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11/lug/2007 16.49.00 Alice Stopponi Contatta l'autore

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Regina Josè Galindo alla gogna per 24 ore.


La Fondazione Volume è orgogliosa di presentare una delle più grandi artiste contemporanee, che usa il proprio corpo come medium artistico e di denuncia: Regina Josè Galindo (Ciudad de Guatemala - Guatemala, 1974). Non ancora trentacinquenne, l’artista guatemalteca è stata la grande trionfatrice della 51a edizione della Biennale di Venezia per la sezione under 35.
Per la sua prima performance romana la Galindo ha concepito qualcosa di straordinario, fuori dagli schemi, l’azione ‘CEPO’.
Giovedì 12 luglio 2007 dalle 19 in poi, nel giardino della Fondazione Volume! (via San Francesco di Sales 86/88), che costeggia il carcere di Regina Coeli, l’artista (rimarrà incatenata con lucchetti?) trascorrerà una intera notte costretta alla gogna. L’azione dell’artista creerà un parallelismo con ciò che accade quotidianamente al di là del muro, portando al di qua un’immagine rappresentativa dell’atmosfera e della condizione che i detenuti ogni giorno vivono: la sottrazione della libertà.

Lo spazio si considera a partire dal corpo, come strumento di misurazione e come contenitore di tanti altri luoghi. Ogni corpo però ha il suo – proprio - luogo ad esso conforme. Per Regina Josè Galindo il corpo non ha de-finizione, ma è la definizione stessa di spazio, è il luogo della globalità.
L’azione si pone come un’asserzione di resistenza nei confronti delle dinamiche di scissione strumentale tra bene e male, innocenza e reità, autonomia e asservimento, con cui la società giustifica l’esercizio dei propri poteri decisionali sull’individuo, in ambito sia politico che culturale.
Il corpo dell’artista
è un posto, un balcone dal quale vedere più in alto, al di là, un luogo parlante, alla conquista della verità. È una posizione che va segnalata e non può essere data, perché altrimenti diventerebbe motivo di scomparsa. Dunque esibire un corpo sociale significa in realtà far emergere, mostrare, una superficie che è rimasta collettiva.
 
 
“L’essere umano vive costantemente la tensione tra le strategie di potere. La società presenta sempre una componente forte e una debole, una vittima e un carnefice, chi è libero e chi è condannato. Nel mezzo di questa tensione l’essere umano si sente paralizzato, limitato, escluso dallo stesso sistema, dal suo intento di mantenere il controllo. Si creano prigioni immaginarie e forme di tortura quotidiana che limitano la libertà individuale”. (Regina Josè Galindo)

E’ attraverso azioni e performances fondate sullo spostamento metaforico e sulla trasposizione di significato che Regina Galindo costruisce il sistema che regola il linguaggio artistico e la spiazzante immediatezza del suo apparato iconografico. Avvalendosi del corpo quale sfaccettato territorio di denuncia, l’artista si fa manifesto vivente della gravità e dell’urgenza di risoluzione di problematiche attuali che letteralmente continuano a lacerare contesti sociali disagiati e compromessi, politicamente e culturalmente, come quello da cui lei stessa proviene, il Guatemala. La sua non è una lotta di tipo astratto, ovvero non affronta o polemizza su tematiche universali, ma contiene sempre un fattore di concretezza che la porta ad indagare, smascherare e, conseguentemente, a denunciare fatti e misfatti reali e spesso taciuti o censurati. Visivamente, la sua si configura come una battaglia silenziosa e al tempo stesso sgolante, che trova fondamento nel concetto di resistenza, dell’individuo e della collettività, nei confronti della censura e del diniego alla vita. Spesso tale battaglia riguarda molto più da vicino la donna (le limitazioni o gli abusi che subisce), sebbene il significato del lavoro della Galindo non va individuato entro i limiti di una contestazione post femminista. E’ l’essere umano ad essere al centro dei suoi interessi, l’umanità, intesa come corpo sociale smembrato dai conflitti interni alle dinamiche di potere. Prendendo spunto dalla realtà, la Galindo non fa che emulare la crudeltà di certi meccanismi (politici, psicologici, sessisti) di repressione, e rappresentarne visivamente l’assurdità, fornendo al pubblico la reiterazione di una cronaca vera, spietata sì, perché sempre veicolata priva di filtro. La sua contestazione politica avviene perlopiù sottoforma di espiazione di tipo sacrificale, a tratti cruenta. Come nella ricostruzione dell’imene (presentata nel video “Himenoplastia”, 2004) o nell’incisione della propria carne (nella performance “Perra”, 2005, in cui l’artista armata di un coltello da banco si inscrive sulla gamba il termine che volgarmente denomina, a priori, la donna, prostituta). La Galindo sempre, in qualche modo, si immola, ma senza patetismi. La percezione lucida di subire e vivere costantemente in uno stato di guerra (sommessa, casalinga, individuale come pubblica, collettiva, popolare) la esonera automaticamente dall’assumere qualsiasi tipo di atteggiamento commiserevole, e la porta invece a sviluppare un’audacia che, tradotta nel linguaggio dell’arte, arriva ad assumere una valenza estetica dirompente e un’impronta universale, capace di attraversare trasversalmente la nervatura di contesti sociali differenti e differentemente coinvolti nelle problematiche denunciate e di colpire la coscienza dell’intera collettività.
 


UFFICIO STAMPA
ALICE STOPPONI
alicesto@tiscali.it

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