I Coribanti: Speranza

Carissimi lettori, oggi voglio tornare a parlare di musica popolare salentina, facendo una recensione al primo (e per ora unico cd uscito) del gruppo salentino dei Coribanti.

Persone Valentina Locchi, Cinzia Marzo, Giancarlo Colella
Luoghi Grecia, Salento, Lu, Acquarica del Capo
Argomenti musica, canto, balletto-danza

13/feb/2012 10.03.24 Blog Network Contatta l'autore

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Carissimi lettori, oggi voglio tornare a parlare di musica popolare salentina, facendo una recensione al primo (e per ora unico cd uscito) del gruppo salentino dei Coribanti.

La prima traccia è una canzone-manifesto, interpretata sulla melodia di “Nia nia”. Il brano, scritto per il testo da Giancarlo Colella, chitarra e voce principale nonché direttore del gruppo, è una serie di strofe sciolte nella più pura tradizione salentina. Questa “modernità che sgorga dalla tradizione” e ne ricalca quasi tutte le caratteristiche in maniera si direbbe naturale ed istintiva, è forse la più grande caratteristica dei Coribanti, tutti nel Salento dicono di ispirarsi alla tradizione e di innovarla fedelmente, loro signori lo fanno!

Il secondo brano è un classico della tradizione salentina, ma sempre bello e piacevole da ascoltare. Il brano a cui ci si riferisce è “Lu rusciu de lu mare”, dove brillano le due bellissime e dolci voci femminili del gruppo. Il canto, come in tutto il cd, non ha bisogno di essere calcato, il gruppo porta la dolcezza nella musica popolare salentina, cantando “come gli viene da dentro” (per usare un’espressione cara a Cinzia Marzo degli Officina Zoè). E proprio agli Officina Zoè fa pensare questa rielaborazione, se non fosse che la presenza del flauto la avvicina, anche per la sinuosità delle linee melodiche, a quella degli Alla Bua. Comunque i rimandi ai “maestri” (perché si può anche imparare dai moderni, non solo dagli antichi) non scalfiscono la forte autonomia di questa versione, che, in una seconda parte continua con una tammurriata. La tammurriata è però suonata con la dolcezza tipica dello stile del gruppo, che spero sinceramente si imponga nel panorama della riproposta, difatti, e l’ho già detto ma mi ripeto volentieri, piuttosto che evolversi facendo del folk qualcosa di altro da sé, bisognerebbe portarlo leggermente verso la contemporaneità magari non calcando il canto.

E quando si torna a ritmo di pizzica si canta una bellissima melodia d’autore con testo altrettanto d’autore. Entrambe sembrano tradizionali, forse quello che connota lo stile di Giancarlo Colella è una facilità per la rima, il distico rimato, che io non trovo molto in gran parte dei canti tradizionali da me conosciuti, che si muovono con assonanze o rime casuali. Il brano, insieme a “Pizzica dei Coribanti” è il mio preferito da quando ho questo disco, si intitola “Comu focu de ristucciu”. Tipica pizzica con il giro di tonica-dominante, notevolissimo il flautino dolce, a tratti leggermente stonato (ma la troppa limpidezza di molti flautisti blasonati da molto più fastidio) e insuperabile è la terzina di mandolino, suonato dai Coribanti senza pretese mediterranee, piuttosto come ricordo della classe artigiana, che ha altrettanto sviluppato il folklore, magari portandolo verso musicalità più vicine a quelle colte, più prossime allo strumentale piuttosto che al polivocale, più ballabili che cantabili. Rivalutatelo cari salentini!

Il testo è un inno al Salento, alla sua terra, al suo vento, al suo mare, al suo vino (“ca te ‘mbriaca”), ma non dà fastidio perché è scritto con sincerità e tenerezza. Questa sì (al contrario di certe canzoni politiche attuali) che sarà una canzone che ci continueremo a cantare e magari entrerà nella tradizione.

Continuando si torna alla tradizione cantando un classico indiscusso di quella grica, ovviamente ci si riferisce a “kali nifta”. Sapete tutti come la penso su questo brano, ma va detto che i Coribanti riescono a farla in maniera assolutamente convincente. Non c’è voglia di fare macello, le strofe sono tutte cantate lente, ed anche quando si vaa pizzica per il ritornello viene conservata la dolcezza della serenata. Molto bella anche la voce della cantante, ma della dolcezza delle voci se ne è già parlato lodandola come una delle tante virtù dei Coribanti.

Si può sospettare che questo forte legame con “Kali nifta”, che questa rielaborazione denota e conferma, si possa spiegare con il feeling del tutto speciale che il gruppo, pur essendo del Capo di Leuca (nasce ad Acquarica del Capo nel1999) ha con la cultura greca, da cui d’altronde ha preso il nome. In questo caso, e va detto, la Grecia non viene vista come un elemento esotico con cui contaminarsi, ma come qualcosa che si ha propriamente nel sangue. Ed il flauto ci porta, quando il canto si tace, ad una dolce e vorticosa (ebbene sì!) tammurriata strumentale, dove si gioca con il ritornello di questo classico.

