Ridi Pagliaccio, il tenore Francesco Medda è Canio il 27 e 29 novembre 2008

31/ott/2008 16.24.34 Francesca Maffini - Ufficio Stampa Contatta l'autore

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Il tenore drammatico Francesco Medda intona “Ridi Pagliaccio”.

E’ Canio nell’opera di Leoncavallo in scena il 27 e 29 novembre a Fidenza (PR)

Attesa tra i melomani per vedere l’interpretazione del tenore sardo

 

- comunicato stampa -

 

Parma, 31 ottobre 2008 - Ridi Pagliaccio, sul tuo amore infranto, ridi del duol che t'avvelena il cor! Il confronto immediato è con Enrico Caruso che fece la prima registrazione discografica di Recitar... vesti la giubba (spesso chiamata Ridi, pagliaccio), incisione superò il milione di copie vendute: è il tenore sardo Francesco Medda – voce importante e di grande personalità del palmarés contemporaneo con le sue tre ottave di estensione – a misurarsi con il grande maestro Caruso, interpretando l’impegnativo Canio, nell’opera lirica “Pagliacci” su libretto del compositore Ruggero Leoncavallo, in  scena al teatro Magnani di Fidenza (25 km da Parma) il 27 e 29 novembre 2008.

Reduce dai successi di critica e di pubblico ottenuti a ottobre con selezioni da Otello a Parma nell’ambito del carnet collaterale al Festival Verdi, in Toscana e nel Lazio dove è stato impegnato durante l’estate in una lunga tournee – qui ha vestito gli abiti di un passionale Don Josè nella “Carmen” messa in scena dalla Iko in coppia con il soprano Claudia Marchi – oggi Medda è concentrato su un ruolo “verista” per eccellenza: quello del capo comico di una compagnia itinerante di attori. Tenore spinto possente, d’una intensità espressiva eccezionale, degna di occupare un posto d’onore tra i grandi interpreti emergenti dell’arte lirica odierna, Medda è molto atteso dai melomani non solo parmensi, ma anche piacentini, reggiani e modenesi.

Canio è un ruolo che amo perché è il perno di un dramma a forti tinte di ambiente popolare, con spiccate caratterizzazioni regionali – ha detto il tenore - E’ uno dei miei cavalli di battaglia: nel prologo "l'autore ha cercato pingervi uno squarcio di vita" che "al vero ispiravasi", tanto che "con vere lacrime" "vedrete amar siccome s'amano gli esseri umani". Proprio su questi concetti, tipici della tradizione verista, si innesta il rapporto emozionale tra gli spettatori e noi artisti. Canio esprime la tragedia sempre attuale di un uomo non amato, violento eppure carico di dolore”.

Si tratta di un’opera molto sentita per Medda, nato in Sardegna e oggi residente tra Milano e Parigi perché, come ha spiegato “Pagliacci mostra un fine secolo in cui l’Italia del Sud e delle isole entrava con i suoi autori, i problemi, i paesaggi e i costumi nel teatro illustre. In questa direzione si colloca la più celebre di queste creazioni, che con Cavalleriacostituisce una sorta di unità teatrale”.

Dal prologo fino alla romanza No, pagliaccio non sono di Canio, l’opera di Leoncavallo ambientata nel 1865 è un manifesto poetico del verismo: l’aspetto meta-teatrale del dramma mi ha sempre affascinato. La compagnia di Canio giunge in un paesino meridionale in provincia di Cosenza per rappresentare una commedia. La realtà e la finzione finiscono col confondersi.”

Non tutti sanno che l’opera si ispira a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo, in Calabria, quando il compositore era bambino, e in seguito al quale il padre di Ruggero Leoncavallo, che era magistrato, istruì il processo che portò alla condanna dell'uxoricida. Tradizionalmente, l'opera viene rappresentata in coppia con l'altro capolavoro del teatro musicale verista, Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni”.

Dunque, Dramma ma soprattutto verità drammaturgia straziante perché questo Canio porta in scena il dolore, le lacerazioni dell’anima e la passione” tiene a sottolineare Francesco Medda, uno dei pochi tenori drammatici con la capacità di fondere la passione della voce alla perfetta dicitura del verso, che rende comprensibile il fraseggio scandito anche sotto il profilo contenutistico.

