PEZZE AL CULO, MA SOLO FINO A UN CERTO PUNTO

19/gen/2004 21.50.28 Utente Non Registrato Contatta l'autore

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16.01.2004
PEZZE AL CULO, MA SOLO FINO A UN CERTO PUNTO
di Pennina

Marco Travaglio si lascia andare spiegando le motivazioni della sua colorita uscita durante la convention dei girotondi. Rilassato e divertito fa una chiacchierata con il Barbiere mentre guida. E non mancano le punzecchiature. Più a sinistra che a destra

Marco Travaglio è al centro in questi giorni di una polemica. La novità è che la controparte non è Berlusconi & Co.

Ad essere inferociti sono vari esponenti della sinistra, da Livia Turco a Massimo D’Alema. Inizialmente prudente (“si attaccano ad ogni mia mezza parola che esce sui giornali”), il giornalista de L’Unità si lascia andare spiegando le motivazioni della sua colorita uscita (“sono entrati a Palazzo Chigi con le pezze al culo e ne sono usciti ricchi”) durante la convention dei girotondi a Roma, sabato scorso.

La prima domanda non occorre neanche farla. Travaglio ha pronta la risposta ed anche la diagnosi.

“E' stata una strumentalizzazione per creare un incidente. Un'operazione montata a freddo. Non so perché abbiano deciso di farlo”.

Proprio non lo immagini?

"Serviva un casus belli per ricominciare le guerricciole contro la direzione dell'Unità. Per levarsi l'impiccio della riapertura del dialogo tra movimenti, Di Pietro e Occhetto.

Hanno pensato di agire di tripla sponda: visto che Travaglio va ai girotondi, sono la stessa cosa. Travaglio è anche Di Pietro quindi non si dialoga. Una cosa un po' miserabile. Gli si è rotto il triciclo. Non hanno più la scusa del referendum ed hanno pensato: “ora che ci inventiamo? Montiamo il caso Travaglio! Io che rappresento me stesso e a volte nemmeno me stesso, adesso sono diventato il portavoce unico di Di Pietro e dei girotondi? Si inventino qualcosa di meglio!”.

Ma che ci sei andato a fare alla convention dei girotondi?

Mi hanno chiamato per fare domande, come si conviene ad un giornalista. Non sono minimamente interessato ad entrare in una lista o a forzare alleanze partitiche. Ho solo elencato alcune questioni irrisolte.

Ma cosa c'entro io con l'eventuale apertura dei partiti ai movimenti e a Di Pietro? La spiegazione che ti ho dato di questa montatura è provata dal fatto che la frase delle pezze al culo l'ho detta sabato, il Corriere l'ha riportata domenica e nessuno dei leader presenti, da Franceschini a Fassino, ha avuto una parola da ridire. Il caso è esploso con qualche giorno di ritardo. Sono un po’ distratti, evidentemente”.

Hai visto il Riformista di oggi?

Non lo compro sennò gli raddoppio la tiratura.

Ti chiamano “giacobino da operetta”.

“Meglio un giacobino da operetta vivo che ‘nuovo Pecorelli’ (definizione del Foglio, ndr) morto”.

Altro giornale, Il Foglio, dove non ti trattano esattamente con i guanti bianchi. Come mai ti sei lasciato intervistare?

“Per una volta che mi danno un diritto di replica, ho accettato al volo! Altrimenti non ha senso che io replichi sul Foglio ad una lettera pubblicata sul mio giornale. Mi hanno chiamato per ribattere alle affermazioni di Livia Turco. Ma li ho rimproverati. Sono stati corretti il primo giorno (nel pezzo in cui erano a confronto Travaglio e la Turco, ndr). La seconda volta hanno aggiunto alle mie dichiarazioni che Cascella e Cuperlo sarebbero degli ipocriti, cosa che non ho mai detto. Oggi hanno pubblicato la rettifica”.

Delle annunciate querele che ne pensi?

