Judas Priest: gli Dei del Metal

11/lug/2011 10.59.04 Blog Network Contatta l'autore

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Riffs affilati come lame di rasoio, sorretti da una potente sezione ritmica e da una voce dalla timbrica eccezionale, il tutto condito con testi oscuri, fantascientifici, impregnati di violenza metropolitana e un’immagine fatta di borchie e cuoio nero; sono questi gli elementi che hanno contribuito a fare dei Judas Priest l’incarnazione stessa del concetto di Heavy Metal.

Il primo nucleo dei Judas Priest si è formato a Birmingham nel 1969,  su iniziativa del chitarrista K.K. Downing e del bassista Ian Hill. Un paio di anni più tardi è arrivato il cantante Rob Halford, ma la formazione è stata completata solo nel 1974 con l’ingresso del secondo chitarrista Glen Tipton. Subito dopo il gruppo ha firmato il primo contratto discografico con la Gull. Qualcuno avrà notato nella line-up l’assenza di un batterista. In quel periodo, infatti, se ne sono avvicendati parecchi, come John Hinch, Alan Moore e Simon Phillips, e bisogna aspettare Les Binks, nel 1978 per avere la stabilità dietro le pelli.

Ad ogni modo, il primo lavoro Rocka Rolla, uscito nel 1974, non ha ottenuto grande successo. Disco ancora legato ai canoni dell’hard rock di Deep Purple e Black Sabbath e anche del progressive in voga in quel periodo, esso vede in pezzi quali la title track, in One For Road, nell’articolata Winter e in Never Satisfied i suoi brani migliori.

Sad Wings Of Destiny, rilasciato due anni più tardi, presenta già in fase embrionale l’Heavy Metal che caratterizzerà il sound dei Judas negli anni a venire. Ben costruito e molto efficace, soprattutto negli incroci tra le due chitarre di Tipton e Downing, esso regala ai fans canzoni che sono diventate dei capisaldi nella storia del metallo pesante, come la sinfonia rock Victim Of Changes, le potenti Genocide e The Ripper, la sabbathiana Tyrant e la progressive ballad Dreamer Deceiver.


Numerosi concerti in giro per la madre patria hanno portato un po’ di notorietà alla band, che nel 1977 ha firmato per la CBS. Il primo lavoro per la nuova etichetta è stato Sin After Sin, prodotto da Roger Glover dei Deep Purple. L’LP, che presenta nella track list una versione metallica di Diamond And Rust di Joan Baez e buoni pezzi quali Sinner, con un coro che ricorda addirittura i Queen, la romantica Here Comes The Tears, la dura Starbreaker, Hell Bent For Leather, Take On The World, un inno che dal vivo funziona una meraviglia, e Raw Deal, segna l’inizio della notorietà dei Judas Priest, spingendoli a diventare una delle band di rock duro più acclamate d’Europa. Di grande aiuto, sotto questo punto di vista, erano anche i pirotecnici e coinvolgenti live shows, con Rob Halford che irrompeva sul palco a cavallo di un Harley-Davidson.

Nel 1978 è uscito Stained Class, degno seguito del lavoro precedente, forse più potente grazie all’uso sempre più insistito della doppia cassa, merito del nuovo batterista Les Binks. La metallica Exciter, l’epica title track, Better By You, Better Than Me, Saints in Hell, la suggestiva Beyond the Realms of Death e Heroes End sono tutte canzoni entrate nella leggenda del genere.

Killing Machine, sempre del 1978, prosegue il discorso del disco precedente e contiene altri brani che per intensità costituiscono il gotha del metallo pesante: Running Wild, Delivering The Goods, Evil Fantasies, The Green Manalishi, cover dei Fleetwood Mac, la ballad Before The Dawn, Burnin’ Up e Hell Bent For Leather. C’è da dire anche che è nato in questo periodo il look tutto pelle e borchie che diventerà caratteristico non solo dei Judas ma anche di tutte le altre Heavy Metal band che l’hanno adottato. Lo stesso album è uscito l’anno successivo negli Stati Uniti come Hell Bent For Leather. Il titolo è stato cambiato perché ritenuto non idoneo per il mercato americano.


Nel 1979 è stato rilasciato uno dei primi dischi live per quanto riguarda l’Heavy Metal, Unleashed In The East, dove il gruppo è riuscito a condensare tutto il meglio dell’Heavy Metal anni ‘70. Si può sicuramente affermare che Unleashed In The East è per i Judas Priest quello che Made In Japan è per i Deep Purple.

