com stampa/Moda: "Codice a Sbarre" in anteprima sabato 9 dicembre in 5 città

07/dic/2006 14.30.00 Daniele Mignardi promopressagency Contatta l'autore

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“CODICEASBARRE”

 “TREASURE YOUR MEMORIES” - COLLEZIONE 2007

…Un tuffo nel passato, un viaggio nella memoria e nei ricordi…

 

Il progetto di moda&solidarietà dal Carcere di Vercelli, con il paternariato del Ministero di Giustizia,  dopo Milano, verrà presentato sabato 9 dicembre in 5 città

 

 “Marino Dellapiana”, Piazza Savona 7 - Alba (CN)

 “ Eurosport”,  Corso Zanardelli, 13 - Brescia

“Rane urbane”, via Mazzini 2 - Varese

 “Everin Sport”,  via Pacinotti 17/A - Verona

 “Penalty,  Piazza Trento e Trieste 6 - Napoli

 

 

La scorsa fine di ottobre, a Milano, il progetto “Codiceasbarre” presentò “Treasure your memories”, la collezione d’abbigliamento 2007, e sabato 9 dicembre uno dei capi più famosi della collezione, il “pigiama special edition”, sarà esposto in anteprima in alcuni negozi delle città di Napoli, Verona, Varese, Alba e Brescia, e vi rimarrà per tutto il periodo natalizio.

 

Il pigiama è da sempre il capo icona di codiceasbarre. Quest'anno esce in una nuova versione uomo e, per la prima volta, donna. I tessuti: il rigato tipico delle divise carcerarie italiane (anche se non si direbbe) a cui si ispira liberamente..

Il packaging: una federa da cuscino. Perché in carcere tutto viene utilizzato e riutilizzato con nuove destinazioni d'uso. E le federe vengono usate come sacco per la biancheria sporca, come strofinacci o come "cartelline portadocumenti".

 

Per l’anteprima, i negozi di abbigliamento delle 5 città allestiranno “corner” o vetrine utilizzando materiali originali provenienti dalle carceri italiane!

 

 Codiceasbarre nasce in carcere come progetto sociale nel 2002, come proposta sulle Pari Opportunità, presentato dal Settore Politiche Sociali del Comune di Vercelli, in partenariato con il Consorzio sociale Armes, il Ministero di Giustizia, la Consigliera di Parità, e sostenuto dal Ministero del Lavoro nell’ambito della Misura e del Fondo Sociale Europeo, ha lo scopo di promuovere iniziative imprenditoriali “innovative”, come quella di pensare a qualcosa di diverso da offrire alle donne-detenute, per chi rischia di rimanere ai margini. Raccontare il carcere con la voce di chi l’ha vissuto e lo vive sulla propria pelle. Senza fare distinzioni tra guardie e ladri.

Così il personale del carcere - in collaborazione con gli educatori - ha presentato un percorso didattico sul taglio e cucito, per 4 detenute scelte tra le tante, durante il quale le donne hanno frequentato corsi di formazione, e condiviso temi sull’imprenditorialità e comunicazione finalizzato a definire - attraverso il marchio CodiceaSbarre e i capi realizzati - come e cosa comunicare del loro mondo visto “da dentro”, ovvero del carcere. Oggi le detenute sono imprenditrici a tutti gli effetti (una di loro ha chiesto con insistenza di non fruire totalmente della libertà con l'indulto per avere la possibilità di continuare a lavorare nel progetto!); assunte a tempo indeterminato con il rispetto dei contratti sindacali di categoria, definiscono strategie di marketing, fornendo le indicazioni di concept sui capi allo stilista e personalizzando in maniera unica e sartoriale alcuni capi della collezione.

A coordinare il loro lavoro, il VANILLA LAB, composto per lo più da giovani professionisti che hanno  dapprima maturato la loro esperienza in importanti studi di stile ed aziende del settore, per poi intraprendere il cammino stilistico in piena autonomia portanto avanti progetti personali e per conto altrui.

