Ronnie James Dio: la voce più bella dell’Heavy Metal

Ronnie James Dio: la voce più bella dell'Heavy Metal Di chiare origini italiane (il vero nome è Ronald James Padavona), Dio è nato a Portsmouth, nel New Hampshire, il 10 luglio 1942.

27/set/2010 21.13.24 Blog Network Contatta l'autore

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Di chiare origini italiane (il vero nome è Ronald James Padavona), Dio è nato a Portsmouth, nel New Hampshire, il 10 luglio 1942. Da adolescente ha iniziato a proporre musica suonando rockabilly, per poi spostarsi verso sonorità sempre più hard, sino a costituire un gruppo stabile cui a dato il nome di ELF. Con essi, Ronnie si è trasferito in Inghilterra, dove ha registrato 3 album e ha assunto una certa notorietà che lo ha portato ad aprire i concerti dei Deep Purple. È stato in quel frangente che Dio ha conosciuto un Richie Blackmore in procinto di lasciare la band di Hertford. Rimasto favorevolmente impressionato dalle doti canore dell’americano, il chitarrista ha chiesto agli ELF di unirsi in un’avventura che è sfociata nei Rainbow.

Nel 1979, dopo 4 anni e 3 dischi pubblicati con i Rainbow, Ronnie è stato ingaggiato come cantante dai leggendari Black Sabbath, dove ha avuto il difficile compito di sostituire una leggenda quale Ozzy Osbourne. Il singer ci è riuscito in pieno ed è rimasto nella band di Toni Iommi sino al 1982, registrando pietre miliari quali Mob Rules e Heaven And Hell. A quel punto, però, ha deciso di intraprendere la carriera da solista.

Raccogliendo attorno a se una vera e propria accolita di superstar del rock, quali Vinnie Appice, ex drummer dei Sabbath e oggi con i Def Leppard, l’ex bassista dei Raindow Jimmy Bain e il chitarrista nordirlandese Vivian Campbell, nel 1983 Dio ha pubblicato lo splendido Holy Diver, forse il suo lavoro più rappresentativo. Il classico sound dell’Heavy Metal inglese è qui corredato con testi di matrice medievale, che parlano di saghe epiche e di occultismo. I brani sono tutti molto belli; su tutti spiccano la title track, Stand Up And Shout, Dont’ Talk to Strangers, Gipsy, Caught In The Middle e, soprattutto, Rainbow In The Dark, con l’inconfondibile, orecchiabile, giro di tastiera del famoso Ray Manzarek dei Doors, ospite d’onore del disco.

Dopo Holy Diver la moglie di Ronnie, Wendy, ha assunto il controllo manageriale della band, la quale ha affrontato le prime date americane di supporto agli Aerosmith. Nel corso del tour, al gruppo si è aggiunto in pianta stabile il tastierista Claude Schnell. Nello stesso periodo Dio ha riportato notevole successo anche in Europa, grazie ad una magnifica esecuzione al famoso festival di Donington nell’estate del 1983.

L’anno seguente è uscito The Last In Line, anch’esso impregnato di riferimenti mitologici e fantastici, subito seguito da un tour americano che ha visto gigantesche scenografie sul tema principale del disco: l’antico Egitto. Proprio Egypt (The Chains Are On), l’ultima traccia del disco, è il pezzo più pregiato, assieme a We Rock, Mistery, Evil Eyes e, naturalmente, The Last In Line.

Nell’aprile del 1985, durante la registrazione di Sacred Heart, Dio ha convocato 36 artisti tra i più noti dell’Heavy Metal e ha prodotto il singolo Stars, per raccogliere fondi contro la fame del mondo.

Come detto, quello è stato però l’anno di Sacred Heart il quale, nonostante ottime canzoni quali le orecchiabili Rock’N’Roll Children e Hungry For Heaven, la potente opening track King Of Rock’N’Roll e Sacred Heart, risulta essere un disco inferiore ai primi due. La colpa è stata della crisi in atto fra Vivian Campbell e lo stesso Ronnie Dio, che non molto tempo dopo è sfociata nell’allontanamento del chitarrista (lo ritroveremo nei Whitesnake), sostituito da Craig Goldie, che aveva suonato nel primo stupendo album dei Giuffria.

Goldie ha esordito nel brano Time To Burn, l’unico registrato da studio dell’anonimo Intermission, un mini live con solo cinque canzoni in scaletta.

Dio ha recuperato notorietà e attendibilità grazie a Dream Evil, uscito nel 1987, e con un mastodontico tour ricco di effetti pirotecnici, laser e mostri robotizzati. La track list dell’album è ricca e variegata, dove il pezzo forte è senza dubbio la semi-ballad All The Fools Sailed Away, seguito da Sunset Superman, Night People, Naked In The Rain, When A Woman Cry e la title track.

L’album che ha inaugurato il nuovo decennio è stato Lock Up The Wolves, registrato nel 1990 con una formazione tutta nuova: il fenomenale diciottenne Rowan Robertson al posto di Goldie, il batterista Simon Wright, che aveva suonato in due album degli AC-DC, sostituto di Appice, Teddy Cook al basso e il nuovo tastierista svedese Jens Johansson, che arrivava dai Rising Force di Malmsteen e che più avanti si unirà agli Stratovarius.
Il lavoro ricalca il sound dei dischi degli esordi. Tra tutti i brani, i migliori sono senza dubbio Lock Up The Wolves, che supera gli 8 minuti e ricorda molto da vicino i Black Sabbath e Hey Angel. Quindi Born On The Sun, Between Two Hearts e My Eyes.


A quel lavoro è seguita la momentanea reunion con i Black Sabbath, sfociata nel buon LP Dehumanizer. Quindi, nel 1994, il nuovo disco di Dio Strange Highways Ancora una volta il cantante è stato costretto a cambiare completamente la line-up. Dietro le pelli è tornato Appice, mentre al basso è arrivato dai Dokken Jeff Pilson. Al posto di Robertson Dio ha scelto Tracy Grijalva, noto come Tracy G, chitarrista dall’impostazione più aggressiva, il quale ha contribuito a rendere il disco più duro rispetto ai precedenti. Anche i soggetti mitologici e fantasy hanno lasciato il posto a testi più impegnati, con forti prese di posizione di carattere sociale. La svolta è stata però accolta piuttosto gelidamente dai fans, e sia l’album sia il tour hanno ottenuto scarso successo.
Brani quali Strange Highways, Give Her The Gun, Pain o Jesus, Mary, & the Holy Ghost non sono affatto male, ma sono lontani anni luce dal classico stile di Dio.

Stessa sorte l’ha ottenuta anche il successivo Angry Machines, datato 1996. Rispetto a Strange Highways è entrato in formazione Scott Warren alle tastiere, ma le vendite sono state ugualmente scarse.

Per rilanciare il gruppo, Ronnie ha realizzato allora un doppio album intitolato Inferno-The Last In Live, che presenta brani anche dai tempi di Rainbow e Black Sabbath.

Nel 1999 con Magica, Dio ha voluto creare un concept-album sul tema della magia. Anche questo LP, che ha visto ancora il cambio alla batteria tra Appice e Simon Wright, è stato però accolto tiepidamente dai metallari. Da ascoltare i quasi 20 minuti di Magica Story, brano che chiude il disco.

Migliori rusultati li ha ottenuti Killing The Dragon, anche se, tra tutta la discografia di Dio, questo è il lavoro meno “metallico”. L’ennesimo chitarrista Dough Aldrich, che attualmente suona nei Whitesnake, ha dato un’impronta più vicina al Rock’n’Roll; non per niente uno dei brani s’intitola proprio Rock’n’Roll. Gli altri da segnalare sono quello che da il titolo al disco, Along Comes a Spider, Guilty, Scream e Throw Away Children.

Master Of The Moon, del 2004 è l’ultimo lavoro da studio. Per quanto riguarda il sound non si discosta più di tanto da Killing The Dragon. The Man Who Would Be King, One More for the Road, The Eyes, Master of the Moon, sono tutti buoni brani veloci e orecchiabili, ma non potenti quanto quelli degli anni ’80.

Gli ultimi dischi realizzati da Ronnie Dio prima di sciogliere definitivamente la sua band sono due doppi live: nel 2005 è stato rilasciato Evil or Divine – Live in New York City e l’anno successivo Holy Diver Live, dove sul CD1 è proposta tutta la track  list di Holy Diver, naturalmente dal vivo.

Nel 2006 Dio si è ritrovato con i vecchi compagni di viaggio dei Sabbath, quelli dei tempi di Mob Rules (Iommi, Butler e Appice) per formare gli Heaven And Hell. Il gruppo ha realizzato 2 album, uno dal vivo e uno stupendo da studio, The Devil You Know.

Purtroppo, nel 2009 al cantante è stato diagnosticato un cancro allo stomaco che in breve tempo l’ha portato alla morte. Il 16 maggio scorso, infatti, all’ospedale di Houston, la voce più bella dell’Heavy Metal mondiale, l’icona incontrastata del genere, se n’è andata, lasciando un vuoto enorme tra i tantissimi che lo hanno amato.

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