 

La trama dell’opera ruota attorno al tema del tradimento e della fiducia: Canio non sospetta che la moglie Nedda lo tradisca con Silvio, un contadino del luogo. Tonio, che ama Nedda ma che è da lei respinto, avvisa Canio del tradimento. Quando Canio scopre i due amanti che si promettono amore, vorrebbe scagliarsi contro Nedda, ma arriva uno degli attori a sollecitare l'inizio della commedia perché il pubblico aspetta. Canio non può fare altro, nonostante il suo turbamento, che truccarsi e prepararsi per la commedia (Recitar... Vesti la giubba).

Canio, nel ruolo di Pagliaccio, impersona appunto un marito tradito nella recita dalla sposa Colombina. Indossando la maschera – velato dietro al suo personaggio - recitando, rinfaccia a Nedda la sua ingratitudine e trattandola duramente le dice che il proprio amore è ormai mutato in odio per la gelosia. Di fronte al rifiuto di Nedda di dire il nome del suo amante, Canio uccide lei e Silvio, accorso per soccorrerla. Tonio e Beppe, inorriditi, non intervengono, ma gli spettatori, comprendendo troppo tardi che ciò che stanno vedendo non è più finzione, cercano invano di fermare Canio, che, a delitto compiuto, esclama beffardo: “la commedia è finita!”.

E negli occhi del pubblico si fondono allora la voce di Canio e il ricordo della moglie Nedda – nel primo atto - che risponde cupamente “Un tal gioco, credetemi, è meglio non giocarlo con me… il teatro e la vita non son la stessa cosa”.

 

Maestro Medda, come sta preparando questo ruolo?

Tenendo conto che i temi drammatici presenti nei Pagliacci recuperano, per certi aspetti, alcuni modelli operistici illustri (la gelosia da Carmen e Otello, il paesaggio meridionale da Cavalleria rusticana, la deformità del gobbo pagliaccio Tonio da Rigoletto), anche nella scelta di costruire la recitazione terrò conto di tante sfumature. Ma soprattutto l’elaborazione teatrale del personaggio Canio lascerà emergere un’originale scambio o commistione fra attore e uomo, fra scena e vita, fra finzione e sentimenti autentici. Cerco sempre di infondere un sentimento, una sensazione, qualcosa di personale in ogni ruolo che interpreto. Quando questo accade si crea una sorta di magia.

Quale è, secondo lei, la dote più importante di un cantante lirico per far breccia nell'anima del pubblico?

Noi abbiamo il dovere di prepararci bene prima di presentare il nostro lavoro al pubblico, poi dobbiamo tenere conto che esiste un fatto inspiegabile che è il carisma, un dono impagabile che nessun maestro può insegnare.

 

FRANCESCO MEDDA

Il tenore ha già offerto le sue corde vocali a Cavaradossi in Tosca, Chenier nell’Andrea Chenier, Don Alvaro ne La Forza del Destino, Otello in Otello, Calaf in Turandot.

Nel repertorio spiccano Radames in Aida, Turiddu nella Cavalleria Rusticana, Pinkerton in Madama Butterfly, Don Josè in Carmen, Manrico ne Il Trovatore, Des Grieux in Manon Lescaut, Sansone in Samson ed Dalila.

Conterraneo del grande tenore sardo Bernardo De Muro, dall’isola Medda è approdato a Milano e poi si è esibito in importanti ruoli operistici sia in Italia che all’estero: si annoverano i successi nei teatri di Cape Town, Buenos Aires, Osaka, Tokyo, Il Cairo, Dublino, Toronto dove ha tenuto alta la bandiera dell’opera lirica tricolore. Ha cantato a La Scala di Milano, Teatro PalaFenice a Venezia, al Festival Puccini a Torre del Lago, a Modena, Ravenna, Roma. Ha collaborato con grandi direttori quali De Bernardt, Chailly, Gandolfi, Bellugi, Bonynge e registi quali Zeffirelli, De Tomasi, Crivelli, Van Hoecke. Ha inciso i Carmina Burana per la Kicco Classic.

 

Biglietteria Teatro Magnani di Fidenza
tel. 0524.522044

 

 

 

 

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