Lo sviluppo della sua filosofia

21/set/2017 13:12:21 Scientology Brescia Contatta l'autore

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L. Ron Hubbard discute della sua filosofia con il Dott. Stillson Judah

Nel novembre del 1958, in seguito a una richiesta del professore di storia delle religioni, dott. Stillson Judah, Ron discusse sia il retroscena filosofico che i principi funzionali di Dianetics e Scientology.

Sono anche estremamente pertinenti le dichiarazioni di Ron riguardo a ciò che seguì il suo lavoro a Oak Knoll, ossia la pubblicazione di Dianetics: La forza del pensiero sul corpo e, dopo di ciò, la sua scoperta di “ciò che osservava le immagini”. Su quest’ultimo fatto è interessante notare che il suo ingresso nel regno spirituale derivò, in effetti, da ricerche svolte a Wichita, nel Kansas, e dall’evidenza irrefutabile che non si vive solo una volta.

Il dialogo

RON:
L’intero soggetto nacque dall’ingegneria. Entrambe le materie derivano dall’ingegneria che scelsi come principale soggetto di studio quando ero un ragazzo, in Oriente. Dall’età di circa sedici anni fino a quando ne avevo più o meno ventuno, spesi gran parte della mia vita in Oriente dove venni a contatto con diverse scuole orientali. Al mio ritorno mio padre mi costrinse ad abbracciare le scienze fisiche come una religione, cosa che mi fornì basi matematiche e fisiche. I miei interessi principali erano nel campo della religione: buddismo e taoismo mi affascinavano. Tuttavia, non pensavo che fossero di grande aiuto alla gente o che, in altri termini, potessero in alcun modo contenere tutte le risposte per la ragione seguente: coloro che li praticavano erano poveri, di salute debole e si trovavano in rapporti molto negativi con l’universo fisico.

Così per puro caso nel 1932 lavoravo in un laboratorio, qui, all’Università George Washington, cercando di fare della poesia. Non riuscivo a comprendere perché la poesia, letta in giapponese, suonasse come poesia per qualcuno che parlava solamente inglese: poiché la poesia di diversi tipi era poesia, anche quando veniva tradotta. Che cos’era questo fenomeno legato alla poesia?

Il suono della poesia.

Andai a prendere un fotometro Koenig, uno di quei piccoli fotometri a gas, dove si parla di fronte al diaframma e si ricevono vibrazioni vocali di ritorno. Feci dei grafici di poesia per sapere come la mente reagisce a tali suoni: ebbene, la mente reagisce a tali suoni. Non riuscivo a capire nessuna effettiva ragione: perché la mente reagiva a certi suoni e ritmi e non ad altri? Perché, ad esempio, la mente differenziava un suono da una nota? Per di più questo non mi sembrava un soggetto affrontato dal mio campo.

Divenni abbastanza interessato da andare al laboratorio di psicologia dell’Università di George Washington, a quel tempo diretto dal dott. Fred Moss, che mi lasciò senza parole: c’era qualcosa di cui non ero al corrente; non ero al corrente del fatto che non sapevamo.

Ricevere un mucchio di dichiarazioni che non risolvevano assolutamente il mio problema era una cosa molto strana per una persona istruita nelle scienze ingegneristiche, dove si sa ciò che si sa quando lo si sa e come lo si sa. Ero semplicemente un ingegnere che si fidava del fatto che tutte le altre scienze, comprese quelle che si occupavano dei rapporti umani, fossero completamente capite ed incontrai qualcuno che, al contrario, non poteva rispondere alle mie domande.

Così lessi tutti i libri che fui in grado di trovare sulla psicologia e sulla mente, qui nella biblioteca del Congresso. Scoprii che stavo osservando un campo che non sapeva ciò che sapeva. Era sconcertante. Mi rivolsi a filosofie di vario tipo. Tutto ciò sfociò in una ricerca molto fruttuosa e fu solo nel 1938 che mi convinsi del fatto che non sapevamo.

Non avevamo un concetto di base di esistenza. Non esisteva nessun punto da cui partire per affrontare la mente umana o lo studio dello spirito dell’uomo. Non sapevamo nemmeno che cosa fosse uno spirito. Non ne avevamo una definizione. Dicevamo dove se ne andava o che cosa gli sarebbe accaduto e come si poteva punirlo, ma non dicevamo mai che cosa fosse e quali fossero le sue relazioni.

La mancanza di risposte.

