DL di riforma ospedali IRCCS - Europa, porte chiuse agli specialisti italiani

22/ott/2003 04.03.54 Utente Non Registrato Contatta l'autore

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Europa, porte chiuse agli specialisti italiani
Dai tossicologi ai medici legali, dagli scienziati dell'alimentazione agli oncologi, passando per genetisti, neurofisiopatologi, audiologi, medici di comunità e persino cardiochirurghi. Fior fiore di specialisti - formati in quattro o cinque anni di corsi dopo la laurea - ai quali gli ospedali del resto d'Europa possono chiudere le porte. Perché negli altri Stati i loro titoli non esistono. Per fare chiarezza sulla circolazione dei nostri dottori specialisti nella Ue, il ministero della Salute e la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (FnomCeO) hanno appena istituito un tavolo di lavoro. Con l'obiettivo di proporre soluzioni da adottare a livello europeo.
Gli esperti del ministero e il responsabile esteri della FnomCeO, Giovanni Maria Righetti, hanno già messo nero su bianco il panorama delle specialità attivate in Italia. Che, incredibilmente, nessuno conosceva. Una vera storia da azzeccagarbugli. Cavilli e dimenticanze. Sono appena 17 i titoli che, in base alla direttiva 2001/19/CE (recepita con un Dlgs approvato dal Consiglio dei ministri il 3 luglio scorso, ma non ancora pubblicato), sono riconosciuti automaticamente in tutti i 15 Stati dell'Unione.
Nessun problema, a esempio, per anestesisti, oculisti, ortopedici, psichiatri e specialisti in chirurgia generale. Altre 26 discipline (tra cui chirurgia toracica, reumatologia, medicina tropicale, allergologia e medicina del lavoro) sono comuni ad almeno due Paesi. "In questi casi - spiega Righetti - i titoli sono automaticamente riconosciuti solo negli Stati dove la specializzazione esiste. Altrimenti occorre inoltrare domanda alle istituzioni sanitarie responsabili, che valutano curricula e piani di studio".
Le note dolenti riguardano soprattutto 12 specialità. Dieci sono state istituite con decreti interministeriali in virtù del Dlgs 257/1991, che ha previsto la possibilità di attivare scuole per "obiettive esigenze del Ssn". Sono state registrate così oncologia, medicina legale, medicina dello sport, genetica medica, tossicologia, scienza dell'alimentazione, audiologia e foniatria, neurofisiopatologia, psicologia clinica e medicina di comunità. Che hanno sfornato, negli ultimi 5 anni, più di 3mila specialisti. "Queste scuole sono a norma Ue - precisa Righetti - quanto a durata e tipologia. Però non hanno un corrispettivo in Europa tale da permettere la libera circolazione". Il problema, secondo l'Amsce (la principale associazione italiana dei medici specializzandi), è che i neo-laureati che si iscrivono alle scuole non sono sufficientemente informati di questo "dettaglio".
Risultato: con l'aumento della mobilità nella Ue, crescono le denunce e le richieste di aiuto da parte di specialisti italiani che non riescono a lavorare - da specialisti, appunto - negli altri Paesi. Che li considerano medici generici. Casi-limite e scuole da chiudere. Se per sciogliere i nodi di queste dieci specializzazioni si prospettano tempi lunghi, basterebbe poco per altre due discipline.
Cardiochirurgia, in primis: in Italia esiste come specializzazione a sé, accanto a chirurgia toracica.
Nella direttiva Ue, invece, c'è solo chirurgia toracica. "Ci attiveremo presso le istituzioni comunitarie", promette Righetti. Ancora più sottile il disguido per igiene e medicina preventiva: nella regole Ue è registrata come "igiene e medicina sociale": e così il riconoscimento automatico potrebbe saltare. "Ma la Salute - afferma Righetti - ha chiesto quest'anno che sia inserita la denominazione corretta".
Non mancano i casi grotteschi. Come per farmacologia: in Italia esiste in moltissime facoltà, ma la direttiva non ne fa cenno. Dimenticata dal ministero, nella notifica, o da un distratto funzionario Ue Per non parlare delle scuole - idrologia medica o medicina aeronautica - che sono fuorilegge sia per l'Europa sia per l'Italia. E che quindi non rilasciano diplomi con valore legale. Un Dm del 1999 impone che chiudano i battenti entro quest'anno. Bisognerà verificare, tra qualche mese, se gli atenei rispetteranno il diktat.

