Le bugie del tavolo verde

11/ott/2010 09.11.50 Francesca Contatta l'autore

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Cip. Bet! Raise … fold. Sono le uniche parole permesse attorno al tavolo verde durante una partita di poker. Nessun’altra parola, nessuna espressione, per non lasciare trasparire nessuna traccia del proprio stato d’animo.

Il poker è un gioco tanto affascinante quanto difficile; è diventato un vero e proprio sport, e non più gioco d’azzardo da bisca clandestina, e per giocare a poker tecnica e allentamento sono fondamentali: si indicono tornei, gare e campionati, e tutti lo conoscono almeno di nome, anche se giocarci è un’altra cosa.

Il poker, volendolo dire in parole povere, è un gioco di carte; della sua origine non si hanno certezze: potrebbe essere un gioco persiano, che i marinai della Persia insegnarono ai francesi coloni a New Orleans, ma non si ha nessuna certezza fino alla prima testimonianza, data dall’attore Joseph Crowel, che riferisce di un gioco con un mazzo da venti carte e quattro giocatori in cui questi devono scommettere su chi vincerà la mano.

È quindi negli Stati Uniti che il poker prende piede nell’era moderna, e trova ampio spazio a Las Vegas, con i suoi templi dell’azzardo, dove giocare a poker è un must, ma anche in rete, dove prosperano le online poker rooms. Il poker infatti è per sua natura un gioco d’azzardo, perché per entrare in gioco bisogna necessariamente puntare qualcosa, ed è il gioco d’azzardo in cui più di tutti conta non la fortuna (anche se ce ne vuole sempre un po’) ma soprattutto l’abilità: bisogna essere in grado non solo di valutare le probabilità, ma anche di studiare il comportamento degli avversari distinguendo realtà da bluff e saper fare a propria volta buon uso dei bluff, assolutamente leciti nel gioco. Bisogna aver chiaro che ogni minima espressione del proprio volto è segretamente studiata da tutti gli avversari, e potrebbe essere fatale per la buona riuscita di un bluff di cui, magari, si ha bisogno per vincere: se non si hanno in mano buone carte, bisogna almeno fingere di averle. Ogni strategia poker è da studiare, per trovare quella più congeniale, arrivando a fingere di fingere, come il poeta, che è un fingitore, e “finge tanto completamente che giunge a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”.

Quindi, dopo aver studiato a fondo le regole poker e una volta che si conoscono a menadito i punteggi, si può cominciare a parlare pokerese: la prima parola è cip, che è la puntata minima per entrare in gioco, e poi si continua con bet, se si è i primi a mettere una somma sul piatto, seguito da raise, se ci si sente sicuri delle proprie carte abbastanza da alzare la posta in gioco; call, invece si dice per giocare una somma e vedere le carte degli altri giocatori per scoprire se bluffavano o no, e infine fold, con il quale ci si ritira dal gioco quando ci si rende conto che gli altri potrebbero non bluffare e avere davvero in mano delle carte migliori delle nostre. Un gioco di poche parole, e soprattutto di poche espressioni.

È un gioco fatto di bugie, se vogliamo, ma per saperlo giocare bisogna saper capire le persone che abbiamo davanti. Capendo quanto i nostri avversari sono disposti a rischiare, e a perdere, forse si può riuscire a non perdere troppo, e studiando ogni movimento, ed ogni espressione, magari minimamente sfuggita al controllo per un secondo, si può capire, forse, se è il caso di andare avanti oppure di fermarsi.


Articolo a cura di Lia Contesso
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