una loro positiva contaminazione. Suvvia, un poco
di entusiasmo fa bene alla salute.
On.
Antonio Di Pietro - Presidente Nazionale IDV
Avv.
Luigi Li Gotti - Responsabile Nazionale IDV Dipartimento
Tematico
Giustizia | |