 

Dall’ idea di far diventare il mondo carcerario come fonte di ispirazione per la definizione di un nuovo stile nasce “il jailwear”, uno status simbol, un nuovo modo di vestire, libero dagli stereotipi della moda. L’ispirazione dei “capi jailwear” è venuta guardando l’archivio delle divise carcerarie prima del 1975: niente metallo, solo cerniere in plastica. Stampe al posto delle “pericolose” etichette dove si potrebbero nascondere stupefacenti, coulisse con fettucce corte per non farsi del male. Prima di iniziare la produzione, infatti, gli operatori di Codiceasbarre si sono immersi nei magazzini impolverati delle carceri, traendone spunti sia di tessuti che di dettagli e annusando l’odore di cappotti duri e infeltriti.

Un nuovo modo di vestire, insomma, che usa tessuti grezzi e basici di alta qualità, accoppiati e reversibili in felpa e gabardine, lino e nylon cerato, costina e tyvek. Una linea di abbigliamento dall’aspetto “pulito”, dove l’ispirazione resta la prigione, con quella vecchia divisa inzuppata di omologazione e annichilimento della personalità.

 

 

Ufficio stampa e Comunicazione Cdsb

Daniele Mignardi Promopressagency - rif. Vincenza Petta

                                    (tel. 06.32651758 - 340.1823381  info@danielemignardi.it)

 

 

 

 

  filosofia cdsb

Far parlare chi ha sbagliato, ma che ha ancora tanto da dire. Il diritto di parola. La dignità di chi sa difendersi attraverso il proprio lavoro. Dare spazio. Sorvolare i tabù. Riattivare spiragli di libertà a chi vive fuori, ma è chiuso dentro. In una vorticosa spirale di solidarietà e di impegno. La libertà è un diritto. Esercitarla un dovere.

Sperimentare nuove forme di imprenditorialità sociale per chi rischia di rimanere ai margini. Raccontare il carcere con la voce di chi l’ha vissuto e lo vive sulla propria pelle. Senza fare distinzioni tra guardie e ladri. Registrandone le conversazioni. Appuntandone gli spunti di riflessione. E poi il rispetto e la dignità. Il tempo che passa. I luoghi comuni. I pregiudizi. Il futuro. La voglia di ricominciare da dentro. Come sempre, d’altronde.

 

la collezione

25 modelli. Una rete di distribuzione sul territorio nazionale. La spasmodica passione per la ricerca. Per uomo. E per donna. Per chi viaggia e ha bisogno di praticità. Per chi rimane e ha qualcosa da raccontare. Un brand di tendenza che cambierà il vostro modo di intendere lo stile.

Un total look capace di abitare con disinvoltura le vetrine e i momenti importanti. Tessuti di alta qualità, sperimentazioni di nuove soluzioni per la reversibilità e il doppio utilizzo. I colori? La solita scala di grigi, ampliata e riabilitata dal fervore del colore dei ricordi, capaci di rompere e di irrompere nei grigi scuri e nei neri di alcuni momenti. Perché nulla va perduto. Nessun valore. Nessun ricordo. Tutto è esperienza e tradizione.

 

L’approccio

Codiceasbarre nasce nel 2002 come progetto sulle Pari Opportunità presentato dal Settore Politiche Sociali del Comune di Vercelli, in partenariato con il Consorzio sociale Armes, il Ministero di Giustizia, la Consigliera di Parità, e sostenuto dal Ministero del Lavoro, nell’ambito della Misura e del Fondo Sociale Europeo.

Muove i primi passi consapevole, ma determinato, a superare la difficoltà di parlare di imprenditorialità femminile avallando le istanze di dignità sociale e riabilitazione di una popolazione come quella detenuta nel nostro paese.

Le donne detenute costituiscono un gruppo distinto e numericamente inferiore rispetto alla popolazione detenuta maschile, tanto che sono pochi gli istituti penitenziari appositamente strutturati per accogliere ristretti di sesso femminile. Le donne, pertanto, sono recluse, perlopiù, in sezioni femminili ricavate all’interno di carceri maschili, progettati e organizzati, in termini di spazi e risorse in genere, per soddisfare i bisogni della popolazione detenuta maschile.

