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Ma come deve essere l'ospedale di comunità Doc?

11/nov/2003 04.08.21 Utente Non Registrato Contatta l'autore

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L'ospedale di comunità sta per diventare Doc

 

Lo standard è pronto. Dopo un paio d'anni passati a censire la realtà esistente, analizzando e valutando i possibili sviluppi anche alla luce delle possibilità offerte da leggi e convenzioni, la commissione nazionale istituita dalla Fimmg per definire le linee guida strutturali e organizzative degli ospedali di comunità (e della residenzialità nel suo complesso) ha finalmente individuato il modello di riferimento, evidenziando anche le possibili criticità del sistema. Il tema è tra i più rilevanti, parlando di cure territoriali. Figura inoltre tra gli argomenti di punta al cinquantacinquesimo congresso che il maggior sindacato della medicina generale tiene in questi giorni a Salsomaggiore Terme (Parma).

Ma come deve essere l'ospedale di comunità Doc?

Massimo Magi, segretario della Fimmg di Ancona e membro della commissione sindacale, preferisce attendere il momento congressuale prima di entrare nel merito. «Al momento - spiega - posso solo dire che abbiamo riaffermato la necessità di un distretto sanitario forte (cui vengano attribuite, cioè, specifiche dotazioni economiche) e la responsabilità clinica affidata al medico di famiglia. Il nostro documento va oltre la definizione dell'ospedale di comunità, rilancia tutto il sistema della residenzialità e affronta la questione delle strutture intermedie». «Già al recente convegno di Riccione - dettaglia Magi - abbiamo evidenziato i rischi che, parlando di zona grigia, si attribuiscano dignità diverse alle varie forme organizzative, dalle Rsa agli hospice. Senza stabilire gerarchie, invece, noi puntiamo a un'integrazione con la degenzialità e intendiamo creare presidi di comunità che dispongano di letti per degenti fragili e affetti da patologie cronico-degenerative. Tali letti possono essere attivati dal medico di famiglia d'accordo con le Unità operative territoriali».

Qui si può intravedere una prima novità. Rispetto all'ospedale di comunità in senso stretto - che per definizione non è pensato per i lungodegenti - il presidio sembra rispondere meglio ai bisogni degli anziani più soli. Quanto agli altri criteri che individuano il modello country hospital (o comunque si chiami), Corriere Medico è in grado di anticipare che la Fimmg pensa a una responsabilità organizzativa affidata al medico di Distretto; condiziona il tutto alla disponibilità dei generalisti al lavoro associato-integrato e all'esistenza di strutture da riconvertire diffuse nel territorio. La federazione mira inoltre a coinvolgere enti locali e associazioni e sa bene di non poter prescindere dagli sforzi di continuità assistenziale, 118, infermieri professionali e operatori tecnico assistenziali (anche in questo senso acquista valore il recente accordo siglato tra Fimmg e Ipasvi per integare le reciproche competenze nel sistema di cure territoriali).

Altre questioni irrinunciabili sono l'associazione a Rsa e poliambulatorio; la possibilità di assicurare trasporti sanitari; un turn-over di ricoveri non superiore ai quindici-venti giorni e la destinazione ai soli residenti nel distretto.

Cresce intanto la famiglia dei country hospital italiani. L'ultimo nato (31 ottobre) è a Procida, l'isola più piccola dell'arcipelago napoletano. E' il primo in Campania e va a sommarsi ai 24 già attivi in Italia ed alla trentina in via di attivazione (si confrontino le mappe a lato). Intervenendo proprio a Napoli a un corso di formazione sulle strutture territoriali di ricovero, organizzato dalla società Sanigest, Giancarlo Aulizio, l'inventore dei country hospital all'italiana, ha evidenziato quali possono essere le criticità del modello. «I grandi vantaggi - spiega - si hanno se il medico di famiglia è coinvolto: se preferisce fare attività più remunerative, non c'è storia. E del resto è vero che esiste un elevato rischio di burnout per chi non riesce a calibrare bene l'impegno. Poi occorrono investimenti a breve per avere un guadagno sul medio-lungo periodo. Con il vincolo dei bilanci annuali il discorso si complica: l'ospedale di comunità rischia di essere visto solo un nuovo generatore di spesa».

L'ennesima card aumenterà la confusione

Costa meno delle altre card sanitarie elettroniche fin qui sperimentate, è di facile utilizzo, sorveglia la spesa sanitaria. E' una bella idea la card a lettura ottica nelle intenzioni del ministro dell'Economia Giulio Tremonti che l'ha inserita nel decreto della Finanziaria per introdurla già nel 2004. Ma fa confusione. Non è "intelligente", essendo priva di microchip: c'è solo il codice a barre la cui lettura si effettua con una penna ottica come al supermarket. Non interagisce con le "smart card regionali", nazionali ed europee per l'accesso ai servizi sanitari. Inoltre crea problemi di privacy. Lo ha fatto presente il garante Stefano Rodotà con argomenti tanto stringenti che il ministro della Salute Girolamo Sirchia ha detto che non sarà facile farla in tempi brevi.

