E' MORTO MATTEO SALVATORE : lu bandito del Gargano

voleva con la chitarra ti confonde e ti scoraggia opponendoti atteggiamenti,

27/ago/2005 19.35.09 Ufficio Stampa Antonio Piccëninnë Contatta l'autore

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E' MORTO MATTEO SALVATORE : lu bandito del Gargano
Oggi ci lascia un grande della musica popolare. Italo Calvino disse di lui "Matteo è l'unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere".
Fù al Carpino Folk Festival del 1999 con la trilogia tipica delle sue ballate: canti d’amore, di miseria, ballate allegre e comiche, arricchite dagli aneddoti divertenti che racconto con singolare linguaggio e gestualità. Una serata indimenticabile.
E' difficile parlare di lui come di un angelo, era difficile anche solo parlare con questo angelo, se puntualmente e improvvisamente egli appena smetteva di cantare come solo lui sapeva fare, passando con divina disinvoltura dai toni profondi al falsetto, e di suonare la chitarra, cioè di fare quello che voleva con la chitarra ti confonde e ti scoraggia opponendoti atteggiamenti, diciamo così, profanatori. Nel senso che profanano e quasi smentiscono quell'angelicità. Ma forse sta proprio qui la persistente grandezza di Matteo: nella sua irriducibilità, anzi nella sua imprendibilità. Così forse lui si è difeso per tutta la vita da un mondo che non è mai riuscito a capire. Matteo è' rimasto quello di sempre: solo, disperato, intrattabile.
Un'altro grande della terra delle memoria del Gargano, Andrea Sacco in questa circostanza direbbe "chi suona e canta non muore mai". Ecco, Matteo nel salutarti siamo convinti che tu, la tua musica e le tue parole non morirete mai.
Disse ancora Italo Calvino di lui "le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare". Allora come può morire uno le cui parole debbono ancora essere inventate.

C'è una ragione precisa perché si scriva tanto poco e si sia così avari di riconoscimenti formali nei confronti di un artista e di un produttore di cultura, quale è Matteo Salvatore, che pure in oltre cinquant'anni di attività ha dato alla Puglia, al Sud, all'Italia e al mondo uno straordinario contributo musicale, vocale, linguistico e tematico, giustamente considerato unico per quantità, qualità e tipologia. Questa ragione risiede nel carattere di Matteo, anzi nel suo caratteraccio, nella sua disperazione, nel suo anarchismo, nella sua ruffianeria, nella sua brutale e autistica indisciplinatezza. Diciamo pure nella sua doppiezza. E' difficile parlare di un angelo (in questo caso un angelo della musica popolare, del mondo dei diseredati), è difficile anche solo parlare con questo angelo, se puntualmente e improvvisamente egli appena smette di cantare come solo lui sa fare, passando con divina disinvoltura dai toni profondi al falsetto, e di suonare la chitarra, cioè di fare quello che vuole con la chitarra ti confonde e ti scoraggia opponendoti atteggiamenti, diciamo così, profanatori. Nel senso che profanano e quasi smentiscono quell'angelicità. Ma forse sta proprio qui la persistente grandezza di Matteo: nella sua irriducibilità, anzi nella sua imprendibilità. Così forse lui si è difeso per tutta la vita da un mondo che non è mai riuscito a capire o anche solo ad accettare nella sua complessità, rimanendo il solo, l'unico vero cantante popolare italiano, non cellofanato né dalla consapevolezza e dalla ricerca culturale né dall'industria discografica e dello spettacolo. E' rimasto quello di sempre: solo, disperato, intrattabile.
Beppe Lopez