Anche la Casa Circondariale di Vercelli, dal 1983, ospita, in un piccolo edificio, contiguo ad uno più grande, in cui sono ristretti soggetti di sesso maschile, all’incirca 40 donne.

La tipologia dei reati da esse commessi è chiara espressione del percorso di marginalità che spesso segna le loro vite, riportandole in carcere per brevi e ripetute permanenze: violazione della legge sulle sostanze stupefacenti e reati contro il patrimonio costituiscono il motivo dell’ingresso e della permanenza in carcere per la maggioranza delle detenute.

Gli ultimi anni hanno visto l’incremento, tra le donne detenute, di immigrate africane,dell’Europa dell’est e dei paesi balcanici, coinvolte, perlopiù, in reati legati alla prostituzione, che è l’attività da esse svolta, per la maggiore, all’esterno. Le donne rom, che pure sono presenti in carcere in misura considerevole, sono ristrette per reati connessi al vagabondaggio.

A causa degli spazi fisici inadeguati, e della limitatezza delle risorse economiche e delle opportunità esterne, anche nella sezione femminile della C.C. di Vercelli, è difficoltoso realizzare attività scolastiche, lavorative, formative in genere, rispondenti ai bisogni di ogni reclusa, che aiutino a portare, in modo meno costrittivo, il peso di un’istituzione creata, dagli uomini, per gli uomini.

Ciò è tanto più grave, quanto più si pensa che il nostro è un sistema penitenziario che pone al centro dei suoi scopi la riabilitazione e la reintegrazione sociale del ristretto.

In tale prospettiva, pertanto, il momento della formazione e del lavoro dovrebbe rappresentare l’aspetto privilegiato e la concreta possibilità di riscatto morale ed umano per chi ha infranto la legge.

 

 

Nella maggior parte delle sezioni penitenziarie femminili, la forma di lavoro più praticata è quella relativa a mansioni domestiche, offerte dalla stessa amministrazione penitenziaria,che le ridotte disponibilità finanziarie hanno, negli ultimi tempi, drasticamente diminuito, determinando la necessità di ricorrere alla turnazione o di ridurre al minimo le ore giornaliere assegnate ad ogni ristretta lavorante.

Dette attività, non produttive, svolgono funzione meramente assistenziale, mirata all’erogazione di un minimo di reddito, al di fuori di un vero e proprio fine rieducativo.

La donna detenuta, a differenza dell’uomo, beneficia in misura minore anche delle cosiddette misure alternative al carcere, quali la semilibertà, l’affidamento in prova, ecc, non potendo contare, per le forti discriminazioni di genere esistenti all’esterno, su un’attività lavorativa esterna stabile che dia alla Magistratura di Sorveglianza la garanzia necessaria per poter emettere un provvedimento favorevole.

Ne consegue una condizione di effettiva disparità, di marginalità, della donna detenuta, nella “emarginazione” che, comunque, colpisce ogni ristretto.

 

Il macro obiettivo di questo progetto integrato è quello di consentire a donne che si trovano in una situazione di esclusione di accedere a percorsi formativi che forniscano competenze di base dal punto di vista professionale, costruendo ipotesi di occupabilità e favorendo un inserimento positivo nel contesto civile e sociale.

“Codice a sbarre” propone inoltre un percorso volto anche a suscitare processi di riflessione di sé e di ridefinizione del proprio modo di stare in relazione con gli altri, seguendo regole, ruoli e tempi presenti in un qualsiasi luogo di lavoro esterno.

 

2 anni fa CODICEASBARRE ha varcato le porte del carcere sapendo di poter diventare, con fatica e determinazione, un modello di imprenditoria sociale al quale ispirarsi.

Entrare nella rete CODICEASBARRE significa sostenere un modo di fare imprenditoria attento alle istanze del sociale, acquisendone le potenzialità in termini di comunicazione e marketing oltreché la professionalità che un’azienda socialmente responsabile deve dimostrare di possedere.

