La Patria Grande intervista Tito Pulsinelli sulle dichiarazioni di D'Alema

08/gen/2007 20.00.00 La Patria Grande www.lapatriagrande.net Contatta l'autore

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D’ALEMA, “POPULISMO” E SINISTRA SUDAMERICANA
www.lapatriagrande.net intervista Tito Pulsinelli

Il ministro degli Esteri D’Alema è stato in visita ufficiale in Brasile,
Cile e Perù, ricominciando a tessere la trama di una politica estera
inchiodata all’unidirezionalità con Washington e Bruxelles, ridotta a pura
promozione delle esportazioni. L’Italia era praticamente scomparsa dalla
scena latinoamericana, a tutto vantaggio della banca spagnola che è
diventata la numero uno in questa latitudine.

Sul quotidiano “Liberazione” del 3 gennaio, Angela Nocioni intervista il
ministro D’Alema di ritorno dai tre Paesi sudamericani guidati da governi
definiti di sinistra “light”. Lo interroga sulle ragioni dell’esclusione
del Venezuela, Argentina e Bolivia, con governi che caratterizza come
sinistra radicale.

La Patria Grande, preoccupata per alcune valutazioni riguardanti il
Venezuela -tra cui il ricorrente ricorso al clichet di « populismo »-
intervista Tito Pulsinelli su certe affermazioni superficiali di D’Alema.

LPG, intervista a Tito Pulsinelli, 06/01/2007

La Patria grande intervista Tito Pulsinelli

Il ministro degli Esteri D’Alema è stato in visita ufficiale in Brasile,
Cile e Perù, ricominciando a tessere la trama di una politica estera
inchiodata all’unidirezionalità con Washington e Bruxelles, ridotta a pura
promozione delle esportazioni. L’Italia era praticamente scomparsa dalla
scena latinoamericana, a tutto vantaggio della banca spagnola che è
diventata la numero uno in questa latitudine.

Sul quotidiano “Liberazione” del 3 gennaio, Angela Nocioni intervista il
ministro D’Alema di ritorno dai tre Paesi sudamericani guidati da governi
definiti di sinistra “light”. Lo interroga sulle ragioni dell’esclusione
del Venezuela, Argentina e Bolivia, con governi che caratterizza come
sinistra radicale.

Lapatriagrande.net, preoccupata per alcune valutazioni riguardanti il
Venezuela -tra cui il ricorrente ricorso al clichet di « populismo »-
intervista Tito Pulsinelli su certe affermazioni superficiali di D’Alema.

LPG: Il ministro D’Alema manifesta ripetutamente la sua spiccata
identificazione con Lula e il Brasile, ed arriva a suggerire che esisterebbe
una contraddizione sensibile con Chavez e il Venezuela.

Tito Pulsinelli (TP): Il massimo gerarca della Farnesina ignora che Lula è
stato aspramente criticato dall’opposizione venezuelana perchè -in piena
campagna elettorale- è andato a inaugurare il grandioso ponte binazionale
sull’Orinoco, e questo è stato visto come un aperto e indebito sostegno alla
rielezione di Chavez. Caracas e Brasilia agiscono in piena sintonia sullo
scenario internazionale (vedi elezione al Consiglio di sicurezza dell’ONU),
convergono sul potenziamento accelerato del blocco regionale nel Mercosur, e
più in generale sull’integrazione latinoamericana.

La costruzione del gasodotto trans-amazzonico che trasferirà il gas dalle
coste venezuelane alla Terra del Fuoco, sta a indicare che esiste una
concordanza di tipo strategico, che va ben oltre l’effimera durata dei vari
governi.

LPG: Sul nuovo corso sudamericano e sul rinnovatore vento del sud che ha
ridato protagonismo alle sinistre, è evidente che D’Alema predilige il
Brasile, Cile e Perù, e li contrappone ai governi di Caracas, Buenos Aires e
La Paz, di cui non mette in discussione la legittimita democratica, ma il
carattere “populista”. Che senso ha?

TP: E’ l’ottica un pò strabica con cui si guarda al sub-continente dalla
metropoli europea. Non c’è da stupirsi. Nel passato molto remoto
dell’annessione della California, Arizona, Texas ecc agli Stati Uniti, uno
come Engels scrisse che “finalmente sono state strappate agli indolenti
messicani, i quali non sapevano che farsene”. E’ un problema di
informazione, o di consiglieri poco aggiornati.

Certo, è un pò fantasioso definire Alan Garcia come un “esponente storico
della sinistra”, significa ignorare non solo la questione morale, ma anche
che è stato rieletto con l’apporto determinante della destra liberista,
dell’oligarchia reazionaria e dei settori urbani più razzisti.

La morte di Pinochet nel suo letto ha reso evidente che in Cile esiste
tuttora una « democrazia tutelata », frutto di un patto di transizione
basato sull’impunità dei gorilla golpisti. L’esercito cileno continua a
poter contare sul diritto al 10% dei proventi dell’esportazione del rame, a
prescindere dai bilanci per la difesa stabiliti dai governi di turno. In
nessun altro Paese del continente americano esiste un simile privilegio
pretoriano.

