Problema muri umidi: soluzioni e innovazioni ecocompatibili

01/ago/2012 10.00.21 Blog Network Contatta l'autore

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Prendi un mattone pieno, e appoggialo in una bacinella con due dita d’acqua. E aspetta. Poiché il mattone è poroso, ti aspetteresti di ritrovartelo tutto bagnato, dopo un ragionevole lasso di tempo. E invece no. La linea di confine tra la parte imbibita e la parte asciutta è di soli pochi centimetri sopra il pelo dell’acqua. Il resto del mattone, al di sopra di questa linea, resta asciutto.

Ora, considera le pareti della maggior parte degli edifici dei nostri centri storici, ma anche di molte delle villette della provincia; insomma, di buona parte del nostro patrimonio edilizio storico (precedente al 1970). Queste pareti in mattone pieno, o con altre soluzioni lapidee piene, sono interrate, ed appoggiate sulle fondamenta, a contatto col terreno umido, e, a contatto con l’umidità, si imbibiscono proprio come fa il mattone pieno immerso nella bacinella. Ma con una differenza fondamentale.

La linea che separa la parte bagnata dalla parte asciutta nel muro non si limita a salire di pochi centimetri, ma prosegue in altezza sino ad arrivare anche a più di un metro (e oltre), con la tendenza a salire sempre più. E questo è un grosso guaio, poichè l’umidità di risalita capillare si traduce:

  • in efflorescenze saline
  • in rigonfiamenti nell’intonaco
  • in rotture superficiali
  • nella formazione di ambienti favorevoli alla proliferazione di muffe, funghi e batteri.

Oltre naturalmente a rendere l’aria respirata in questi ambienti di cattiva qualità, puzzolente e mezzo di trasmissione di patologie per molte tipologie di materiali stoccabili in questi ambienti (libri, documenti, tele, legno ecc…).

Questo problema, oggi, può diventare una leva sia per comprendere le cause del fenomeno, sia per trovare la migliore soluzione possibile, che salvaguardi l’ambiente e il portafogli. E questa soluzione esiste.

Per raccontarla, però, partiamo da lontano, dalle cause di questo aumento di interesse. Finalmente lo sprawl (il disordinato ed eccessivo consumo di suolo nelle periferie urbane) è stato riconosciuto ufficialmente dagli organi legislativi regionali, tanto da essere stato utilizzato come fattore di base per imporre uno stop alla tendenza generalizzata a occupare e consumare territorio da parte dell’edilizia residenziale, industriale e commerciale (vedi ad esempio la relazione annuale dell’Assessorato all’Urbanistica e al Territorio della Regione Lombardia del 2011). Questo significa che da oggi la tendenza a realizzare edifici nuovi sarà sempre più limitata, difficile, stringente e costosa.

Di fatto il recupero, il riuso e la ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente, soprattutto nei centri storici, sta già superando il costruito ex novo, in termini di volume di affari, in alcune regioni italiane. Se aggiungiamo a questo fatto anche la sempre più stringente normativa in merito alla certificazione energetica degli edifici, e la conseguente attività di risanamento e di ristrutturazione che si rende necessaria per poter rientrare nei parametri minimi di legge per poter efettuare un qualsiasi contratto di compravendita nel prossimo futuro, ecco che, tra le altre problematiche, anche quella dei muri umidi a causa della risalita capillare di umidità, diventa un fattore di grande importanza.

Facciamo un esempio. Un edificio che ha locali al piano interrato, con i muri che sono soggetti al fenomeno della risalita capillare dell’umidità, va incontro a una serie di problemi di diversa natura, ma tutti collegati al fatto che il muro continua a imbibirsi di umidità di risalita anche ben al di sopra di quella ipotetica linea di pochi centimetri che abbiamo descritto nell’esperimento in apertura. Le cause di questo sono, per edifici costruiti prima del ’70, l’assenza di un sistema di isolamento correttamente eseguito sui muri a contatto col terreno e i disturbi di natura elettrica che alterano l’equilibrio elettrostatico del muro. La parete, di fatto, diventa capace di attirare l’umidità proveniente dal terreno sottostante ben al di sopra dell’ipotetica linea di pochi centimetri, “pompandola” letteralmente in altezza.