Forse tali domande avrebbero potuto trovare risposta in qualche campo, da qualche parte, ma io, in ogni caso, non riuscivo a trovarle. Sia che si trattasse di Nietzsche o Schopenhauer, Kant o qualunque altro, brancolavano tutti nel buio. Così mi dissi: “Ecco un campo aperto”.

I miei voti all’università erano i peggiori del mondo perché ero interessato a tutt’altro che alla mia disciplina. Da quando lasciai l’università fino al 1938, eravamo in un periodo di depressione. Quando me ne andai, tutti i posti di lavoro che mi erano stati offerti non erano più disponibili da parecchio tempo. Così usai la mia conoscenza dell’ingegneria nel campo dello scrivere romanzi di fantascienza e riscossi un grande successo.

Trascorsi un’intera carriera prima della seconda guerra mondiale come scrittore di successo. Andai ad Hollywood, partii per tre spedizioni allo scopo di studiare popoli feroci e selvaggi e scoprire ciò che pensavano in generale, e le pagai con opere scritte. Avevo molto successo; diventai anche presidente dell’American Fiction Guild e via dicendo. In tutto questo tempo, però, ciò che cercavo effettivamente di fare era solo mangiare, sbarcare il lunario, pagarmi le ricerche in modo da poter alla fine giungere a un qualche punto dove vedessi un pò di luce.

Nel 1938, decisi, in modo definitivo, che nessuno aveva stabilito il concetto basilare dell’esistenza, né Darwin né altri nel campo dell’evoluzione; così dissi: “Nel bene o nel male, dovrò stabilirne uno io, per poter mandare avanti qualche tipo di indagine, visto che tutto ciò che ho fatto finora è stato osservare punti interrogativi”. E così feci.

L’opera di base che scrissi non venne mai pubblicata. Scrissi un’opera di centoventicinquemila parole che non vide mai la luce del giorno.

Un opera mai pubblicata

Dott. Judah:
Perché?

RON:
Era un tentativo di organizzare la conoscenza sulla base di un principio dinamico di esistenza, allo scopo di vedere se si poteva fare e se ci forniva risposte nel campo dello spirito. Non avevo lo scopo di migliorare nessuno o di spiegare la religione.

Mi portò a capire, attraverso valutazione, il concetto dinamico dell’esistenza: sopravvivere, o sopravvivenza. Tentai, non senza difficoltà, di esaminare questa linea, per vedere a che punto fossimo arrivati, poiché la sopravvivenza era l’unico denominatore comune che potessi trovare in tutte le razze, comportamenti ed attività. Ognuno sembrava tentare di sopravvivere. E quando non si tentava più di sopravvivere, si cercava l’opposto: il soccombere. Questi due elementi sembravano essere uniti come principi di motivazione alla vita.

Scoppiò la guerra, e dal momento che conoscevo l’Asia, fui scaraventato nei Servizi Segreti della Marina. Durante il resto della guerra, quando all’inizio stavamo perdendo nel lontano Pacifico, rispedirono quasi tutti a casa per non richiamarli più al fronte. Così mi diedero il comando di una corvetta e finii la guerra come ufficiale di battaglia.

Tuttavia, durante questo periodo accaddero delle cose estremamente interessanti, incredibili soggetti di studio per tutto quel tempo. Ebbi un equipaggio costituito al cento per cento da criminali. Erano tutti criminali. Li avevano appena presi da Portsmouth e spediti con questa corvetta. Un centinaio di uomini. Passai l’ultimo anno della mia carriera militare in un ospedale di Marina. Non ero molto ammalato, avevo però un paio di buchi che non volevano guarire. Così mi tennero lì.

La biblioteca dell'ospedale

Ovunque mi girassi, sembrava che potessi trovare uomini in difficoltà, uomini che non riuscivano a capire perché si trovavano lì e non sapevano che cosa stessero facendo. Dissi che forse la risposta si trovava nel sistema ghiandolare; forse, dopo tutto, questa era la risposta pratica. Passai gran parte di quell’anno a studiare il sistema endocrino nella biblioteca medica, cercando di scoprire se avrebbe dato buoni frutti, ed ogni risposta riportava al fatto che l’uomo era motivato da qualcosa che non ero ancora riuscito ad individuare.

Per farla breve, dopo la guerra tornai a scrivere, ma principalmente su Dianetics e la sua preparazione. Scoprii, così, che cosa l’uomo confondeva: egli confondeva se stesso con combinazioni di immagini mentali. E, agendo sulle immagini, si sarebbe potuto fare qualcosa per l’uomo. Piuttosto interessante. Mi addentrai in un campo saldo e sicuro, nel quale ero competente. Ci trovavamo nel solido campo dell’ingegneria. Esisteva un’energia; tali immagini erano misurabili, non erano immaginarie. Scoprii che erano misurabili e quindi le misurai. Si potevano posare le mani su qualche tipo di materia e si poteva produrre un effetto positivo; si poteva risalire a tutto.