D’Alema elogia il mercato aperto cileno, la sua modernità cosmopolita, ma
dimentica che il prezzo è stato pesantissimo, e che ha impoverito i settori
popolari. Dimentica che il Cile è anche Mapuche.

Infine, credo che il ministro si attiene alla tradizione burocratizzata: è
sinistra quella contenuta nell’album di famiglia dell’Internazionale
socialista. Lì c’era anche Azione Democratica (AD) e Carlos Andres Perez,
quando nel 1989 impose a ferro e fuoco un “pacchetto del FMI”, con il costo
di migliaia di morti ammazzati. E’ lì che affondano le radici del nuovo
corso venezuelano.

LPG: D’Alema dà alcune piste per interpretare quel che lui ritiene
“populismo”. Su insistenza della giornalista Nocioni dice: “è che Lula
ridistribuisce una ricchezza prodotta dal Brasile perché è consapevole che
per redistribuire ricchezza bisogna crearla attraverso lo sviluppo
economico. Ridistribuire la rendita petrolifera è invece meno lungimirante”.

TP: Già siamo ai luoghi comuni folcloristici… Chavez sarebbe come un
distributore automatico di banconote a chiunque ne faccia richiesta.
Veramente, è stato il candidato presidenziale dell’opposizione a distribuire
una carta di credito -denominata ”Mi negra”- con cui la gente poteva passare
a incassare il 10% della rendita petrolifera all’indomani della sua
elezione. Gli elettori hanno rifiutato questo demagogico “cash”, preferendo
la ridistribuzione sociale sotto la forma di sistema sanitario nazionale,
istruzione, sistema pensionistico e investimenti per lo sviluppo. Era il 35%
del bilancio del 2006, supererà il 40% quest’anno.Ma che dovrebbe fare
Chavez ? Distribuirlo alle banche o alle multinazionali?

In Venezuela si sta producendo tecnologia per l’agricoltura, automobili, un
polo petrochimico, computer, macchinari per la perforazione petrolifera ecc.
Per la prima volta, non si importerà la tuberia per gli oleodotti. Questi
progetti si fanno con patner che accettano la compartecipazione del 51% del
Venezuela, il trasferimento tecnologico, brevetti e patenti al Paese. La
porta non è stata chiusa a nessuno, ma se la Cina, l’Iran, la Russia e il
Brasile accettano ed altri no, questo si deve ad altre ragioni, non certo
alla chiusura del mercato. Quello venezuelano non è una porta-girevole come
nel Grand Hotel della Borsa, ha le sue regole, come in Malasia.

LPG: Ma che cosa si può rispondere ad una affermazione come “Lula
redistribuisce ciò che si produce in Brasile”?

TP: Anche il petrolio, il gas ed altre vitali materie prime si producono in
Venezuela, non nella stratosfera. E per portarle fino al distributore di
benzina non basta fare un buco per terra con un palo, come ai tempi
dell’indio Mara nel lago di Maracaibo. Qui si estrae e si raffina, e PDVSA è
una multinazionale energetica tra le prime dieci del mondo, la prima tra
quelle statali.

D’Alema non parla da ministro degli esteri ma come

uomo politico metropolitano, però come tale ignora che in Venezuela non è
mai esistita una borghesia nazionale capace di creare un maturo sviluppo
industriale. In Brasile esiste, e si vede.

LPG: Perchè?

TP: Nel 1914, quando comincia il boum petrolifero, il Venezuela era un Paese
quasi disabitato, agricolo, sottomesso al dittatore J.V. Gomez, collocato al
potere dalle compagnie petrolifere, di cui fu un acerrimo difensore durante
28 anni.

E’ bene ricordare che questa dittatura fu favorita dal blocco navale delle
coste e dei porti, ad opera dell’Inghilterra e della Germania, cui più tardi
si aggiunsero l’Italia, la Francia, Olanda, Belgio e Spagna, che esigevano
il pagamento di un debito usuraio.

I proprietari terrieri di quest’epoca non seppero gettare le basi di una
rivoluzione industriale, e più tardi vissero il miraggio del colonialismo
petrolifero, preferendo la subordinazione alle multinazionali e vivere
all’ombra dello Stato. Ricevevano crediti senza dare a cambio nessun tipo di
sviluppo reale.

LPG: Stai parlando di un periodo lontano…Juan Vicente Gomez cadde nel 1935.
Dopo la situazione non è cambiata?

TP: Dal 1958 il petrolio ha generato un esiguo gettito fiscale al Paese, i
benefici rimanevano alle multinazionali del nord, mentre lo Stato ha
continuato a funzionare al servizio del 10% della popolazione. L’elite
riceveva sovvenzione per sostiture le importazioni, ma li usava
prevalentemente per i commerci e continuare ad importare.

Tant’è vero che fino agli anni 60, l’emigrazione italiana era fiorente, e
sviluppò la costruzione, la piccola e media industria dei manufatti
metallurgici, i calzaturifici…I grande latifondi erano improduttivi, e si
importava il 70% del fabbisogno alimentare.