L’umidità nel muro evapora all’interno dell’ambiente, aumentando l’igrometria interna; l’acqua trascina con sé anche sali, che si depositano sulla superficie del muro, una volta che l’acqua è evaporata nell’ambiente, generando quelle macchie e incrostazioni che prendono il nome di efflorescenze saline, e che arrivano a spaccare anche gli strati di intonaco. L’aria ambiente si carica di umidità, trascinando con sè anche le spore delle muffe che nel frattempo proliferano sulle pareti del muro umido, rendendo l’atmosfera, oltre che poco gradevole per la permanenza nel locale da parte delle persone, anche patogena per molti tipi di oggetti che vengono conservati, tipicamente negli interrati, come libri, riviste, fotografie, quadri, oggetti lignei e porosi, di natura organica ecc. Di fatto, locali interrati dedicati ad archivi, depositi, magazzini in genere non possono essere utilizzati in sicurezza senza risanamento.

E, dal gennaio del 2013, interviene anche la normativa che regola la compravendita immobiliare e la certificazione energetica obbligatoria per gli edifici. Una casa con problemi come quelli descritti sopra, di risalita di umidità capillare, avrà una classe di efficenza energetica bassissima, e come tale sarà difficilmente vendibile: dovrà essere risanata.

Restando nella fattispecie dei locali interrati a uso deposito, archivio e/o magazzino, il risanamento può prendere diverse strade. La più comune è quella di intervenire con una sistemazione edile delle superfici umide e incrostate, rifacendo l’intonaco con materiali deumidificanti osmotici o macroporosi, assieme a macchine climatizzatrici che, riducendo l’igrometria dell’aria, e controllando la sua temperatura, rendono salubre l’atmosfera.

Ma questi sistemi non sono decisivi, poiché il ripristino dell’intonaco è efficace solo per il tempo necessario all’umidità di andare a riempire il nuovo materiale e a depositare di nuovo i sali, mentre installare un impianto di condizionamento e di controllo igrometrico, oltre a essere dispendioso (nell’installazione e manutenzione) ed energivoro, permette indirettamente al muro, asciugandosi in superficie, di richiamare ancora più umidità dal terreno circostante.

Tra le varie soluzioni possibili, sarebbe buona cosa sceglierne una a basso impatto ambientale e soprattutto a basso costo, di questi tempi. Esistono, infatti, sistemi passivi di controllo dell’umidità di risalita capillare nei muri, che possono essere parzialmente o totalmente risolutivi, senza passare da impianti di deumidificazione dell’aria. Questi sistemi bypassano investimenti a lungo termine e dai risultati incerti, e soprattutto non consumano energia elettrica. I materiali che compongono questi dispositivi sono tutti riciclabili al 100% e agiscono sulle cause che spingono il muro ad agire come una pompa, invertendone la capacità di aspirare, e rendendolo di fatto neutro.

Molto interessante lo studio seguito dall’Ingegner Alberto Ermoni, che opera a Melzo (MI); tramite simulazioni computerizzate ha ottenuto i seguenti risultati.

Consideriamo un locale seminterrato, di dimensioni tipiche di 12×7 m e alto 2,7 m, con 2 metri interrati e 0,7 m fuori terra, che presenta umidità di risalita capillare. Il calcolo effettuato evidenzia che il consumo di Kwh in presenza di muri umidi è di circa il 17% in più rispetto alla condizione di muro asciutto.

I soli costi di climatizzazione invernale, in presenza di muri umidi, risulterebbero maggiorati di più del 30%, rispetto ai costi di climatizzazione in presenza di muri asciutti. Una riduzione di consumi in Kwh del 17% (e conseguente riduzione dei costi di climatizzazione) sono un risultato alla portata di tutti, visti i costi in gioco.

Ancora una volta, occorre conoscere per innovare. Ma ora che la conoscenza tecnica l’abbiamo, tocca a noi rompere l’inerzia e far conoscere l’esistenza di sistemi perfettamente ecocompatibili, passivi, a impatto zero sull’ambiente, e che risultano sia coadiuvanti che risolutivi di problemi comuni, ritenuti impossibili, ancora nel 2012.


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