La regola vuole che le minacce di querela siano inversamente proporzionali al numero di querele che vengono poi effettivamente fatte.

Ma se hanno querelato perfino Forattini, potrebbero querelare anche a me. Certo sarebbe il primo caso in cui ricevo una querela da uno che non ho nemmeno nominato.

E dire che D’Alema è anche giornalista…

"Però disprezza i giornalisti. Li chiamava “iene dattilografe”. Ha un rapporto un po' così con la categoria.

I tuoi rapporti con L’Unità dopo la bufera di questi giorni?

“Sono ottimi”.

La rubrica “Bananas” resterà al suo posto?

Stamattina hanno ricevuto quella che uscirà domani.

E dell’editorialista Cascella che mi dici?

Hanno anche tentato di mettermi contro di lui. Ma l'ho visto due o tre volte in vita mia. Praticamente non lo conosco. Con questo gioco del telefono senza fili, dove uno riporta e l’altro distorce, gli sarà sembrato che stessi parlando male di lui.

Ma se avessi alluso a Cascella, che ci starebbe a fare a L’Unità? Farebbe il miliardario su una barca!”. Non ho detto che tutti quelli che hanno lavorato con l’ex presidente del Consiglio si sono arricchiti. C’erano anche ex ministri come la Melandri nessuno si è sentito toccato. L’affermazione riguardava alcuni, non tutti. E non ho neanche mai fatto il nome di D'Alema, come scriveva ieri il Corriere.

La confusione nasce forse dal fatto che non sei stato preciso e circostanziato. “Entrare con le pezze al culo ed uscire con i miliardi in tasca” suona come un’accusa troppo generica.

"Il mio era un discorso di carattere generale, non una requisitoria processuale. Se decido di fare un articolo su questo o quello scandalo è ovvio che mi documento.

Chi vuol saperne di più sui singoli personaggi può leggere i miei libri, se ne ha voglia. Alla convention ho buttato qualche sassolino. Dal grado di consenso deduco che il pubblico ha ritenuto interessanti le domande. Forse avrebbero gradito anche delle risposte. Ma quello non è un compito che spetta a me. Io volevo chiarezza su alcune questioni riguardanti la sinistra".

Quali?

"Mi interessa il perché ci sono certi veti a Di Pietro; il dibattito pro o contro la lista unitaria; come leggono la stagione di mani pulite e se pensano che si sia trattato di un golpe, di un’invasione di campo della magistratura.

Nella sinistra, a seconda delle correnti dei partiti, la pensano tutti molto diversamente. Non si sono fatti i conti con quella stagione di governo.

Bisognerebbe affrontare la questione a viso aperto, con un po' di coraggio e franchezza. La stessa che hanno i loro elettori. Lo vedo andando in giro per dibattiti e presentazioni di libri: sono tutti molto ansiosi di parlare, sono pronti per sentirsi dire anche cose sgradevoli e capiscono che i problemi partono da quel nodo non risolto.

Elettori intelligenti.

La base della sinistra è pronta ad autoesaminarsi. Non vedo la stessa cosa nei leader. C'è disabitudine a discutere delle cose spiacevoli, a rispondere alle domande. Cosa che non riguarda più solo Berlusconi. Ma se uno passa da Costanzo a Vespa e da Vespa a Costanzo, poi certo che dà di matto se uno fa domande: non è abituato! Bisognerebbe far fare ai politici un corso accelerato.

La colpa è anche dei giornalisti che non fanno domande?

“Ma certo. In conferenza stampa hanno chiesto a Tony Blair ‘non si sente le mani sporche di sangue?’. Una domanda naturale quando sono in gioco enormi responsabilità politico-morali. Blair non ha querelato, ha risposto. Comincino a rispondere anche i leader italiani, magari a brutto muso.

Ogni tanto vanno in viaggio negli Stati Uniti: andassero ad una conferenza stampa per vedere come trattano il presidente e si rendano conto che in Italia gli va di lusso”.

http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=10243 

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