Hermitage House mi persuase a scrivere un libro a larga diffusione sull’argomento. Tale libro, Dianetics: La forza del pensiero sul corpo, mi mise in grande difficoltà. Si trattava di questo: non avevo un’organizzazione, non avevo finanziamenti, non avevo nulla, e tutto ad un tratto il mondo bussava alla mia porta.

Dopo la pubblicazione di Dianetics

Dott. Judah:
Era un motore con una marcia in più?

RON:
È sempre stato un motore con una marcia in più, sicuro. Studenti universitari vennero da ogni parte del paese come pure gente da tutto il mondo. Scoprii che mi presentarono casi che non avevo mai visto in precedenza. Mi portarono difficoltà più grandi di quelle che avevo già visto. Non sapevo cosa fare con molte di queste persone, sapevo che i miei studi erano tutt’altro che completi. Volevo avere le risposte e volevo che questa storia venisse scritta ancora per un pò.

Nell’autunno del 1951 risalii a ciò che osservava le immagini. Avevamo a che fare con le immagini mentali che avevo studiato fino a quel momento assieme al comportamento che le caratterizzava, cioè la reazione e i meccanismi di stimolo-risposta con i quali la psicologia stessa era familiare, ma che non aveva mai analizzato. Scoprii che cos’era ad osservare le immagini e lo descrissi. Scoprii, inoltre, che con esso si potevano fare cose mai sperimentate prima da un punto di vista molto pratico; improvvisamente mi trovai immerso nel campo della religione, che lo volessi o no. In parole molto semplici, l’anima umana era l’uomo.

Ciò scombussolava un bel pò le cose perché la maggior parte delle religioni insegna agli uomini: “Occorre che tu ti prenda cura della tua anima”. Non era così secondo le mie scoperte. La persona con cui stavo parlando era l’anima!

Sapevo per quanti anni un buddista dovesse stare seduto a meditare e per quanto tempo un sacerdote lamaista dovesse lavorare prima di poter ottenere una visione distaccata delle cose. Poi scoprii che potevo ottenere una visione distaccata delle cose in un gran numero di persone, il cinquanta percento circa di coloro che avevo in precedenza incontrato, e ciò nel giro di pochi minuti. Fui, quindi, certo del fatto che non stavo osservando un fenomeno strano o una manifestazione psicotica. Scoprii che la psichiatria aveva saputo qualcosa di questi fatti, giudicandoli però pazzia. L’uomo era, invece, il proprio spirito. Che mi piacesse o no, mi trovai nel bel mezzo di una religione.

Lo spirito umano

Dott. Judah:
E dopo che cosa accadde?

RON:
Continuai a lavorare da quel punto per scoprire quale fosse il comportamento di tale cosa chiamata spirito umano. Sentii in qualche modo di esserci arrivato. All’inizio non sapevo nemmeno che fosse un fattore di massa. E non pensi che io stesso, essendomi abituato a pensare in termini totalmente scientifici e realistici, non mi sia dovuto totalmente ricredere. Quando ebbi a che fare con qualcosa che non potevo sentire, misurare o sperimentare, ma che di certo esisteva, decisi senza dubbio che ne avrei sentito, misurato, sperimentato e conosciuto il motivo. Infatti, ciò accadde a Londra nel 1953; costruii un elettrometro che misura la reazione di questa cosa mentre si esteriorizza da un essere.

In conclusione, fui soddisfatto di aver veramente osservato quella cosa che osserva le immagini, la cosa che sperimenta le immagini, la cosa che motiva le immagini, e mi resi conto che, a meno di non migliorare l’uomo spiritualmente, l’unica cosa che si può fare è cambiare i suoi schemi di abitudine nel senso più ingegneristico della parola. Scoprii che si può migliorare la bontà di un uomo migliorando l’uomo, il quale più o meno, era fondamentalmente buono. Per quanto mi riguardava, questo fu un grande colpo di fortuna. Quando si liberava un uomo, separandolo dalle sue punizioni del passato, si scopriva che era buono. Una cosa veramente fantastica. Ci troviamo, perciò, nel mezzo di una scienza morale ed etica che trova l’applicazione in niente più e niente meno che nello spirito umano.

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