L’anno seguente, dopo l’arrivo dell’ennesimo batterista nella figura di David Holland, i Judas Priest hanno conquistato il mercato americano con l’album British Steel. Altra pietra miliare della carriera del quintetto di Birmingham, questo LP è diventato il prototipo più imitato del metal moderno. I brani presenti in scaletta sono tutti più dinamici rispetto al passato. I migliori sono la memorabile Breaking The Law e Living After Midnight, senza dimenticare Rapid Fire, la pesante Metal Gods, brano simbolo del gruppo, United e Steeler.

Il tour inglese che ne è seguito, assieme ai nuovi eroi Iron Maiden, ha visto il tutto esaurito ed è sfociato nella partecipazione al primo Monster Of Rock di Castle Donington.

Nel febbraio 1981 è arrivato nei negozi Point Of Entry, un buon disco che però ha registrato una leggera inflessione nelle vendite. I Judas, infatti, puntavano soprattutto al mercato a stelle e strisce e il disco presenta brani più commerciali rispetto il passato, risultando per questo un po’ fiacco. Il pezzo migliore è, per quanto mi riguarda, l’opening track Heading Out To The Highway, ma sono degne di menzione anche Desert Plains, Solar Angels, Troubleshooter e Hot Rockin’.

Il colpo che ha reso definitivamente i Judas Priest gli “Dei Del Metal” s’intitola Screaming For Vengeance. Datato 1982, esso è diventato negli States il primo disco di platino del gruppo e ad oggi è il loro album più venduto. Per la prima volta osserviamo una copertina dall’iconografia futuristica, con il rapace-robot Hellion. Anche il suono è altrettanto tecnologico. Appoggiamo la puntina sul vinile (o il laser sul CD) e ascoltiamo l’andamento epico dell’intro The Hellion, che sfocia nella stupenda Electric Eye. Quindi si susseguono pezzi leggendari come Bloodstone, You’ve Got Another Thing Comin’, la cavalcata selvaggia Riding On The Wind e la veloce title track.


Defender Of The Faith è il seguito un po’ prevedibile di Screaming For Vengeance e questo si nota già dalla copertina, dove campeggia un altro mostro blindato, la tigre Metallian. Il brano di punta è la stupenda Freewheel Burning, seguito da Rock Hard Ride Free, l’epica The Sentinel, Some Heads Are Gonna Roll, la malinconica Night Comes Down e Heavy Duty, che funge da intro alla corta, ma intensa title track.

Nel 1986 è la volta di Turbo, un lavoro che ha lasciato i fans della prima ora piuttosto amareggiati a causa di un deciso cambio di direzione. Era l’epoca delle sperimentazioni elettroniche anche nel metal, le avevano messe in atto gli Iron Maiden con Somewhere in Time, i Quiet Riot con QRIII e gli Accept con Russian Roulette, tanto per citare i più famosi, e il gruppo di Rob Halford ha voluto compiere lo stesso passo, introducendo nel sound le chitarre-synth. Turbo Lover e Out In The Cold sono brani deliziosi, ma troppo commerciali per un gruppo come quello di Birmingham, i quali hanno fallito, al contrario dei rivali Iron Maiden, perché la loro classica potenza è venuta completamente a mancare. Da ascoltare, oltre le due canzoni già citate, sono comunque l’anthemica Rock You All Around The World, Looked It, Reckless e Parental Guidance.

Dopo un’assenza durata tre anni i Judas Priest sono tornati in Inghilterra  Il tour è andato benissimo e ha convinto Halford e soci a tornare sui loro passi per rivestire i panni dei Metal Gods del passato. Così, dopo la parentesi del disco dal vivo Priest…Live, la band ha sfornato Ram It Down, un ritorno alle origini, non proprio quelle degli anni ’70, ma al genere che ne ha decretato il successo all’inizio degli ’80. Nonostante tutto il lavoro, un po’ standardizzato, ha venduto meno del precedente. Ram It Down, Heavy Metal, I’m A Rocker, Hard As Iron, Monster Of Rock e la cover di Chuck Berry Johnny B. Goode, sono i pezzi più forti. Blood Red Skies, brano dall’andamento epico di oltre 7 minuti, presenta ancora le sonorità elettroniche di Turbo.

Il gruppo in quel periodo viveva un po’ di rendita; quello che continuava a spingerli verso l’alto erano i concerti, nei quali lo spettacolo era davvero assicurato. A quel punto, però, Holland ha lasciato la band e i Judas sono stati costretti a cambiare ancora batterista. Questa volta dietro le pelli si è seduto l’ottimo Scott Travis.

