PSICOFARMACI COME METODI DI CONTROLLO

Poche ore dopo, il tragico annuncio: Giuseppe è morto, il cuore non ha retto.

10/dic/2009 13.06.54 Davis Fiore Contatta l'autore

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Da trattamenti psichiatrici, già di per sé lesivi, gli psicofarmaci

sono diventati metodi di controllo e punizione. La metà degli immigrati

nei Centri di Identificazione e Espulsione è sotto psicofarmaci [1] e

l'abuso di queste sostanze nelle carceri è, a dir poco, allarmante. Non

si ha nemmeno il diritto di essere informati sugli effetti collaterali,

i foglietti illustrativi restano in infermeria. Manuel Eliantono, in

una lettera alla madre, scrive: "Mi riempiono di botte e di

psicofarmaci". Viene trovato morto per arresto cardiaco. Senz'altro vi

furono percosse e violenze, ma soprattutto, come spiega la madre:

"farmaci somministrati con la forza, farmaci tossici per il suo fegato

malato in dosi esagerate".

Stessa sorte per Giuseppe Uva, condotto in caserma e poi trovato il

giorno seguente in condizioni orribili dalla sorella. "Non ci sembrava

neanche nostro fratello" spiega in un'intervista, "aveva la testa con

sotto quattro cuscini, era coperto da un lenzuolo, una flebo e russava

in un modo che praticamente non era russare, perché lì c’era qualcosa

che lui... ormai lo stava lavorando la morte". Poche ore dopo, il

tragico annuncio: Giuseppe è morto, il cuore non ha retto. Gli erano

stati somministrati Tavor, En e Solfaren, che secondo il decreto dei

dottori gli hanno bloccato il battito cardiaco.

Nei Centri di Identificazione e Espulsione forse capita persino di

peggio. I detenuti si sono ormai abituati a repressioni, rivolte e

suicidi. Gli psicofarmaci, come apprende l'avvocato Paolo Cognini da un

assistito, vengono messi persino nel cibo. Senza alcuna cautela

riguardo agli effetti collaterali, a volte mortali. Come nel caso di

Hassam Nejl, trovato morto nella cella, a cui era stato somministrato

un miscuglio di metadone e calmanti. Secondo il referto, una concausa

del decesso per arresto cardiaco.

Gli psicofarmaci sono diventati un’arma per reprimere con la forza il

comportamento delle persone, per offuscare le menti e rendere le

persone zombi, facili da controllare. L'articolo 5 della Dichiarazione

universale dei Diritti dell'Uomo recita: "Nessun individuo potrà essere

sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o

degradanti". Se l'Italia non intende fare un passo indietro e finire

nella lista dei paesi che non rispettano i diritti umani, dovrà

compiere uno sforzo notevole ma necessario, per porre fine a simili

pratiche disumane e degradanti.

Davis Fiore

[1] Il fatto quotidiano, 9 dicembre 2009







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