E continuando si torna a cantare un bellissimo testo d’autore, intitolato “Luna ruffiana”. Dopo un’introduzione lenta, prevalentemente strumentale se non fosse per un’invocazione alla luna scandita dalla chitarra insieme alla tammorra muta e al flauto, parte una bella tarantella (o pizzica lenta) dove vediamo l’innamorato che invoca l’astro affinché porti il suo messaggio d’amore all’amata (tipicamente tradizionale, che sia d’autore lo si sente solo dall’innata facilità della rima, che Colella trova in maniera veramente invidiabile).

E come avevano già fatto gli Aramirè in “Opillopillopì” (introvabile disco del 1998) i Coribanti ci deliziano con una pizzica per flauto, con la differenza che, mentre negli Aramirè il flauto non era l’unico protagonista perché c’era anche il canto e non aveva un’autonomia interpretativa effettiva, qui, in questa convincente tonalità di fa, si lascia andare a cantate (perché anche gli strumenti cantano se ben suonati!) nuove. Solo in pochi momenti si ha la sensazione di sentire, oltre alla “Pizzica con flauto” degli Aramirè, la tipica “tarantata” o “indiavolata” di stifaniana memoria. Anche qui la forza della pizzica è resa con la dolcezza della modernità. Come detto sopra, salentini imparate.

E si torna a cantare moderno, rivitalizzando il canto funebre, con il brano “La morte de l’anima”. Come per ricordare il canto struggente delle prefiche il canto inizia a cappella, con coppie di note semplici. Il brano, quasi subito, prende il ritmo di una tarantella, ma il tempo si vergogna di germogliare, per mantenere il dolore del testo (in questo il brano ricorda “Menevò” degli Officina Zoè, anche lì, nel disco “Il miracolo”, la pizzica è “vergognosa”). L’accompagnamento, giusto per accentuare più fortemente questo concetto, dal punto di vista percussivo è assicurato solo da una tammorra muta che assicura solo la botta, non esegue mai terzine (in questo il brano dei Coribanti si può considerare una “radicalizzazione” del capolavoro dell’Officina a cui è stato paragonato).

Ed a proposito di brani in cui la matrice Zoè è forte (ma l’interpretazione è autonoma, non è imitazione!) tornando alla tradizione si canta “Nia nia nia”, canto in grico in minore, interpretato con queste caratteristiche (credo per la prima volta) dagli Zoè in “Terra”. La versione dei Coribanti, pur essendo più veloce di quella dell’Officina, riesce a dare comunque l’idea della culla, soprattutto grazie alla presenza eterea del flauto che smorza la festosità naturale della fisarmonica.

E andando in pizzica si torna alla melodia con cui si era aperto questo cd (se avessero messo questa traccia come ultima era troppo bello, si sarebbe avuta circolarità, la fine come inizio, concetto secondo me molto vicino alla tradizione della pizzica). Qui non si vuole strafare a livello di strofe (ma come sapete io non vado a tutti i costi alla ricerca dell’innovazione: meglio la tradizione fatta leggera!). Bella anche l’armonica, anche senza terzine virtuosistiche, dà il controcanto alto ai bassi della fisarmonica, che sembrano voci profonde per la lunghezza delle note che emettono.

E tornando alla pizzica, e i Coribanti sì che la fanno a pizzica, si arriva a “lu Paulinu”. A me viene istintivo confrontare questa versione con quella degli Arakne Mediterranea nel cd “Tre tarante”, sinceramente meglio questa dei Coribanti, più fresca e leggera, anche perché non accompagnata dalla tammorra muta (comunque interiore come strumento) e affidata, invece, a tutto l’ensemble, che chiude con un bel giro strumentale.

E l’ultima traccia è forse quella che va più fuori dalla tradizione (se si può considerare fuori dalla tradizione qualcosa solo perché non usa solo il giro di tonica e dominante ma lo arricchisce con intervalli naturalissimi). Il brano ha una bellissima parte solistica, leggera ed eterea come tutto questo cd, affidata al flauto, che canta una parte talmente umana che verrebbe quasi voglia di mettere delle parole e mettersi a cantare.

La pizzica pizzica, che come abbiamo già visto è sempre dolce e svolazzante e mai povera ed ossessiva fino allo sfinimento (queste cose non mandano in trance, fanno più che altro venire l’esaurimento nervoso!) qui è triste ma è sempre fresca e piacevole.

Si chiude con poche note di flauto, così i Coribanti ci salutano sfumando.

Bel gruppo, bel disco, salentini e suonatori di musica salentina: imparate!

Valentina Locchi


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