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... Matteo si racconta, al solito, alternando fatti veri e quelle che sembrano a lume di buon senso sbruffonerie. La poverissima infanzia ad Apricena (dove è nato nel 1925). Il papà facchino e la mamma, "camuffata da mutilata", che va a chiedere l'elemosina a Poggio Imperiale per procurare un po' di pane ai figli. Fa il garzone di cantina a otto lire l'anno. Gli muore una sorella di quattro anni per denutrizione. E' tra gli uomini e i bambini di sette-nove anni che stanno "nella piazza del paese per essere venduti". "Gente, io ci sono stato nei campi di grano a mietere. Sotto il sole cocente, curvo dall'alba al tramonto". L'incontro storico con il vecchio maestro Pizzicoli, cieco, suonatore di violino, mandolino e chitarra, "portatore di serenate" (quasi esclusivamente canzoni napoletane), dal quale Matteo in tre anni impara a suonare "alla perfezione". A 20 anni si sposa con Antonietta, che però muore di tumore dopo poco più di un anno. A Benevento, che frequenta per contrabbando di tabacco, conosce e sposa una ragazza, con la quale ha una prima figlia. Finalmente emigra a Roma: ci mette un mese per arrivarci, saltando da un carretto di passaggio ad un altro. Cominciano gli anni vissuti in baracca. Canta con la chitarra canzoni napoletane ai tavoli di "Giggetto er Pescatore", ai Parioli. Qui lo nota il regista Giuseppe De Santis, che lo incarica di andare a registrare in Puglia canzoni popolari per un film ("Uomini e lupi" con Yves Montand). E' a questo punto che nasce l'angelotruffatore. "Dopo aver composto quattro ballate, telefonai a de Santis, spacciandole per canti popolari". Porta moglie e due figli da Benevento a Roma. Qui, in baracca, gli nasce il terzo figlio. Un giorno canta in una trattoria di Trastevere e viene scoperto da Claudio Villa, col quale farà poi tournée all'estero. Incide il primo 78 giri, quattro canzoni per facciata: La morte traditrice, Lu pugliese a Roma, Lu vecchie, Lu limone, Cuncettina, I maccheroni, I capelli neri, Zompa cardille. Verranno poi le incisioni per la Vis radio, la Fonit Cetra, la Cgd. Comincia il successo, Ma anche la sua guerra contro i discografici: lui sospetta sempre che vogliano imbrogliarlo e derubarlo ("non mi consegnavano tutto quanto mi spettava di diritto") e quindi è lui a imbrogliarli (consegnando le stesse incisioni, in esclusiva, a più etichette). Verranno le trasmissioni radiofoniche, grazie anche all'aiuto di amici ed estimatori come Renzo Arbore. Matteo diventa ricco. C'è poi la lunga e drammatica storia con Adriana, l'amante, ispiratrice e collaboratrice. Lo scoprono gli intellettuali: prima il regista Maurizio Corgnati, quindi Franco Antonicelli e Italo Calvino (per lo scrittore "Matteo è l'unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere"). E' del 1966 il suo primo lp, inciso a Milano: Il lamento dei mendicanti, accolto trionfalmente dal mondo della cultura. Nel 1968 partecipa al Cantagiro con Lu soprastante. Vive ancora in baracca quando fa la sua prima tournée in Canada. "Ho inciso anche lì. Avevo guadagnato più di due miliardi di oggi". Nel 1972 arriva il suo capolavoro, Le quattro stagioni, un cofanetto di quattro lp con cinquanta canzoni incise per la Rca-Amico. Ad un certo punto Matteo annota: "La povera Adriana morì d'infarto". Si tratta in effetti di una vicenda oscura, per la quale Matteo conosce anche il carcere. Dopo, "per quattro lunghi anni sono uscito fuori dall'arte". Seguono un periodo di tournée e incisioni autogestite, il ritorno a Foggia ma anche i riconoscimenti informali di tutti coloro che praticano la musica popolare nei confronti del Maestro, del Pioniere. Lo venerano in particolare i napoletani: i Barra, i Bennato, Pino Daniele (per il quale Matteo "è il più grosso fenomeno musicale italiano, potrebbe rappresentare la nostra musica nel mondo").
Beppe Lopez
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Un uomo assolutamente fuori dal comune. Cantautore famoso, ha vissuto una giovinezza di miseria e di analfabetismo, riscattandosi poi con la dolcezza della sua chitarra e la forza poetica delle sue parole. Un riscatto accompagnato da mille straordinarie follie, poiché Matteo Salvatore è uomo che sfugge a ogni regola e a ogni legge, arguto e imprevedibile come ogni lazzarone, geniale e sregolato come un vero artista, ruffiano e incantatore come ogni uomo destinato al successo.
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.... non ricorre esplicitamente ad alcuna tradizione: inventa un nuovo stile, staccandosi da qualunque passato e anticipando la generazione dei grandi cantautori italiani che riconoscono nel cantastorie pugliese il loro maestro. Egli trova parole di struggente poesia e suona, anzi arpeggia, la chitarra divinamente, componendo stupende melodie...
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.... La poesia di Matteo non è solo moto dell’animo, ma, pur nella non conoscenza delle regole, è anche sapiente e raffinata capacità di piegare la sua lingua alle necessità del verseggiare, con genio, passione ed ironia.
Raffaele Vescera
DISCOGRAFIA - LP
1963 Storie e melodie d’amore del Sud (Royal - msr A 300/006)
1963 Brutta cafona. 12 canzoni folkloristiche pugliesi
(Galleria del Corso 1963 - POP 1515 )
1966 Puglia (Cetra - LPP 60)
1967 Il lamento dei mendicanti (Dischi del Sole - DS 140/42/CL)
1970 Le Puglie di Matteo Salvatore (Tank Record - DL 133)
1971 Le mie Puglie - Padrone mio ti voglio arricchire (Amico - ZSKF 55038)
1972 Le quattro stagioni del Gargano - 4 LP (Amico - DZSLM 55139-1/2/3/4)
1973 Del caldo Sud - 2 LP (Broadway - BW 13061)
1973 Matteo Salvatore, poeta contadino (Variety - REL SI 19169)
1973 Storie e melodie d'amore del sud (Cicala - BL 7019)
1973 Matteo Salvatore (Cetra - LEL 182)
1973 La Puglia di Matteo Salvatore (Quadrifoglio - VDS 259)
1974 Matteo Salvatore. Canzoni pugliesi (Cicala - BL 7082)
1976 Aria di casa nostra. Storie e fatti di casa nostra Storie e fatti di casa nostra (Record Bazar - RB 69)
1978 Matteo Salvatore (Cetra - LPP 389-390)
???? Matteo Salvatore (Gr - LP HP 3768)
???? Storie e fatti di Puglia - RCA (serie Charter line)
 
ufficio stampa
Carpino Folk Festival
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