Nel 1990 il gruppo è tornato sul mercato dopo una lunga assenza con Painkiller. L’album, è stato ben accolto sia dalla critica sia dai fans e presenta un sound tra i più duri della carriera dei Judas Priest, grazie anche alla potenza del nuovo drummer. Pezzi quali la title track, Leather Rebel, Metal Meltdown, One Shot At Glory, l’epica Night Crawler, Hell Patrol e Touch Of Evil non sfigurano accanto a quelli del passato. In A Touch of Evil è presente come ospite il tastierista dei Deep Purple Don Airey.

Terminata la tournèe che ne è seguita, Rob Halford ha inaspettatamente lasciato la band. Sulla scelta hanno influito numerosi fattori, tra cui le voci ricorrenti sulla sua omosessualità, che hanno minato l’immagine del metallaro duro e selvaggio, e le condizioni fisiche dopo un incidente accorso durante il concerto di Toronto, quando si è schiantato sul palco con la moto a causa della nebbia creata dagli effetti scenici. Un altro motivo, forse quello più veritiero, va ricercato nella voglia di creare una band tutta sua. Infatti, poco dopo, egli ha formato i Fight, portando con se anche Scott Travis.
Il colpo per i Judas è stato durissimo e si è pensato addirittura allo scioglimento. Dopo cinque anni di silenzio, però, è stato scelto un nuovo cantante, l’americano Tim “Ripper” Owens, frontman di una cover band tributo agli stessi Judas Priest.

Ripper Owens

Purtroppo Jugulator, disco uscito nel 1997, non ha ottenuto riscontri positivi da parte dei fans, un po’ per la novità, mai digerita, della nuova voce e un po’ per il cambio di direzione intrapreso dalla band, che in questo lavoro si è dedicata al Grind Core e al Nu Metal. Jugulator, Burn In Hell e Blood Stained sono i pezzi più importanti del disco, insieme alla lunghissima Cathedral Spires, 10 minuti di classico Heavy Metal.

Nel 1998 è stato rilasciato l’album dal vivo Live Meltdown, e tre anni più tardi ecco Demolition, disco dalle sonorità simili al precedente, ma con un riscontro di vendite peggiori.

Viste le continue polemiche con i fans e per favorire il ritorno in seno alla band di Rob Halford, nel 2004 Owens ha lasciato i Judas Priest. Ristabilita la line up dei tempi d’oro, il gruppo ha intrapreso un tour europeo con gli Scorpions, al termine del quale ha dato alle stampe Angel Of Retribuition. Il nuovo lavoro ha segnato un netto dietro front verso il classico sound dei Judas anni ’80, fatto questo che ha accontentato tutti e riscosso pareri eccellenti dalla critica. Judas Rising, Revolution, Hellrider sono tutti ottimi pezzi. Lochness, il brano che chiude l’album, con i suoi 13 e passa minuti è il più lungo mai prodotto dalla band. Deal With The Devil racconta la storia del gruppo; Angel, invece, è una deliziosa ballata semi-acustica.

Nel 2008 è arrivato nei negozi quello che fino a ora è l’ultimo album da studio dei Judas Priest: Nostradamus. Si tratta di un doppio CD, realizzato come concept album sulla vita del famoso astrologo. Si raccontano le sue profezie e il fatto che egli fosse stato esiliato proprio per colpa di esse. Dopo la sua morte, però, il mondo ha capito che lui aveva ragione. Le tastiere di Don Airey questa volta la fanno da padrone, donando al disco un suono particolarmente sinfonico e moderno, senza però rinunciare alla potenza dell’Heavy Metal.


Dopo avere dato l’assalto al mondo per quasi 40 anni, tenendo alto il marchio di Metal Gods in tutti e quattro gli angoli del pianeta, i Judas Priest, una delle più influenti band heavy metal di tutti i tempi, hanno annunciato che quest’anno eseguiranno il loro ultimo tour mondiale. L’Epitaph Tour, questo il nome, partirà l’11 giugno da Tilburg (Olanda) e toccherà tutte le principali città del mondo, dove saranno riproposti quei brani che hanno contribuito a rendere il nome Judas Priest sinonimo di metallo pesante. Per chi fosse interessato, il gruppo di Birmingham sarà a Milano il 22 giugno per il Gods Of Metal, unica data italiana.

Ad aprile, però, K.K. Downing ha deciso di ritirarsi e non suonerà in tour. Il suo posto è stato preso da Ritchie Faulkner, ma il comunicato stampa non ha precisato se sarà una scelta permanente. I ragazzi hanno comunque chiarito che questa non è la fine dei Judas Priest, e che attualmente stanno scrivendo nuovo materiale per il prossimo album. Gli Dei del Metal sono duri a morire.


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