 

da progetto a impresa

Al termine della fase progettuale (conclusasi il 15 settembre 2004) Codiceasbarre diventa una vera impresa sociale, dotandosi di un’organizzazione interna specifica.

Dovendo tracciare il percorso che ha segnato la nascita e la crescita del marchio potremmo dunque dire che CODICEASBARRE parte:

 

1) dalla sezione femminile di una Casa Circondariale - quella di Vercelli -

2) da un laboratorio di sartoria allestito ad hoc dall’Amministrazione penitenziaria all’interno del carcere

3) da 1 sarta specializzata nel confezionamento abiti da lavoro

4) da 4 detenute, assunte dal Consorzio, accomunate da una vicinanza di cella e dalla volontà di spendersi e di spendere il proprio tempo in maniera utile

5) da 1 ufficio stile giovane ed entusiasta, con l’esperienza maturata in dieci anni di lavoro per marchi importanti

6) da 4 cooperative sociali aderenti al consorzio Armes pronte a sperimentare nuove forme di imprenditorialità sociale.

 

e arriva ad essere un marchio registrato che ha dato origine a due linee di prodotti:

-  “CDSB jailwear”, con il quale ci si prepara ad affrontare il mercato del casual;

-  “Work”, rivolto al mercato delle aziende di varie dimensioni, con prodotti e capi destinati all’area marketing (gadgettistica, accessori promozionali con serigrafie personalizzate, ecc) e con una linea di ABITI DA LAVORO con cui comunicare la propria scelta di eticità e di unicità.

 

 

 

 

Il laboratorio

L’attività di confezionamento abiti da lavoro e di personalizzazione dei capi di CDSB avviene all’interno del laboratorio allestito all’interno della sezione femminile del carcere di Vercelli. Di dimensioni ridotte - circa 20mq - è dotato di cinque postazioni di lavoro e un tavolo da taglio.

Le macchine - acquistate grazie al contributo della Comunità Europea - sono prettamente funzionali al confezionamento di abiti da lavoro risultando idonee solo alla manipolazione di tessuti leggeri e piani. L’attività lavorativa interna al carcere è affidata alla cooperativa sociale Ghelos, impegnata nel reinserimento lavorativo di persone in stato di detenzione. La cooperativa garantisce per ogni lavoratore impiegato il rispetto integrale del CCNL delle cooperative sociali e gli adempimenti in materia previdenziale, assicurativa e di sicurezza sul lavoro.

L’esperienza maturata nell’inserimento lavorativo di soggetti in stato di detenzione garantisce inoltre un elevato livello di qualità nell’inserimento e capacità di interazione con il mondo penitenziario, le sue regole, le sue peculiarità.

 

Lo stile, ovvero, il Jailwear

Grazie all’apporto di Vanilla Lab, l’ufficio stile di diversi marchi importanti nel panorama del fashion internazionale, oggi CDSB racconta il carcere anche e soprattutto in termine di stile.

VANILLA LAB è un gruppo di lavoro nato di recente, da un’idea di Maria Ripandelli e Daniela Chiantia , parti integranti e anime del progetto.

E’ composto per lo più da giovani professionisti che hanno  dapprima maturato la loro esperienza in importanti studi stile ed aziende del settore , per poi intraprendere il cammino stilistico in piena autonomia portanto avanti progetti personali e per conto altrui.

 

Con il jailwear CDSB propone un nuovo modo di vestire che, discretamente, senza cambiare la società, si affermi come un nuovo modo di interpretarla.

E’ in questo che si evidenzia l’innovatività di CDSB, un marchio la cui autenticità e la cui eticità non è da ricercarsi in maniera ordinaria nella filiera che determina la creazione del prodotto, ma nella credibilità di chi - dietro CDSB - intende raccontare un mondo. Quello dei carceri. Della loro quotidianità, ma anche della loro storia. Detenuti e operatori sociali, dunque. Chi, più di loro, può conoscerne ogni aspetto?

