Storia delle bomboniere

Al giorno d'oggi esistono diversi tipi di bomboniere e i negozi che mettono in vendita bomboniere sono molto diffusi, ma può essere interessante sapere che l'usanza di regalare tali oggetti è più antica di quanto si possa immaginare, e seguirne l'evoluzione può anche dirci qualcosa in più sulla storia del costume e dell'arte europea.

06/apr/2010 10.36.09 Francesca Contatta l'autore

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Ogni ricorrenza e momento importante della nostra vita, che sia un battesimo, un matrimonio, una laurea o una prima comunione, viene ricordato grazie alle bomboniere, che in giorni così significativi non possono mai mancare.

Al giorno d’oggi esistono diversi tipi di bomboniere e i negozi che mettono in vendita bomboniere sono molto diffusi, ma può essere interessante sapere che l’usanza di regalare tali oggetti è più antica di quanto si possa immaginare, e seguirne l’evoluzione può anche dirci qualcosa in più sulla storia del costume e dell’arte europea. Innanzitutto la parola bomboniera deriva dal francese “bombonnière”, ossia contenitore di dolci (bon-bon in francese), termine diffuso in Francia già nel XVIII secolo. Si trattava di scatolette o piccole coppe preziose contenenti confetti o altro, che venivano lavorate finemente da orafi e artigiani, e che quindi venivano considerate come delle piccole opere d’arte da mostrare e di cui essere fieri. Per la loro valenza come portafortuna, tali oggetti ben si prestavano ad occasioni importanti quali matrimoni e nascite.

Anche se il termine bomboniera deriva da una parola francese del XVIII secolo, l’usanza di regalare degli oggetti preziosi beneauguranti contenenti confetti o altro era già diffusa nei secoli precedenti: in Italia, per esempio, già nel XV secolo i futuri sposi si scambiavano dei cofanetti preziosi, e il fidanzato recava in dono alla futura moglie la cosiddetta “coppa amatoria”, ossia un piatto di ceramica pieno di confetti, un dono pensato come augurio di fecondità e prosperità. I confetti, in particolare, da sempre simbolo di felicità e abbondanza (già nell’antichità gli invitati regalavano alla coppia di sposi mandorle, noci, frutta secca o piccoli dolci, che possono essere considerati come gli antenati dei confetti), si diffusero dopo la scoperta delle Indie, grazie all’importazione dello zucchero. Anche in Inghilterra, nel XVI secolo, era diffusa l’usanza di regalare delle “sweetmeat box”, ossia delle scatoline realizzate con materiali preziosi che venivano donate alle dame come gesto augurale.

Durante il XVIII secolo tali oggetti cominciarono ad essere utilizzati specificamente come bomboniere matrimonio e, come detto, erano già apprezzate in Francia, soprattutto dai nobili (erano infatti oggetti molto preziosi, realizzati in madreperla, avorio, oro). Tuttavia, è a partire dall’Ottocento che cominciarono a diffondersi maggiormente, grazie allo sviluppo della produzione industriale, e a partire dal secondo dopoguerra si diffuse l’abitudine di regalare bomboniere anche per altri eventi importanti, come battesimi e comunioni. Inizialmente uno dei materiali principi della produzione di bomboniere era la ceramica, oltre all’argento, che non è mai passato di moda: ancora oggi molti sono gli sposi che optano per bomboniere argento, che siano cucchiaini, scatoline, portapillole, piattini o altro ancora.

Le forme delle bomboniere hanno invece seguito le principali correnti artistiche: dalle ceramiche in stile rococò a quelle in stile neoclassico della fine del Settecento, fino ad arrivare agli anni Venti del Novecento, quando le fabbriche di ceramica italiane cominciarono a produrre bomboniere ispirate al Futurismo.

Al giorno d’oggi le bomboniere non sono più necessariamente degli oggetti preziosi, e a volte si preferisce optare per articoli utili e facili da riutilizzare, o che siano personalizzati in base ai gusti della coppia che li sceglie (per questo motivo sono sempre più richieste le bomboniere originali, magari realizzate artigianalmente), in modo da sottolineare, e ricordare agli invitati alle nozze, l’unicità del sentimento che unisce la coppia.

A cura di Francesca Tessarollo
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