Mike Oldfield, il principe dei sogni. Parte I

02/lug/2012 16.00.15 Blog Network Contatta l'autore

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Tante volte mi trovo a dover riflettere sul titolo più giusto per questo o quell’articolo. Stavolta sono andato così, di getto. Ho pensato semplicemente a come vedo io Mike Oldfield, se provo a chiudere gli occhi.

Un principe di sicuro, visto il fascino che sprigiona e la sua eleganza. Un po’ più complesso, ma nemmeno tanto, è spiegare la seconda parte: metti in sottofondo una qualunque delle sue canzoni e prova anche tu a chiudere gli occhi. Tappeto volante, macchina del tempo, ali, usa qualunque cosa ti aiuti a creare la tua immaginazione e fatti trasportare. Non farai fatica perchè sarà lui, il principe, a guidarti. In posti meravigliosi che non hai mai visto magari, ma che hai sempre sognato.

Mike Oldfield per me è così: per la durata di una canzone ti aiuta a dimenticare l’epoca in cui stai vivendo e ti trasporta in tempi ed epoche lontane, con splendide principesse e prodi cavalieri, orchi terrificanti e popoli che aspettano un salvatore che riporti la felicità nel villaggio.

Non preoccuparti non sono rincretinito del tutto… o almeno non ancora. Ho solo il desiderio di spiegarti le emozioni, le sensazioni che provo ogni volta che ascolto la musica del principe.

Mike Oldfield è nato nel 1953 a Reading, in Inghilterra. Fin da piccolo, dimostra la sua passione per la musica. Per lasciarsi alle spalle per qualche momento al giorno i problemi di alcolismo della mamma e i relativi dissidi familiari, convince il padre a comperargli una chitarra. Con questa prima compagna di avventure, il giovane Mike si chiude in camera per suonare e dare vita al suo mondo fantastico. Introverso e con pochi amici, Mike trova in una Fender Telecaster appartenuta a Marc Bolan la sua migliore amica e compagna di vita.

Kevin Ayers & The Whole World fu il suo primo vero gruppo, che però durò giusto il tempo di un paio di dischi: Shooting at the MoonWhatevershebringswesing. Si sciolsero nel 1971: questa esperienza, però, rese più solido e maturo lo stile di Mike, pronto per l’inizio dell’avventura solista.

Fu proprio nelle pause di registrazione con la band che il giovande Oldfield si cimentava, in solitaria, con incisioni e sovraincisioni così, forse anche un po’ per distrarsi dal lavoro con il gruppo. E così, strimpellando e registrando per gioco, Mike si accorse che quello che stava facendo poteva diventare anche musica: qualcosa di più, qualcosa che potesse diventare bello, importante.

Questo qualcosa che poteva diventare (e diventò) Tubular Bells. Non esagero se definisco Tubular Bells come l’unica colonna sonora davvero spaventosa e capace davvero di immergermi nelle atmosfere cupe e buie di un cinema per uscirne terrificato. Una musica spaventosa, ma anche spaventosamente bella,  bella soprattutto per la sua semplicità. Tante emozioni in così pochi accordi!

Sembra strano a dirlo col senno di poi, ma i produttori di allora furono molto scettici soprattutto in considerazione del fatto che si parlava di musica totalmente strumentale e, in effetti, più d’una furono le porte sbattute in faccia al nostro Mike.

Con una marea di strumenti e di sovraincisioni il disco fu pronto, ma ancora i distributori fecero fatica ad accettarlo per la sua struttura complicata e poco accessibile alle masse. Accettò la sfida, dopo vie tortuose, la allora sconosciuta Virgin a dare alla luce Tubular Bells, opera prima sia per Oldfield che per la casa di produzione.

 

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