Quale futuro per l’università italiana?

04/lug/2011 07.40.30 Sara Borsari Contatta l'autore

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L’università italiana, tra le tante pecche e le mille rivoluzioni delle varie riforme, cerca faticosamente di stare al passo coi tempi.

Lo scollamento tra il periodo passato sui libri e il mondo del lavoro è ancora lontano dall’essere sanato, così i neo-laureati (e spesso anche quelli che prolungano gli studi con master, specializzazioni e dottorati) si trovano costretti a rimanere ancorati ai genitori.

È riconosciuta tuttora l’elevata preparazione teorica fornita dagli atenei italiani, ma rispetto all’estero i laureati sono meno pronti ad affrontare il mondo del lavoro.

Le aziende sono perciò poco propense ad investire sui giovani; vengono concessi tirocini gratuiti come fossero favori personali e spesso, per avere un briciolo di autonomia economica, si è costretti a svolgere lavori part-time (camerieri, commessi, baristi etc..) che niente hanno a che fare con l’elevato livello formativo raggiunto in anni di studio.

L’ipotesi di continuare la carriera universitaria si scontra con un sistema gestito da baroni, in cui solo i protetti dei professori riescono ad ottenere qualcosa e comunque con ben poche garanzie per il futuro. Di meritocrazia si riempiono le bocche, ma all’atto pratico rimane un miraggio.

Anche per questi motivi la classifica delle migliori 200 università mondiali, stilata dal settimanale The (Times Higher Education) non vede più alcuna italiana; le ultime due superstiti, Bologna e La Sapienza, sono finite fuori dal top.

I cambiamenti a livello tecnico e burocratico, come la possibilità di svolgere corsi in video o audioconferenza o l’attivazione di pagamenti online per l’iscrizione ai corsi, rendono la struttura più agile, ma non portano effetti sulla qualità della formazione.

Non rimane che attendere gli sviluppi seguenti alla riforma Gelmini; ampiamente criticata al momento della proposta, deve ora affrontare lo scontro con la realtà.

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