Montesano a Carrara

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14/nov/2003 13.17.04 Utente Non Registrato Contatta l'autore

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COMUNE DI CARRARA

Settore Cultura turismo e Sport

 

con il patrocinio della Regione Toscana

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

 

GIAN MARCO MONTESANO

“Sembra un secolo”

 

 

Personale di:               Gian Marco Montesano

Titolo:                           “Sembra un secolo”

Sede:                            Palazzo Binelli – via Verdi – Carrara

Inaugurazione:           venerdì 14 novembre – ore 18.00

Periodo:                       14 novembre – 21 dicembre 2003

Orario:                         10.00 – 12.00 / 16.00 – 19.00 chiuso il lunedì

Organizzazione:         Comune di Carrara - Settore Cultura Turismo

                                      Per informazioni tel. 0585-641394 fax 0585/ 641392

                                      infocultura@comune.carrara.ms.it

A cura di:                     Maurizio Sciaccaluga

 

 

Tra gli anni Settanta e Novanta è sfuggito all’omologazione culturale dell’arte povera, ha resistito alle tentazioni della transavanguardia, è sopravvissuto al fallimento del medialismo. Di recente, si è contrapposto al ritorno del concettuale e ha ignorato le sirene della bad painting. In oltre trent’anni di pittura Gian Marco Montesano, torinese, classe 1949, non ha mai ceduto alle tendenze di moda, tranne quando non è stato lui stesso a condizionarle, e ha sempre portato avanti una figurazione legata alle immagini cinematografiche e alla tradizione dell’illustrazione europea. Ha continuato a realizzare con ostinazione ritratti e paesaggi anche quando il mercato e la critica sembravano dargli torto, ha scelto il realismo quando gli altri preferivano evitarlo. Ora che molti giovani autori ricalcano le sue orme, adesso che la figurazione italiana si è trasformata in uno stile vincente, riconoscibile all’estero, l’artista può dirsi soddisfatto. Perché proprio le dive di celluloide che da anni dipinge in bicromia e gli inquietanti personaggi che da sempre sottrae alla storia del Novecento (da Hitler a Stalin, ai miliziani delle SS) si possono considerare i genitori putativi dell’odierna pittura made in Italy.

Giovanissimo, verso la fine degli anni Sessanta Montesano si fa notare con una serie di matite e tempere su carta, dove si sovrappongono ritratti di gente famosa, scene prese dai libri di storia e dalla cronaca, riproduzioni di capolavori. A queste opere seguono i collage, in cui le silhouette di giovani donne, abbigliate anni Trenta o pettinate come nel dopoguerra, vengono assorbite da un fondo grigio uniforme, gettato giù velocemente. Sono solo studi, che però anticipano i futuri sviluppi della ricerca dell’artista, scandendone le tappe per oltre tre decenni. Isolate, ingigantite, antichizzate dai toni del seppia o del bianco e nero, le immagini degli esordi tornano ciclicamente nei suoi quadri, e lo propongono come uno dei primi e più interessanti esponenti di quella scuola, richteriana, che usa tradurre in pittura i fotogrammi della realtà. Montesano ruba frame dai cinegiornali d’epoca, dai programmi televisivi, dai documentari e dai film neorealisti, ma quando li mette su tela, dipingendoli in una bicromia livida o con toni pastello tanto falsi da ricordare le pellicole colorate in laboratorio, li trasforma in visioni oniriche. Non si tratta più di testimonianze del passato o del presente, ma di epopee mitologiche, paesaggi da terra promessa, favole contemporanee. E se in Un uomo solo al comando, del 1999, Coppi è raffigurato in bicicletta con uno stile che ricorda i manifesti di propaganda dell’ex Germania dell’Est, in Erwacht! Freiheit!… und Venedig Hitler sembra avere quell’umanità che gli eventi hanno negato.

Nell’ultimo periodo, con un bianco e nero scolorito, come nel caso delle vecchie cartoline lasciate troppo al sole, Montesano si è dedicato a ritrarre luoghi e persone un tempo sulla bocca di tutti e ora quasi dimenticati. Luoghi e persone che ora sono protagonisti, sino a fine gennaio, di una grande mostra a Bergamo, alla galleria del Tasso. Ai volti di Luisa Ferida e Isa Pola, le dive del vecchio cinema italiano, di quando Cinecittà faceva concorrenza a Hollywood, si affiancano gli scorci di antichi caffè parigini, con le sedie art nouveau e le vetrine aperte sul paesaggio piovoso e malinconico degli Champs Eliysées.

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