14 Anni Vergine

28/feb/2010 00.29.00 SoloCalcio Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.

Il primo giorno di liceo, Sam scopre con orrore che la sua vita nell’istituto sarà tutt’altro che semplice e felice: snobbato dalle ragazze, vessato dai maschi, ridicolizzato per la sua statura decisamente sotto la media e per il saluto affettuoso che mamma e papà gli riservano all’entrata. Senza perdere tempo, cerca aiuto presso il consulente psicologico della scuola, ma tutto quel che si sente rispondere è che l’unica via di salvezza è la menzogna. Deve spacciarsi per quello che non è, solo così otterrà la popolarità che cerca, la sincerità è una virtù da perdenti. Pronto a tutto, Sam le spara più grosse che può, ma, come per magia, le frottole si avverano, finendo per complicargli irrimediabilmente la vita.
14 anni vergine è il titolo della school comedy di Christian Charles, pessima traduzione italiana dell’originale Full of it, che si è sostituita al provvisorio Sam, lo sfigato raccontaballe, che se non altro si manteneva più fedele all’umorismo studentesco e senza pretese del film.
Spassoso e nulla più, questo teen movie deve la sua riuscita al clima retró che lo permea, favorito dalla faccia del protagonista Ryan Pinkston, che si direbbe fuoriuscito da una puntata della Famiglia Bradford, e da una fotografia invecchiata fino a resuscitare i primissimi anni Ottanta. In quest’aura d’ingenuità costruita ad hoc, la miccia innescata dalle bugie di Sam – un sesso di dimensioni indicibili, un padre rockstar, una madre artista d’avanguardia – dà luogo ad un’esplosione ancor più sonora, e non c’è dubbio che il risultato comico del film nasca tutto dall’esagerazione.
Quando i suoi desideri diventano realtà, la professoressa di lettere diventa più fedele di un cagnolino, la reginetta della scuola non gli dà più scampo e lui non sbaglia più un canestro, sia che tiri “a cucchiaio” sia che calci la palla da qualsiasi posizione del campo. La morale recita che “il troppo stroppia” e il film cresce su questa direttrice fino ad esplodere in un climax goliardico che non manca di qualche vera scintilla (a proposito della dislessia di Carmen Electra, per esempio).
A ribadire l’intenzione edificante prima che piccante, si aggiunge la scelta di incorniciare il “successo” di Sam in una sorta di parentesi magica, che si apre e si chiude con uno specchio rotto. Simbolo dell’identità e dell’apparenza oggettiva, quando intatto, lo specchio rotto restituisce, al contrario, un’immagine di sé alterata, buffa, grottesca. Questo, in definitiva, è 14 anni vergine, un film fatto di simbolismi facili ma efficaci, una favola sulla potente fantasia dei piccoli e la sciocca credulità dei grandi o di chi si atteggia a tale. Trama by mymovies

blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl