TUMORE DELLA PROSTATA, NO ALL’USO INDISCRIMINATO DEL PSA.

L'esame del PSA (antigene prostatico specifico) non può essere utilizzato in maniera indiscriminata come strumento di screening del tumore della prostata, la più frequente neoplasia maschile che ogni anno in Italia fa registrare circa 23.500 nuovi casi e 7000 decessi.

08/apr/2011 12.11.03 Francy Antonioli Contatta l'autore

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L’esame del PSA (antigene prostatico specifico) non può essere utilizzato in maniera indiscriminata come strumento di screening del tumore della prostata, la più frequente neoplasia maschile che ogni anno in Italia fa registrare circa 23.500 nuovi casi e 7000 decessi. La sensibilità del test varia dal 70 all’80%, questo significa che il 20-30% delle neoplasie non viene individuato quando il PSA viene utilizzato come unico mezzo diagnostico. Va eseguito solo quando è necessario, cioè dopo i 50 anni, se vi è familiarità diretta per questo tumore e quando si soffre di disturbi urinari. L’importanza di un uso “mirato” del PSA viene sottolineata dalla XIX Conferenza Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dedicata ai tumori urologici (della prostata, del rene, del testicolo e della vescica), in corso fino a domani a Torino (Centro Congressi Unione Industriale). “Non è stabilita una soglia standard in questo esame che indichi con certezza la presenza di un carcinoma - sottolinea il prof. Carmelo Iacono, presidente nazionale AIOM - e valori elevati possono essere dovuti a un’infiammazione o a un’infezione. In questi casi sono necessari ulteriori accertamenti, in particolare attraverso la biopsia, per arrivare a una diagnosi più precisa. Al tradizionale test di partenza (PSA) si affiancano oggi due nuovi marcatori (PHI e PCA3) che consentono di ottenere risultati più specifici e quindi di maggiore, anche se non totale, affidabilità. Non vi sono evidenze scientifiche che stabiliscano l’opportunità di utilizzare lo screening in maniera diffusa sulla popolazione generale, tendenza che aumenterebbe il rischio di sovradiagnosi ed uno scarso vantaggio in termini di riduzione di mortalità. È importante, anche per la sostenibilità del sistema, che venga operato un bilancio tra costi e benefici”. “Vogliamo trattare il tumore della prostata seguendo il modello organizzativo ormai consolidato per il cancro del seno con le ‘Breast Unit’ – spiega Luigi Dogliotti, professore di oncologia medica dell’Università di Torino, A.O.U. San Luigi di Orbassano (TO), e presidente della XIX Conferenza Nazionale AIOM -. La creazione di ‘Prostate Unit’, in cui lavorino in stretta sinergia urologi, oncologi, radioterapisti e anatomopatologi, consentirebbe infatti di ridurre ulteriormente la mortalità di questa neoplasia”. Negli ultimi 5 anni ci sono stati cambiamenti epocali nel trattamento del tumore della prostata e del rene. “La sopravvivenza media del carcinoma della prostata ormonoresistente - afferma il prof. Massimo Aglietta, direttore della Divisione di Oncologia Medica dell’Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro di Candiolo (TO) - infatti è passata da uno a quasi 5 anni. Il carcinoma prostatico, infatti, un tempo poteva essere trattato solo con la terapia antiormonale, oggi nuovi farmaci chemioterapici e target antiandrogeni hanno cambiato radicalmente le prospettive, anche per la fase metastatica. Nelle neoplasie renali, che ogni anno colpiscono circa 8000 persone nel nostro Paese, grazie all’identificazione di specifici bersagli molecolari, da un bagaglio di farmaci molto limitato e di modesta attività, siamo passati ad un vero boom di opzioni terapeutiche, in continuo sviluppo, con risultati molto incoraggianti anche in fase avanzata”.


I due nuovi marcatori che si affiancano al PSA sono l’indice PHI (Prostate Health Index) e il PCA3. “Il primo - afferma il prof. Iacono - si effettua con un semplice prelievo del sangue e consente, contrariamente al passato, di misurare il PSA in tutte le sue frazioni: PSA totale, PSA libero più una nuova sottounità ([-2]proPSA), individuata di recente. Un’equazione aritmetica di tutte queste componenti permette di ottenere un valore, l’indice di salute prostatica, che, se inferiore a 28, indica un minore rischio di presenza tumorale. Il marcatore PCA3 è un antigene tumorale, rilevabile nelle urine dopo che il medico, nel corso della visita, ha effettuato un massaggio prostatico per via rettale. Entrambi i test non sostituiscono il PSA, ma si affiancano a questo per offrire al medico un ventaglio più ampio di elementi di valutazione”. I valori soglia del PSA attualmente consigliati sono convenzionali e hanno un basso valore predittivo, sia positivo che negativo. È altrettanto vero che l’adozione di valori più bassi tenderebbe ad aumentare i costi, la morbilità, il numero di biopsie e di neoplasie non aggressive sovradiagnosticate. “Sono stati proposti numerosi metodi per migliorare la specificità del test – continua il prof. Dogliotti -, in modo da ridurre le biopsie non necessarie. Uno è rappresentato dall’aggiustamento del valore soglia per fascia di età: l’impiego di indicatori più elevati per pazienti più anziani consente infatti di diminuire le biopsie diagnostiche. Un altro strumento è rappresentato dalla cosiddetta PSA density, che esprime il rapporto tra PSA circolante e dimensioni della ghiandola prostatica misurate con l’ecografia. L’interpretazione di questa relazione è tuttavia condizionata da diverse variabili che ne limitano l’impiego”.  Una sessione della Conferenza nazionale AIOM è dedicata al trattamento del cancro del testicolo. Rappresenta solo l’1% dei tumori maschili con circa 1000 nuovi casi all’anno e colpisce soprattutto giovani di età compresa tra i 20 e i 40 anni. Nell’ultimo trentennio sono stati compiuti passi in avanti straordinari, se pensiamo che la guarigione supera il 90% dei casi. Uno degli obiettivi principali oggi è diminuire gli effetti collaterali delle terapie. Durante il Convegno per la prima volta l’AIOM ha previsto, nella parte introduttiva, un incontro con l’AIRTUM (Associazione italiana dei registri tumori) per valutare l’incidenza e la mortalità negli ultimi 30 anni di queste neoplasie. E verrà illustrato, in una sessione speciale, il modello della Regione Piemonte nella prevenzione del cancro della vescica, che ogni anno fa registrare circa 19000 nuovi casi nel nostro Paese (quasi 16000 tra gli uomini e più di 3000 tra le donne). Questo sistema, unico in Italia, prevede l’obbligatorietà della trasmissione all’autorità giudiziaria da parte degli anatomopatologi dei referti relativi ai nuovi casi. Un modello che, in 25 anni, ha permesso di individuare i fattori di rischio professionale dovuti all’esposizione a sostanze chimiche, presenti in alcune fabbriche, contribuendo a eliminarli prima che causassero ulteriori danni. Questa forma di collaborazione tra medici e magistrati ha definito una nuova categoria di malattie professionali. Il dott. Raffaele Guariniello, pubblico ministero della Procura di Torino, uno degli ideatori del sistema, interverrà nel corso della Conferenza.
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