L'educatore professionale e l'abuso sessuale minorile- L'educatore in comunità-

26/mar/2007 11.30.00 Le Parole Non Dette Contatta l'autore

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Cercare diapprofondire la conoscenza sul ruolo dell’educatore professionale implicaaffrontare l’idea diffusa che l’educatore non siadiverso da un adulto responsabile. Suddetta similitudine talvolta sembrainevitabile e risulta innegabile, soprattutto in unastruttura quale la comunità, che incorpora nel suo essere un ambiente e delleabitudini comunemente familiari. In alcuni gesti, comportamenti e decisioni lacomparazione può essere corretta, ma è il senso, l’intenzionalità, lepremesse, le competenze, che rendono professionale il ruolo degli operatori. Inquesto capitolo vorrei concentrarmi su uno degli aspetti protagonisti dellavoro degli operatori in una struttura come quella in cui hopotuto sperimentarmi, la quotidianità, che diventa strumento importante edindispensabile per imparare a fare e imparare ad essere. Tale parola favoriscequanto detto sopra, sollecitando i pregiudizi che vedono importanti ed efficacigli interventi da prima pagina e banali quelli basati sul “vivereinsieme”. Vorrei pormi nella condizione di pensare allacomunità non solo come contenitore del lavoro educativo con i minori, maanche alla comunità come metodo e strumento di lavoro. “Per quantoriguarda l’aspetto della quotidianità, l’educatore viene descritto come l’operatore che dispone dimaggiori informazioni dirette sugli atteggiamenti e le azioni quotidiane delminore, così come sui suoi vissuti più profondi, percepibili in alcuni momenticentrali e intimi della vita quotidiana… per questo motivo è in grado didare un contributo importante, accanto a quello delle altre figureprofessionali, alla descrizione delle sue condizioni psicofisiche” [1] . Questo aspetto non si conclude con una mera partecipazione attiva, ma implicadiverse sfaccettature, a volte rischi o scogli, che concorrono a rendereautentica la relazione educativa. Vivere insieme, condividere spazi, tempi,oggetti comuni e personali necessita di una serie diconoscenze e competenze  che favoriscano una evoluzione nel pieno rispettodi tutti gli attori implicati.  È importante premettere che gli operatoriinseriti in una struttura come la comunità sopra citata, si trovino a dover fronteggiaree capire due condizioni delle ragazze: l’essere adolescenti el’aver vissuto esperienze di maltrattamento e/o abuso. Questo ponel’attenzione su diverse problematiche e differenti comportamenti, alcunidati dall’età, altri dati dai singolari vissuti. Relazionarsicon le minori in questione implica capacità di ascolto, osservazione,accoglienza, ma anche, la capacità di assumere atteggiamenti di tutela, checomprendano la possibilità di offrire dei limiti, dei vincoli. Una delledifficoltà dettate dal fatto di considerare le ragazze come vittime, puòdivenire quella di essere portati a mettersi totalmente dalla loro parte,rischiando di passare da una situazione di accoglienza,ad una situazione di accondiscendenza su tutto. Riguardo a tale aspetto, puòessere utile riflettere sull’idea di non considerare le utenti immessesolo in un periodo di crisi o in una fase patologica, cercando di impostare gliinterventi secondo un modello pedagogico più che psicoterapeutico, tendendo cioè a sollecitare le potenzialità , anziché cercare dicompensare o ridurre le carenze. Considerare un sistemarelazionale disfunzionale permetteagli operatori di non individuare solo una vittima e un colpevole, permette dinon giudicare ed estromettere l’abusante, permette di tenere insieme ipezzi di una storia dolorosa che è già sufficientemente frammentata.Valorizzare i punti di forza, le prospettive positivenon significa sminuire ciò che è stato e le sofferenze presenti, vuol direriuscire a superare quello stato di impotenza e di vittimismo che attanagliasia le ragazze che gli adulti competenti. Per far questo è necessario nominaree rielaborare le proprie paure, i limiti, le incertezze, i sentimenti.Trattenere sentimenti di stanchezza, di intolleranza,può diventare una bella copertura sulla carta, ma può comprometterel’aiuto reale necessario; qui, più che mai, l’epoché(sospensione del giudizio) sembra diventare protagonista e rilevatore diproblematicità.  “Gli educatori delle comunità hanno il difficilecompito di accogliere e identificare le esigenze e i problemi complessi diquesti minori per poi elaborare adeguati interventi di cura e protezione,aiutandoli così a ricostruire una personalità che la violenza subita ha disolito frantumato. La quotidianità e la familiarità ordinata, corretta eaffettivamente investita, vissute dai minori abusati nel rapporto con glieducatori, sembrano avere in questo senso unaparticolare valenza terapeutica.” [2]Il cuore dell’azione educativa sta nella capacità di dare un senso a ciò che avviene, a gesti comuni e consueti. Ilvivere insieme permette un esercizio continuo di esplorazione,ascolto, comprensione e riconoscimento, momenti che acquistano una valenzaeducativa se l’educatore riesce a condurre la minore ad una crescita(maturazione), alla scoperta di sé e degli altri. Ripensare e attribuiresignificato agli eventi