Il vero motivo
della presenza italiana a Nassirya
di Elio Veltri
e Paolo Sylos Labini
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Lo scopo di questo articolo non è quello di
ribadire la posizione che abbiamo sostenuto contro la guerra e contro l’invio
del contingente italiano in Iraq. Né di polemizzare con gli amici del “
triciclo”, anche se riteniamo che avrebbero fatto bene a votare contro. Ci
interessa, invece, informare i lettori e commentare un fatto che riteniamo di
grande rilevanza.
Nel libro “ La guerra del petrolio”( Editori
Riuniti), l’autore, Benito Li Vigni, entrato all’Eni con Mattei e rimasto nel
gruppo fino al 1996, ricoprendovi posizioni di grande responsabilità, a
proposito di Nassirya scrive: “La presenza italiana in Iraq, al di là dei
presupposti ufficialmente dichiarati, è motivata dal desiderio di non essere
assenti dal tavolo della ricostruzione e degli affari. Questi ultimi riguardano
soprattutto lo sfruttamento dei ricchi campi petroliferi. Non a caso il nostro
contingente si è attestato nella zona di Nassirya dove agli italiani dell’ENI il
governo iracheno, pensando alla fine dell’embargo, aveva concesso - fra il 1995
e il 2000- lo sfruttamento di un giacimento petrolifero, con 2,5-3 miliardi di
barili di riserve: quinto per importanza tra i nuovi giacimenti che l’Iraq di
Saddam voleva avviare a produzione”.
Per completare l’informazione, va detto che contratti analoghi il regime iracheno aveva sottoscritto con Francia, Russia e Germania, contrarie alla guerra. Il contratto con l’ENI era particolarmente favorevole all’Italia per due ragioni: i costi di estrazione che la società di bandiera avrebbe dovuto affrontare sarebbero stati scontati con la produzione del petrolio estratto; una volta ammortizzati i costi, la produzione seguente, sarebbe stata divisa a metà tra ENI e Governo Iracheno. L’Operazione era importante a tal punto che uno dei più autorevoli giornali americani, commentandola, aveva scritto che se fosse andata in porto, l’ENI sarebbe diventata la più grande compagnia petrolifera del mondo. Resta da capire perché, dopo avere concluso la trattativa durata cinque anni, l’ENI non abbia cominciato a trivellare i pozzi. La risposta è legata alla decisione di Saddam di attendere la fine dell’embargo, per la quale aveva chiesto l’aiuto e l’intervento italiano, francese e tedesco presso la presidenza degli Stati Uniti, dichiarandosi anche disponibile, ciò che fece, a immettere sul mercato due milioni di barili al giorno per evitare l’aumento del prezzo del greggio. A questo punto qualche domanda è d’obbligo e riguarda l’attuale governo:
1) Era a conoscenza del contratto
ENI-Saddam? Essendo il presidente dell’ENI, Poli, persona molto vicina al
Cavaliere, non ci sono dubbi che il governo sia stato
informato;
2) Gli americani, che sono i veri dòmini
della situazione in Iraq e decidono chi deve partecipare agli affari, hanno
confermato al nostro governo l’impegno iracheno sui campi petroliferi di
Nassirya?
3) Se cosi fosse, è lecito chiedere in
cambio di cosa?
4) Forse, in cambio dell’impegno del governo
di sostenere l’intervento americano in Iraq e di inviare e mantenervi i nostri
soldati?
5) La Francia che pure ha interessi analoghi
ai nostri, non si è fatta tentare, perché tiene alla sua autonomia più di ogni
inconfessabile interesse : perché noi siamo tanto
subalterni?
6) Non sarebbe utile che il centro sinistra
chiedesse al governo di parlarne alla Camera prima di votare la conferma
dell’impegno in Iraq?
Augurandoci che il governo faccia piena luce
sull’argomento, anche per il rispetto che tutti dobbiamo ai 19 morti di
Nassirya, chiediamo al centro sinistra di ripensare la posizione assunta e di
opporsi alla Camera alla conferma dell’impegno italiano in
Iraq.