Comunicato stampa del 22/08/2003

contro un referendum che rischia di rivelarsi un boomerang per il

22/ago/2003 04.03.13 Luigi Sedita Contatta l'autore

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Dargliela vinta o firmare per fermarlo
di  Marco Travaglio

L'altro giorno, mentre Antonio Di Pietro annunciava che le firme per il referendum contro il lodo sull'impunità hanno raggiunto quota 300 mila in un mese, l'onorevole Maurizio Fistarol, parlando a nome della Margherita, anziché esultare, annunciava «un'estate di mobilitazione contro un referendum che rischia di rivelarsi un boomerang per il centrosinistra e una completa riabilitazione per Berlusconi». Qualcuno, sulle prime, poteva pensare a un pesce d'aprile fuori stagione. Invece, dall'assenza di smentite, s'è capito che era tutto vero. Mentre la Casa della Libertà Provvisoria dà il peggio di sé, riuscendo continuamente a superarsi, il secondo partito dell'opposizione che fa? Lancia una grande mobilitazione contro il quarto partito dell'opposizione che vuole restituire il premier ai suoi giudici, abrogando la più vergognosa delle leggi-vergogna, la più incostituzionale delle leggi incostituzionali, una mostruosità che non si vedeva dai tempi delle leggi razziali:
il «lodo» che fa a pezzi l'articolo 3 della Costituzione, cioè l'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, e regala a cinque alte cariche dello Stato (in particolare alla più bassa in statura) l'impunità per tutti i reati passati, presenti e - non poniamo limiti alla provvidenza - futuri.

Pare di sognare. Una parte dell'opposizione spreca tempo ed energie per mobilitarsi non contro il governo e la maggioranza, ma contro chi li combatte.

Alla base di questa idea geniale c'è il consueto ritornello - smontato nei giorni scorsi sull'Unità proprio da Nando Dalla Chiesa, responsabile giustizia della Margherita - secondo cui l'antiberlusconismo farebbe il gioco di Berlusconi. Il Cavaliere continua a non accorgersene: infatti lui e i suoi cari, a reti unificate, continuano imperterriti a manganellare gli antiberlusconiani doc, risparmiando o vezzeggiando i «dialoganti» e i «bipartisan», quelli che «la demonizzazione mai».
Ma dall'altra parte - e lo si è visto anche in occasione della sentenza Imi-Sir/Mondadori sulla «più devastante corruzione della storia della Repubblica» - c'è ancora chi sostiene che bisogna parlar d'altro.

Insomma, per fare veramente male al Cavaliere bisogna dargliele tutte vinte. Come peraltro s'è fatto tra il 1995 e il 2001, col risultato di ritrovarsi il Cavaliere a Palazzo Chigi.

La controprova? Chi ha avuto l'idea geniale di questa mobilitazione antireferendaria provi a chiedere ospitalità al Tg4 di Emilio Fede: verrà accolto a braccia aperte.
Dice Fistarol che «se il lodo verrà dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale, il referendum diventerebbe inutile, se invece la Consulta lo riterrà legittimo, Berlusconi potrebbe farsi forza della sentenza e sarebbe difficile sostenere la necessità di una abrogazione referendaria». L'ottimo esponente margheritico si felicita poi con quegli alleati che si sono tirati indietro rispetto all'iniziale adesione alla raccolta-firme: i Verdi che «hanno preso le distanze» e i Comunisti italiani che «hanno promesso di non mettere a disposizione le firme da loro raccolte». Un bel risultato, non c'è che dire, che getterà nella disperazione il Cavalier Impunito e la sua banda.

Purtroppo - lamenta il Fistarol - «la posizione dei Ds rimane ambigua e incoerente perché, ufficialmente contrari al referendum, hanno aperto le feste dell'Unità ai banchetti dei promotori». Una condotta «ingiustificabile». Ora bisogna rimediare: sbarrando le porte delle feste ai referendari, e magari tagliando le mani a chi entra e a chi esce, per evitare che firmi.

Riecco la politica politicante di chi pensa di intascare i voti degli elettori, confiscarli per cinque anni e gestirli senza alcun controllo nelle segrete stanze, dove gli «adulti» e i «professionisti» - messi a nanna i ragazzini e i dilettanti - fanno e disfano le strategie.

Nemmeno una parola, un accenno di riflessione su quelle 300 mila firme. Cioè su quei 300 mila cittadini, pressappoco tanti quanti gli iscritti di tutti i partiti dell'Ulivo messi insieme, che nell'ultimo mese sono usciti di casa, sono andati a cercare uno dei banchetti dell'Italia dei Valori (e degli altri gruppi che collaborano con i dipietristi, come il Laboratorio per la democrazia di Firenze), hanno tirato fuori la carta d'identità e hanno apposto la loro firma nell'apposito modulo. Tutti criptoberlusconiani inconsapevoli? Gente da bacchettare perché fa il gioco del Cavaliere? Oppure, più semplicemente, le avanguardie di quell'Italia che non ci sta, non si rassegna e vuole lasciare traccia, con data e firma, del suo No cubitale a quest'ondata di sterco che ogni giorno ci sommerge?