I governatori: "Manovra insostenibile"
Una manovra insostenibile. Così il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, stamattina ha definito la Finanziaria 2004, parlando a nome di tutti i governatori nell'audizione presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato.
In particolare le Regioni hanno lamentato la mancanza di 20 miliardi di euro che dovrebbero arrivare dallo Stato. Di questi, 14 sono costituiti da un debito pregresso che lo Stato ha contratto in base ad accordi già fatti, altri 6 miliardi, invece, dovrebbero arrivare per i nuovi impegni assegnati alle Regioni (tra questi 1,25 miliardi per le prestazioni sanitarie agli extracomunitari regolarizzati). Il termine "insostenibile", ha specificato Formigoni, è di tipo contabile. "Si sono aggiunti dei compiti - ha detto -, delle funzoni onerose, e quindi, non potendo toccare la leva fiscale le Regioni chiedono che sia lo Stato a provvedere". Come portavoce delle Regioni a statuto speciale, Riccardo Illy, presidente del Friuli-Venezia Giulia, ha richiesto l'aggiunta in Finanziaria di una norma di salvaguardia a favore delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome per evitare penalizzazioni rispetto alle Regioni ordinarie.
Al queste rivendicazioni ha risposto il senatore Udc, Ivo Tarolli, relatore del Dl che accompagna la manovra, definendo le richieste infondate, poiché le Regioni "hanno avuto a disposizione negli ultimi due anni un budget superiore al 6% del Pil. Hanno una montagna di soldi e devono imparare a gestirli". "Le Regioni - ha aggiunto - dovrebbero chiarire perché non sono in grado di gestire i servizi sanitari cui sono deputate e perché la spesa farmaceutica è cresciuta fino al 16% del totale della spesa sanitaria".
"Più che con una montagna di soldi le Regioni si trovano a fare i conti con una montagna di crediti verso lo Stato", replica la Conferenza dei presidenti delle Regioni a Tarolli. Antonello Cabras, responsabile Enti locali della segreteria nazionale Ds, ha sottolineato che, puntualmente come nelle tre Finanziarie precedenti, sia arivata la bocciatura delle Regioni. "In definitiva - ha aggiunto Cabras - siamo ala ripetizione con aggravanti dell'impostazione anti federalista del Governo nonostante al ministero delle Riforme sieda l'onorevole Bossi il quale non perde occasione per autodefinirsi l'autentico guardiano dei principi federalisti".
Sulle richieste economiche avanzate dalle Regioni si è espresso anche il sottosegretario all'Economia, Giuseppe Vegas, definendole non in linea con gli accordi stipulati con lo Stato. La spesa sanitaria per gli immigrati, ha spiegato, era già prevista nel 2001, quando è stato siglato l'accordo sulla spesa sanitaria Stato-Regioni. Mentre, ha aggiunto, per quanto riguarda i debiti pregressi, gli anni antecedenti al 2001 sono stati pagati, per il 2002 si stanno effettuando le verifiche e per il 2003 sono in corso i pagamenti. Quanto al federalismo, Vegas ha detto che si deve attuare "a costo zero".


Varato DL di riforma dei 15 ospedali di eccellenza IRCCS 
 Il Consiglio dei Ministri ha approvato oggi, su proposta del Ministro della Salute Girolamo Sirchia, il decreto legislativo che riforma la disciplina degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Gli Irccs sono ospedali di eccellenza che si occupano di ricerca, terapia, riabilitazione, nei settori che vanno dall'oncologia, alla pediatria, alla neurologia, all'ortopedia. Si tratta complessivamente di 15 istituti dislocati nelle regioni italiane. Fra questi ci sono strutture di grande fama e importanza come lo Spallanzani di Roma per le malattie infettive, il neurologico Carlo Besta di Milano, l'Istituto per l'Infanzia Burlo Garofalo di Trieste e l'ospedale oncologico di Bari. Questa riforma, fortemente voluta dal Ministro Sirchia, consente innanzitutto di definire attraverso nuovi criteri, le strutture di eccellenza. E' confermata poi la natura pubblica di questi Istituti di rilevanza nazionale dove si svolge ricerca clinica e internazionale in campo biomedico, assieme a prestazioni di ricovero e cura ad alta specialita'. Fra i punti di maggiore interesse, sottolinea il ministero della Salute in una nota, c'e' la condivisione tra Ministero della Salute e le Regioni sia della trasformazione degli istituti in fondazione e sia della definizione degli organi di gestione, prevedendo inoltre che gli istituti che non verranno trasformati saranno organizzati sulla base di criteri che garantiscano le esigenze di ricerca e la partecipazione a reti nazionali di centri di eccellenza. Le fondazioni, di natura pubblica, avranno tra gli enti fondatori il Ministero della Salute, la Regione e il Comune in cui l'istituto ha sede ed e' prevista la partecipazione di altri soggetti pubblici (e in particolare dell'universita') e privati a condizione che contribuiscano al raggiungimento degli scopi. Il personale dipendente manterra' tutte le garanzie del rapporto di lavoro di diritto pubblico, prevedendo anche la possibilita' di miglioramenti economici che deriveranno dalla capacita' dell'ente di autofinanziarsi. Gli Irccs continuano a essere vigilati dal Ministro della Salute a garanzia che la ricerca che si sviluppa sia finalizzata all'interesse pubblico e al bene del malato.
 
 
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