In Brasile i latifondisti producono per il mercato interno, preferibilmente
per l’esportazione, ma producono. Qui no, sono distese recintate, con la
speranza che nel sottosuolo si scopra qualche giacimento… Qui si è arrivato
a chiudere gli istituti tecnici

industriali, perchè bisognava importare, non riparare o fare manutenzione…

D’Alema non ha idea di che che sia una colonizzazione petrolifera in pieno
secolo XX, forse non è brutale come quella della monocoltura delle banane o
del caffè. E’ un processo di espropriazione delle risorse, dell’identità
culturale e nazionale, di tremenda efficacia. Riesce a pianificare
l’economia in modo che i dollari del petrolio ritornino automaticamente
all’origine…si importa quasi tutto, persino gli alimenti. Ci sono pochi
imprenditori e troppi commercianti. Così era l’Iran fino alla caduta dello
Sha, così è la Nigeria oggi.

Credo che nessun governo può ribaltare una situazione simile in pochi anni,
anche con i consigli interessati di “lungimiranti” uomini politici della
metropoli industrializzata. Ieri indicavano come modello l’Argentina
dollarizzata di Menem, oggi il neoliberismo militarizzato cileno.

LPG: L’intervistatrice fa notare a D’Alema che sia Chavez che Lula hanno
praticato la redistribuzione sociale, però in un caso è positiva nell’altro
è criticabile. Il ministro arriva a stabilire un’altra differenza: “Lula si
sforza di unire il Paese, Chavez governa anche attraverso la mobilitazione
permanente dei suoi seguaci nei confronti dell'altra parte del Paese”.

TP: D’Alema parla come uomo di parte sommariamente informato, ma sicuramente
non come ministro. Non so come reagirebbe se un ministro venezuelano dicesse
una cosa simile al Presidente italiano.

Ad ogni modo, egli guarda ad un’altra realtà con la stessa lente di
ingrandimento valida a casa sua. Egli suppone che qui ci sia un’opposizione
leale, che accetta le regole del gioco e l’alternanza. No, non è così, non è
vero che tutto il mondo è paese.

In Italia ci sono televisioni da cui si fa apologia del colpo di Stato? Da
cui si lanciano appelli all’insurrezione contro i poteri costituiti? Chavez
fu fatto prigioniero, ma non poterono eliminarlo fisicamente nè
políticamente, perchè la mobilitazione sociale lo impedì.

I voti hanno espresso questo indirizzo politico, però quelli che D’Alema
definisce i “poteri forti”, usano tutti i mezzi, leciti e no, per ribaltare
la situazione. Senza la mobilitazione permanente, i voti -in questa parte
del mondo- servono a poco.

Per D’Alema è normale che una parte del Paese, per cambiare governo,
ricorra all’importazione di centinaia di paramilitares colombiani? O a una
serrata padronale mascherata da sciopero, in cui bloccano per due mesi gli
ospedali, compreso il pronto socorso? E’ normale interrompere i rifornimenti
alimentari per due mesi alle città? Obbligare i cittadini a cucinare con la
legna perchè rifiutano di vendere le bombole di gas? Se i voti non si
difendono con la mobilitazione, si ritornerebbe alla diserzione elettorale
massiva.

LPG: A parte queste ragioni, D’Alema non ha visitato Caracas per il problema
con la parastatale italiana degli idrocarburi. Infatti dice: “L'ENI in
Venezuela ha un contenzioso serio, importanti concessioni sono state di
fatto espropriate dal governo”. Che ne pensi?

TP: Il governo ha sovranamente aumentato le imposte fiscali sugli
idrocarburi ed ha stabilito nuove norme. Queste sono state accettate dalla
Repsol, da Petrobras, dalla compagnia in cui la famiglia Bush vanta un
pacchetto azionario, dai cinesi, dagli argentini e dai norvegesi. L’ENI è
una solitaria eccezione ed ha fatto le valige, altre compagnie hanno preso
il suo posto. E’ una questione di costi, ma è del tutto improprio parlare di
“”concessioni espropriate di fatto”. E’ poco diplomatico tacere sui grandi
contratti delle aziende italiane nel settore ferroviario, e mettere in
risalto -invece- i punti di frizione.

LPG: Per concludere, D’Alema ha criticato Chavez per il suo discorso
all’ONU, asserendo che “definire diavolo qualcuno, come ha fatto Chavez con
Bush, sia una sciocchezza”, che metterebbe in cattiva luce il Venezuela.

TP: E’ un’opinione personale del cittadino D’Alema che -invece- trova
perfettamente normale quando Bush afferma che durante le colazioni -quando
non si servono alcolici- Dio gli ha dato via libera per l’invasione
dell’Iraq e dell’Afganistan. Sono affermazioni nocive per la credibilità di
qualsiasi Paese.

Non ricordo nessun commento nemmeno quando Clinton, nel discorso inaugurale
della sua prima presidenza, disse con serietà: “Oggi celebriamo il mistero
del rinnovamento americano, la nostra missione è senza tempo”. La loquacità
diplomatica, o l’impertinenza del neoliberismo di sinistra-si sa- è
asimmetrica, variabile secondo la gerarchia delle nazioni.
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