Commento alle dichiarazioni sul celibato di Benedetto XVI

L'attuale legislazione canonica, aggiornata proprio dal Papa all'epoca in cui era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede nel 2001 con la lettera "De delictis gravioribus", non prevede la denuncia alle autorità civili dei "delitti gravi" compiuti da una persona consacrata quale, ad esempio, la pedofilia.

12/mar/2010 15.34.00 Ass. Sacerdoti Lavoratori Sposati Contatta l'autore

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12/3/2010

Mentre Benedetto XVI riafferma che Il celibato dei sacerdoti di rito latino rimane un valore "sacro", anche l'arcivescovo di Salisburgo, Alois Kothgasser, si e' detto favorevole ad un ripensamento del celibato per i preti, chiedendo alla Chiesa Cattolica di domandarsi se puo' essere ancora uno stile di vita adeguato per i sacerdoti.

Le misure per affrontare lo scandalo della pedofilia dovevano già essere progettate da decenni. Non basta solo chiedere scusa oggi con ritardi di anni solo perchè i fatti già noti in parte, in moltissimi casi ai vescovi diocesani, vengono ora fatti conoscre all'opinione pubblica attraverso i media  dagli interventi-testimonianza delle vittime.
L'attuale legislazione canonica, aggiornata proprio dal Papa all'epoca in cui era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede nel 2001 con la lettera 'De delictis gravioribus', non prevede la denuncia alle autorità civili dei "delitti gravi" compiuti da una persona consacrata quale, ad esempio, la pedofilia. 

Il problema del celibato per l'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati per essere rilanciato correttamente dal punto di vista teologico andrebbe inquadrato in un concetto teologico-spirituale del sacerdozio ministeriale che necessita di riforma radicale.

Il problema non si configura ipotizzando un prete normale che ha la parrocchia e che adesso è celibe, ma potrà vivere la stessa dimensione
di vita odierna con la propria famiglia. Anche questo potrebbe andare bene come momento di passaggio. Ma è la figura del sacerdote come tale che va
rivisitata e riproposta.

Il prete non deve essere un luogotenente di una posizione (la parrocchia) che fa parte di un mandamento (la diocesi) che a sua volta è porzione di un grande complesso governato da Roma. Se dal punto di vista storico (ed anche organizzativo) tutto questo ha avuto ed ha ancora un significato, occorre guardare avanti e pensare al sacerdote come uomo che sia punto di riferimento di una comunità che ha come centro il Cristo ed il suo messaggio.

Il sacerdote si configurerà  come un fratello che Dio ha chiamato ad aiutare altri fratelli a vivere il vangelo ogni giorno. Con la propria famiglia o no.
Operaio o impiegato. A tempo pieno o a tempo parziale.
Questo modo di vedere il sacerdozio  rivoluziona anche il modo
di porre il messaggio cristiano. Si torna alla chiesa delle origini ed al
"piccolo gregge" che è stato lievito che ha sconvolto la pasta corrotta dell'impero, sale che ha dato sapore ad una società stanca e viziata, luce sul candelabro che ha illuminato un mondo dominato dalla fede nel potere delle armi e della politica.

La nostra associazione si chiede se i sacerdoti sposati ("uxorati" nella tradizione delle Chiese cattoliche di rito orientale) sono forse "figli di un Dio minore?". La "persistenza" del clero uxorato "non ha nessun valore teologico?". Forse non è anch'esso, come quello celibatario, "un vero sacerdozio", "frutto di una chiamata?". Dopo le conquiste del Concilio Vaticano II, che aveva "dato dignità ecclesiale e teologica al sacerdozio uxorato", la "teologia romana" ha trasformato quasi surrettiziamente il "sacerdozio uxorato" in un "sacerdozio abusivo" oppure in un sacerdozio "altro" rispetto a quello celibatario, "un sacerdozio minore, meno perfetto, che realizza in grado inferiore e parziale il senso dell'ordinazione".

Una tendenza a cui aveva dato inizio Giovanni Paolo II, con l'esortazione apostolica del 1992 Pastores dabo vobis che "afferma formalmente la connessione oggettivamente fondata tra celibato e sacerdozio". Il tutto nel silenzio della Congregazione per la Chiese Orientali (dicastero vaticano da cui dipende il clero cattolico delle diocesi di rito bizantino), che sorprendentemente "non ha mai avuto nulla da replicare".

Sul celibato ecclesiastico non si contano i convegni, e non si conta la letteratura di tipo teologico, spirituale, canonico, pastorale. Si può dire che nella comunione cattolica si è creata una sorta di riflesso condizionato: si dice sacerdozio e si pensa celibato Dopo aver affermato a chiare lettere che il sacerdozio uxorato è benemerito nella struttura della Chiesa, e va onorato, il Concilio lo ha riconosciuto come vero sacerdozio, che nasce da una chiamata divina e da un discernimento ecclesiale proprio come il sacerdozio celibatario, e che è dunque un dono di Dio proprio come quello.

Dopo che il Concilio ha ribadito che il celibato ha particolari ragioni di convenienza teologica, ma rimane una pura e semplice legge ecclesiastica, abbiamo avuto la ventura di ricevere nel 1992 l'esortazione apostolica Pastores dabo vobis che afferma formalmente la connessione oggettivamente fondata tra celibato e sacerdozio. Secondo la Pastores dabo vobis, la Chiesa cattolica, chiedendo per il rito latino il celibato, non stabilisce semplicemente una legge (che, come prima si diceva, ha varie motivazioni e una convenienza teologica), bensì formula una norma basata sul senso stesso dell'ordinazione sacerdotale, perché l'ordinazione sacerdotale configura ontologicamente a Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa e trova nel celibato la sua corrispondenza adeguata.

In altre parole, il sacerdozio uxorato diventa o un sacerdozio abusivo, nel senso che non è conforme a ciò che l'ordinazione ontologicamente significa, o è un altro sacerdozio rispetto a quello celibatario, un sacerdozio minore, meno perfetto, che realizza in grado inferiore e parziale il senso dell'ordinazione.

 Ci sono delle forzature teologiche, continua l'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati,nelle odierne dichiarazioni di Papa Ratzinger. Secondo la  teologia manualistica  la legge del celibato è una pura lex ecclesiastica. Eppure i testi e l'azione delle Congregazioni romane dicono il contrario.
 Matrimonio e sacerdozio sono in continuità e unità fra loro.  come sacerdoti sposati, siamo in piena fedeltà a Dio, alla sua famiglia e alla comunità. Esiste un'unità che ha senso e che è fedeltà a Dio.

Il comunicato dell'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati si conclude con una riflessione dall'interno: "non è proprio la Chiesa a presentare se stessa come la vera ed unica educatrice affidabile? Specificatamente nella gestione della «sana sessualità»? Accompagnandola con le polemiche continue contro il modernismo laicista licenzioso e permissivo - soprattutto in tema di omosessualità?".

Esiste ancora un'insuperata incapacità degli molti uomini di Chiesa di coniugare il dato religioso-teologico tradizionale con la (post) modernità. Avendo ossessivamente interpretato quest'ultima come quintessenza della licenza, del libertinismo, del laicismo, non hanno capito l'originale moralità che sta al fondo del moderno. E si ritrovano con le peggiori patologie in casa propria, nelle proprie istituzioni pedagogiche.

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