I 300 mila e quelli che verranno non sono, se non in minima parte, attivisti dell'Italia dei Valori. Sono elettori dei Ds, della Margherita, dei Comunisti Italiani, dei Verdi, di Rifondazione. Ma anche leghisti, seguaci di An e del Cdu, addirittura qualche forzista, che ai banchetti rivendicano la loro appartenenza e poi aggiungono:
«Io voto centrodestra, ma non voglio che cinque italiani siano più uguali degli altri. Nel 2001, quando ho dato il mio voto, nessuno mi aveva avvertito che l'avrebbe usato per regalarsi l'impunità, per abolirsi i processi per legge». Non è Di Pietro che è andato da questa gente. È questa gente che è andata da lui, e sarebbe andata da chiunque altro le avesse fornito quest'occasione di dire No. Gente che s'è mossa da sé, che non ha bisogno di convocazioni, che si automobilita e va a cercarsi un tavolino per firmare. Anche in ferie, con 40 gradi all'ombra. Molti vanno oltre lo stesso Lodo. Firmano per dire No anche alle ultime porcherie e a quelle che, stiamone certi, verranno con la ripresa autunnale. No al ministro Castelli che blocca le rogatorie su Berlusconi. No alla commissione Antimafia (si fa per dire) che inaugura il revisionismo sulle stragi e sui loro mandanti occulti. No alla normalizzazione delle procure antimafia con la collaborazione, purtroppo, di procuratori che si speravano diversi. No all'equazione fra le tangenti straprovate dell'Imi-Sir e della Mondadori e quelle inventate da un peracottaro pregiudicato per la Telekom Serbia (operazione che, politicamente, fu un tragico errore ma finora, secondo i giudici di Torino, priva di alcun rilievo penale). No al tribunale speciale parlamentare contro i giudici che hanno osato scoprire e punire le corruzioni vere. No ai comitati Previti che tentano di trascinare sul banco degli imputati i pm di Milano, rei di proteggere col segreto un fascicolo segreto che non piace a Previti e al suo capo. No a chi chiama «cancro da estirpare» e «associazione a delinquere» i magistrati con la schiena dritta. No alla controriforma piduista dell'ordine giudiziario, che riporterà la giustizia al guinzaglio dei poteri forti. No a chi vorrebbe mettere il bavaglio anche alle tv e ai giornali stranieri di destra e di sinistra, che denunciano a chiare lettere il regime mediatico-impunitario della nostra repubblichetta bananiera.
Il mondo intero ha bollato come una schifezza immonda il Lodo e da due mesi aspetta di sapere come reagiranno gli italiani. «Quanta pazienza avete?», ci ha domandato il New York Times.

Ecco: le 300mila firme raccolte in un mese e quelle che verranno sono anche la risposta a quell'interrogativo. La pazienza, per molti, è finita. C'è anche un'altra Italia, che non appare in tv e sulla stampa di regime, ma che si muove, si auto-organizza, vuol fare sapere di esistere e di combattere. Con mezzi pacifici, regolarmente previsti dalla legge e dalla Costituzione. In attesa che i girotondi e i movimenti riprendano a esprimersi in forme visibili, la firma per il referendum è oggi l'unico mezzo disponibile per farsi sentire e contarsi. Poi, per il lato pratico, si vedrà. L'importante è non sprecare l'occasione e mettere fieno in cascina (se il ritmo resterà lo stesso e il fronte si allargherà ad altri partiti e movimenti, si può puntare al milione di firme).
Se poi la Consulta taglierà il Lodo scorsoio, tanto meglio:essendo formata da uomini, non da automi, le sarà più facile farlo avendo alle spalle centinaia di migliaia di italiani che, democraticamente, «spingono». Se invece dovesse dichiarare legittima la legge, nessuno - spero - oserebbe sostenere alla Fistarol che il Lodo si trasformerebbe in una buona legge: andrebbe abrogata ugualmente. A quel punto, le firme sarebbero già pronte, senza perdere altro tempo per raccoglierle (col rischio, fra l'altro, di non farcela, perché la raccolta, nel 2004, sarebbe senz'altro più difficile di oggi, quando manca davvero un soffio al traguardo). E solo allora si porrebbe il problema del quorum, prima di imbarcarsi nell'avventura del referendum. Oggi non c'è nulla da perdere e tutto da guadagnare. Fermarsi in corso d'opera, boicottando il lavoro di tanti raccoglitori e cestinando la scelta consapevole di 300 mila cittadini, sarebbe pura follia.
Un conto è restare scettici, al balcone, in attesa degli eventi, come han fatto sinora i partiti dell'Ulivo. Un altro è mobilitarsi per il sabotaggio. Se proprio si vuole (e si può) sabotare qualcuno, forse è il caso di cominciare da Berlusconi.


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