L'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati è intervenuta sulle dichiarazioni del cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn

12/mar/2010 15.40.14 Ass. Sacerdoti Lavoratori Sposati Contatta l'autore

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L'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati è intervenuta sulle dichiarazioni del  cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn, che ritiene il celibato dei preti utile a spiegare in parte gli atti di pedofilia commessi da religiosi cattolici.

In una pubblicazione della sua diocesi, interrogandosi sulle cause degli abusi, emersi ultimamente a cascata in Germania e in Austria, Schoenborn dice di ritenere che di queste cause facciano parte ''sia l'educazione dei preti, sia gli strascichi della rivoluzione sessuale della generazione del 1968, il celibato come lo sviluppo della persona''.

L'arcivescovo di Vienna fa dunque appello a un ''cambiamento di visione'' sul celibato.

Il 4 novembre 2009, Benedetto XVI ha emanato la Costituzione Apostolica "Anglicanorum Coetibus" che, sostanzialmente, consente l'ammissione all'esercizio del ministero sacerdotale cattolico del clero anglicano che, abbandonando quella chiesa, ne faccia richiesta.
Essendo noto che il clero anglicano non è celibatario per cui traslocherebbe con moglie e figli nelle file cattoliche il messaggio che è passato è il seguente: ci sarà una revisione in atto per quanto riguarda il celibato cattolico romano?

I preti sposati cattolici che da anni chiedono silenziosamente, riservatamente di poter dialogare con i Pastori sono continuamente snobbati ed ignorati quando non addirittura vessati dagli stessi vescovi locali che mostrano aperture e cordialità a livello personale e poi s'adeguano all'andazzo di non prendere in mano la patata bollente perché dall'alto c'è ostinata ed ostile chiusura.

Il problema della mancanza di sacerdoti e religiosi nella Chiesa è terribile.
In Europa l’età media dei sacerdoti è di 68 anni e in Spagna di 65. Lo stesso problema avviene tra i religiosi e le religiose che si vedono indotti a cercare “rinforzi” nei Paesi africani o asiatici per coprire i posti necessari.
Si può pensare a cosa accadrebbe se in una qualsiasi categoria professionale - maestri, poliziotti, personale sanitario, pompieri, ecc. - l’età media si aggirasse intorno ai 65-68 anni: sarebbe il fallimento e la fine della professione.
Ma nella Chiesa nessuno sembra fare autocritica rispetto a tale problema. Nessuno si interroga sul perché questo accada. Nessuno stabilisce i mezzi per poter correggere questa disastrosa tendenza.
Le conseguenze in moltissimi Paesi, soprattutto dell’America Latina (ma anche dell’Europa), sono tremende. Moltissime comunità si vedono private dell’Eucarestia domenicale e devono sostituirla con atti liturgici guidati da laici. In molte regioni i cristiani possono partecipare all’Eucarestia solo 4 o 5 volte all’anno per mancanza di sacerdoti. Moltissime parrocchie e case religiose hanno dovuto chiudere.
Molti dati potrebbero essere presentati, come il rapporto dei domenicani olandesi o il libretto del vescovo tedesco, ma residente in Sudafrica, Federico Lobinger, intitolato “I preti di domani”, in cui egli scommette con decisione sull’ordinazione di preti sposati appartenenti alle stesse comunità.

La Chiesa dovrebbe avere il valore e il coraggio sufficienti per comprendere che il modello di “sacerdote tradizionale” ripreso dall’epoca del Concilio di Trento è superato da un pezzo e che bisogna offrire modelli molto diversi di prete, ben più adatti alla vita e alla cultura di oggi, come indica molto bene Lobinger.
Si tratterebbe di preti con un proprio lavoro, una propria famiglia, che vivrebbero la propria fede nella comunità. E sarebbe la comunità intera ad assumere il protagonismo e non il prete. Sarebbe la Comunità intera ad organizzare e distribuire i diversi servizi che si richiederebbero, rispondendo alle qualità dei distinti membri.

Non c’è motivo perché debba esistere solo il prete di parrocchia, per quanto questo modello debba ancora continuare ad esistere per un certo tempo.
Sono necessari nuovi modi di essere prete, che dovrebbero coesistere con il modello tradizionale. I preti operai sono un buon esempio di come sia possibile essere preti in un modo diverso da quello tradizionale. Oggi le strutture parrocchiali sono diventate obsolete per moltissima gente. Nessuno nella Chiesa si domanda perché i giovani si annoiano nelle messe e si allontanano?

Sono necessari altri quadri di riferimento in cui poter esprimere la fede con la comunità.
“I nostri luoghi di incontro non sono i templi, sono le nostre case accoglienti e aperte a tutta la comunità, i campi aperti in cui si possa stare tutti in una maniera più familiare o ampli saloni per uso civile da utilizzare per le nostre celebrazioni religiose”.

“Dobbiamo pertanto essere comunità cristiane fortemente impegnate con i problemi concreti del popolo, partecipando alle sue lotte, alle sue rivendicazioni, appoggiando le mobilitazioni popolari in strada e tutte le cause giuste dei settori più sfavoriti della società”.

Il nuovo modello di prete avrà molto a che vedere con la preoccupazione per le cause sociali e ambientali, con l’impegno a fianco degli esclusi e di quanti meno possiedono in questa società, con l’interesse per i problemi del Terzo Mondo, con l’attiva militanza nel mondo di Internet in cui tanto bene si può fare a tanta gente e in tante forme...

Il Cardinal Bertone,  ha affermato che l’anno sacerdotale si rivolge anche a coloro che hanno abbandonato il ministero.

Per quanto ci riguarda, è una consolazione sapere che alle più alte istanze della Chiesa non ci si dimentichi di noi. Siamo migliaia noi sacerdoti

In molte occasioni è un controsenso che nella Chiesa ci si lamenti della mancanza di vocazioni e di scarsità del clero, quando tanti sacerdoti sposati, se fosse loro permesso, sarebbero contenti di continuare a servire il popolo di Dio con il loro ministero. Non c’è bisogno di soffermarci su quanto tante volte è stato detto: che per molti secoli nella Chiesa il celibato non è stato obbligatorio e che oggi la Chiesa cattolica di rito orientale riconosce il celibato come uno stato di vita facoltativo per il clero. E che sono molti i sacerdoti cattolici provenienti dalla Comunione Anglicana  che mantengono la loro vita familiare.

Per questo ci rallegriamo per quanto affermato dall'arcivescovo di Vienna che fa  appello a un ''cambiamento di visione'' sul celibato. L’anno sacerdotale abbia un pensiero, per quanto modesto, per noi sacerdoti che abbiamo lasciato il ministero. Per essere realisti, non dico che debba essere un’occasione per riaprire il dibattito sul celibato facoltativo nella Chiesa (sebbene non sarebbe male che un giorno venisse fatto con serietà) ma è almeno auspicabile che si rivolga l’attenzione a quanti sono passati a questa “riserva” in mezzo a scelte che per molti non sono state per nulla facili. Molti di noi sarebbero felici di passare un’altra volta al ministero attivo, soprattutto per dare una mano in luoghi in cui i cristiani hanno più fame della parola di Dio e dei sacramenti.

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Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati
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