della giornata, può aiutare la rielaborazione di esperienze presenti e passate, al fine di favorire unamaggiore capacità di affrontare gli avvenimenti ed i dati del presente e delfuturo. “Abitare insieme” fa emergere diversi fattori checaratterizzano l’intreccio tra la propria storia e quella degli altri; ilsentimento di appartenenza, l’autonomia diognuno, la collaborazione, il bisogno ed il dovere di rispettare delle norme, ilimiti dati dai bisogni di altri, il rispetto nella sua più larga accezione (dellapersona, dell’ambiente, di sé, delle regole….). La giornata incomunità è scandita da eventi tradizionalmente familiari, la colazione, ilpranzo, la cena… Sta proprio nella relazione con gli altri e con glieducatori la differenza, condizionata dalla capacità di far rispettare leregole e, al contempo, di sviluppare quella parte di cura e accoglienza utile aricostruire relazioni significative. Al mattinol’operatore sveglia le ragazze e prepara loro la colazione, si va ascuola, al lavoro, si pranza e si cena tutti insieme,mangiando ciò che l’educatore con alcune ospiti hanno cucinato, siprovvede agli acquisti, alle faccende domestiche, si studia, si ascolta lamusica e si balla, si guarda la televisione, alle volte ci si innervosisce e sitirano calci, si rompono vetri, si piange, si cercano coccole… Questasemplice vita ordinaria, con i suoi gesti, con i suoi rapporti, con la suaorganizzazione, costituisce la prima occasione per imparare a governare il datodi realtà, introducendo la dimensione relazionale e progettuale nel proprioagire e nella propria esistenza. Questa tipologia d’utenza ha delle difficoltà ad addormentarsi e a dormire serenamente, la notte risvegliapensieri, angosce, paure, solitudine; a tal proposito risulta importantel’accompagnamento al sonno, attraverso chiacchiere e coccole. Ciò mettein gioco elementi quali la vicinanza, l’accoglienza, implicando anche unalto coinvolgimento emotivo ed affettivo. L’obiettivo a questo punto èquello di accompagnare i minori a superare i traumi che impediscono di vivereserenamente il momento specifico. Al minore abusato vengonoofferte occasioni concrete e quotidiane di condivisione dei propri sentimentidi rabbia, dolore, collera, impotenza, prodotti dal trauma dell’abuso,con un adulto capace di tollerarli mentalmente e di aiutarlo a compiere i primipassi verso la rielaborazione costruttiva dell’esperienza subita. Quantodetto fino ad ora avvale la tesi che le funzionidell’educatore si esercitano quasiessenzialmente nelle strutture residenziali. La quotidianità da risorsa estrumento diventa l’unico ambito di esplicazionedel lavoro dell’educatore. Simona Barberis [3],educatrice professionale di Torino, per la progettazione d’interventieducativi di prevenzione dell’abuso sessuale rivolti ai minori, a talproposito scrive: “Nell’ambito delle attuali esperienze ediniziative sulle problematiche dell’abuso sessuale, l’educatoreprofessionale sembra essere una delle figure meno presenti, sia a livello diricerca teorica e di ipotizzazionedegli interventi, sia a livello della loro realizzazione concreta sulterritorio”. Da un lato si riscontra un investimento ridottoda parte delle istituzioni nel predisporre iniziative di ricerca e diformazione sugli aspetti educativi della problematica e di riconoscimento dellefigure pedagogico-educative; dall’altro, forsecausa e conseguenza al contempo di tale situazione, lo scarso coinvolgimentodegli educatori nella riflessione e nell’operatività su questo tema.Finora è prevalsa l’opinione che questo operatorenon fosse capace di lavorare con tutto il nucleo familiare abusante e latendenza comune è quella di delegare questo aspetto del lavoro ad altrecategorie professionali. È indubbio che un argomento quale l’incesto necessiti di un lavoro di équipe.Laprovocazione e il rischio che nasce da questa scelta operativa, però, sembrabasarsi sulle difficoltà degli educatori nel riconoscere e gestire il propriodisagio emozionale di fronte alla prospettiva di relazionarsicon adulti verso i quali si nutrono sentimenti di rabbia, repulsione, mescolatia commiserazione e senso di impotenza e ritenuti responsabili della distruzionedei minori con i quali giornalmente si costruisce una relazione forte. È altoil rischio che sia proprio l’educatore aritrarsi di fronte alla possibilità di affrontare altri aspetti oltre a quellodescritto precedentemente del lavoro in comunità. Gli educatori si trovano adaffrontare la vita quotidiana della comunità come unico loro strumento,contenitore e obiettivo. Quale ruolo ha l’educatore nell’incesto? Perché l’educatore non ha un ruolo predominante? Laquotidianità quale importanza ha? Sono tutte domande che portano a ricercare ilsignificato di determinate scelte operative e delle esigenze che spingono agiocarsi un ruolo con determinate caratteristiche.

Dott.ssa Velia Loffreda

 

http://www.leparolenondette.org

 


[1] www.sordelli.net , in Simona Barberis,“Le emozioni dell’ascolto”, Edizioni Unicopli,2001 Milano,  pag. 102

[2]  Izzo Amelia, “NonToccate le farfalle”, SIE, Firenze

[3] www.sordelli.net , in Simona Barberis, “Minori”, in Prospettive Sociali eSanitarie,

 

 

 

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