Il jailwear è la linea di abbigliamento del carcere. Si sottrae alle regole della tendenza e dei cicli vitali delle mode. Per riattivare le abilità dei detenuti e delle detenute nelle nostre carceri.

CDSB_jailwear non ci sarebbe senza il carcere.

Non si tratta solo del carcere di Vercelli, al quale va il merito di averci creduto per primo, ma al mondo del carcere: il carcere è fondante e fondamentale per la salute di codiceasbarre.

 

Jailwear. Appunti per una definizione di un nuovo stile

Dopo il jeanswear, oltre lo sportswear, naturale e incollocabile arriva il JAILWEAR. Il Jailwear vuole essere un nuovo modo di vestire e di vivere, per donne e uomini decisi a liberarsi dagli stereotipi dell'abbigliamento forzando le sbarre del fashion. Il jailwear è la legittimazione stilistica e formale di punti di vista diversi o addirittura contrastanti. La materia differente. Utilizza tessuti grezzi e basici accoppiati e reversibili: felpa e gabardine, lino e nylon cerato, costina e tyvek. Sperimentazioni. Lavorazioni basiche e ricchi dettagli di prodotto. Aspetto pulito, non minimale. L'ispirazione resta la prigione: quella divisa inzuppata di omologazione e annichilimento della personalità.

Le righe? Solo un passaggio d'obbligo. I dettagli delle chiusure, delle cuciture, delle rifiniture, rubati ai veri capi utilizzati nelle carceri. Il JAILWEAR è il design pensato al di là del tempo e delle tendenze. L'origine del jailwear sono i capi usati nelle carceri italiane fino al 1975. Ci siamo immersi nei magazzini impolverati delle case circondariali, rubando spunti sia di tessuti che di dettagli e annusando l'odore di cappotti duri e infeltriti.

 

 

 

 

Le donne detenute. Nicole, Valentina, Giada, Giulia

Le protagoniste di Codiceasbarre, ovvero le quattro detenute impiegate sono state selezionate in prima battuta dalla Direzione della Casa Circondariale. All’avvio della fase progettuale, infatti, gli operatori dell’area pedagogica hanno segnalato al consorzio i nominativi e le schede delle detenute ritenute idonee alla sperimentazione di CODICEASBARRE.

 

Questi i parametri su cui si è fondata la selezione:

1) capacità di interagire all’interno di un gruppo di lavoro

2) competenze professionali nell’ambito del confezionamento abiti

3) compatibilità dell’esperienza lavorativa all’interno del programma trattamentale redatto per ciascuna

4) compatibilità tra i tempi di permanenza all’interno della struttura carceraria (durata della pena) e le richieste di continuità avanzate dal progetto per consentire l’effettiva professionalizzazione delle attività

 

Le signore, dopo aver frequentato un corso di formazione su taglio e cucito debitamente organizzato, hanno avviato le prime lavorazioni nel corso del 2004. Per tutto il periodo del progetto (15 settembre 2003 - 15 settembre 2004) sono state seguite da un educatore professionale che ne ha curato la crescita partecipativa al progetto, indispensabile per poter avviare il discorso imprenditoriale.

Si è passati quindi dal “lavorare per” al “lavorare con” in un’ottica di partecipazione al lancio e alla crescita dell’impresa legata soprattutto alla registrazione del marchio CDSB_jailwear.

Per affrontare l’incontro con la stampa, i media in genere e i clienti di CDSB, le signore hanno scelto un alias con cui firmare i capi e con cui si sono presentate ai giornalisti giunti a conoscerle.

Pedagogicamente interessante è scoprire che i nomi utilizzati da tutte e quattro corrispondono a quelli dei figli o delle nipoti per le più anziane. Un modo - a detta loro - di dedicare a qualcuno di importante qualcosa di importante, di cui per una volta possano essere fiere.

Oggi Nicole, Valentina, Giada, Giulia sono supervisionate e supportate da uno

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