 

Partiamo dalla privacy. Se tutto va bene entro il 2004 il signor Rossi riceverà il suo tesserino di codice fiscale dall'agenzia delle entrate. Da allora, in caso di prescrizione, con tesserino e ricetta del suo medico andrà dal farmacista che, con la penna elettronica, lo riconoscerà come assistito del Ssn e gli consegnerà il farmaco chiedendogli il ticket.

Per il garante questa è una scena proibita. Presume l'esistenza di una banca dati contenente i codici fiscali di tutti gli assistiti e la possibilità di ricostruire al computer la spesa di ciascuno per farmaci e specialistica: cioé, la storia delle malattie, che invece fa parte dei dati riservati. «Se si intende mettere a punto un sistema di controllo conforme alla normativa sulla protezione dei dati personali - afferma Rodotà - l'unica soluzione è di escludere il trattamento di qualsiasi dato identificativo degli assistiti e creare un archivio di soli dati anonimi».

Al garante le attuali procedure di controllo usate da Asl e regioni vanno bene. I flussi informativi - che, in base ad accordi regionali, i medici di famiglia informatizzati assicurano sulle loro prescrizioni - prevedono la fornitura di dati criptati: gli assistiti sono impossibili da identificare. Invece, nel caso della banca dati nazionale, il garante teme si creino falle da cui si risalirebbe, da una parte, alla spesa e alle prestazioni sostenute dal Ssn per ciascun assistito, dall'altra a nome e cognome di questi, con relativa possibilità di intuirne la malattia. E i cittadini che ricorrono alla sanità pubblica sarebbero discriminati rispetto a chi si cura con mutue integrativo-sostitutive, polizze private o pagando di suo. Quest'ultimo potrebbe infatti evitare l'inserimento nel database.

 

C'è poi da tener conto dell'intuibile disagio nel governo. «Almeno altri due ministeri, quello dell'Innovazione tecnologica e quello dell'Interno stanno lavorando ad altrettante carte elettroniche valide per ottenere servizi e prestazioni sanitarie pubbliche, potenzialmente incorporanti il codice fiscale assistito (e senz'altro l'attuale codice sanitario)», dice Francesco Sicurello, presidente dell'associazione italiana di telemedicina ed informatica medica (@Itim), e referente italiano dell'e-Europe smart card charter. Tali card sono sperimentate, non solo in conformità con l'Unione europea, ma anche con gli standard introdotti da alcune regioni in iniziative che stanno estendosi. Parlo della carta regionale sanitaria lombarda, dotata di microchip contenente un codice Pin in base al quale un cittadino può prenotare una visita on line sull'agenda del poliambulatorio Asl, o farsi prescrivere un farmaco dal medico in modo che, in tempo reale, la richiesta compaia sul terminale del farmacista». Un sistema, quello lombardo, in apparenza sicuro, poiché senza il sì del cittadino e con la sua tesserina, nessun operatore del servizio potrebbe pescare i dati delle prestazioni sul server ricostruendo la storia clinica e costo per la regione delle malattie riscontrate.

 

«C'è poi - continua Sicurello - la carta nazionale dei servizi, sperimentata da un consorzio veneto in alcune Asl, interoperabile con la lombarda e conforme agli standard fissati dalla commissione di Bruxelles per il 2005, anno in cui i residenti Ue avranno una smart card sanitaria spendibile nei servizi sanitari di tutta l'Unione europea come annunciato dal commissario alla sanità e dal presidente Ue Romano Prodi. Questa card, figlia della sperimentazione del ministero della Salute nel programma quadro Netlink, in collaborazione con Francia e paesi di lingua tedesca, ora può riportare pure i dati del modello E 111: ne parleremo il 16 e 17 dicembre a un congresso a Milano, nell'ambito del semestre italiano di presidenza europea». Sono tutte esperienze che con il codice fiscale del ministero dell'Economia c'entrano poco.

«Non conosco bene gli intenti del governo - spiega Sicurello - ma l'entità degli investimenti fatti imporrebbe una riflessione, prima di partire con l'ennesima tessera. Fra l'altro, c'è già un'altra card interoperabile con la nazionale e la regionale lombarda che potenzialmente può assorbire le altre. E' la carta d'identità elettronica (ibrida chip-ottica) del ministero dell'Interno. Già oggi può contenere informazioni sanitarie delle altre card. E, malgrado il costo di 2 mila miliardi di vecchie lire, questa si farà».

 

http://www.medweb.it/corme/2003/3003p3.htm

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