Chiamata senza risposta

Il presagio si avvera e a breve una catena di morti violente si susseguono, tutte preannunciate dallo stesso tipo di messaggi, con la stessa inquietante suoneria… Parte dell'interesse del j-horror giapponese, ormai forse assopito, è stata nell'abilità di fondere il mito sugli spiriti orientali con caratteri molto contemporanei relativi alla vita di tutti i giorni.

11/feb/2010 16.08.00 SoloCalcio Contatta l'autore

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Una studentessa riceve un messaggio in segreteria dal futuro lasciato apparentemente da se stessa, sul punto di morte. Il presagio si avvera e a breve una catena di morti violente si susseguono, tutte preannunciate dallo stesso tipo di messaggi, con la stessa inquietante suoneria…
Parte dell'interesse del j-horror giapponese, ormai forse assopito, è stata nell'abilità di fondere il mito sugli spiriti orientali con caratteri molto contemporanei relativi alla vita di tutti i giorni. Della tecnologia non possiamo più farne a meno e portiamo un cellulare sempre con noi. Cosa fare se questo diventasse nocivo? O addirittura la causa della nostra morte?
Sono temi che Chiamata senza risposta evita accuratamente di toccare per costituirsi esclusivamente come l'insipido remake della pellicola di Takashi Miike, The Call - Non rispondere. Il meccanismo non può che farsi logoro, anche perchè se fino a dieci anni fa vedere gli originali era pressoché un'esclusiva da festival, attualmente la distribuzione è quasi paritaria. Non si vede dunque il motivo di preferire un remake americano a distanza di pochi anni dove si perde, inoltre, l'esotismo degli spiriti orientali così come la capacità indiscussa di certi grandi registi asiatici di cimentarsi in opere di genere.
Takashi, maestro dell'orrore morboso, spesso ai limiti del visibile, si era divertito in un'opera su commissione prodigandosi in eccessi di spaventi e costruendo una trama contorta che finiva per avvitarsi su se stessa (perdendosi volutamente). The Call, che era comunque un giochino di un autore abituato a ben altro, entrava a tal punto in sintonia con lo spettatore da fargli credere che, in certi istanti, fosse il suo cellulare a squillare. Eric Vallette, invece, esplicita ogni passaggio con pedanteria, rendendo la trama ben limpida e per questo meno inquietante. L'importanza di quel qualcosa che sfugge nelle motivazioni di fantasmi che cercano vendetta, d'altronde, i maestri come Nakata Hideo e Kiyoshi Kurosawa l'hanno capita da tempo. È proprio in quella casella vuota, spesso, che si cela lo scarto tra una fabbrica di spaventi e un'inquietudine più profonda che c'impone d'indagare le motivazioni della violenza.
Infondendo un malcelato terrore che dietro le azioni omicide del fantasma di una bambina, non ci sia né la vendetta né la ricerca di pace quanto, piuttosto, un insensato odio. Elementi da sviluppare, dunque, e in un remake del genere ce ne sarebbero fin troppi. Inutile dire che Vallette si limita a una regia piatta che moltiplica persino le presunte apparenze mostruose, finendo per renderle ben presto inefficaci. Mentre la sceneggiatura evita le bizzarrie di Takeshi sterilizzando un'opera che era interessante appunto per le sue sbavature.
Di Chiamata senza risposta pare dunque evidente l'intento commerciale, quello di riproporre qualcosa di già collaudato per attirare le generazioni più giovani, molto meno evidente, purtroppo, quello creativo.

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