Egologo di Santorossi fino al 9 novembre 2008 a Castel Pergine, Trento

14/mag/2008 18.20.00 BONAZETA WORD PRESS Contatta l'autore

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Egologo di Santorossi fino al 9 novembre

 

aCastel Pergine, Trento

 

 

         Il titolo della mostra – Santorossi: EgoLogo – rispecchia la tematicaapprofondita per l’occasione. Si tratta di una sorta di gigantesca autoanalisi, sul filo di un raccontovisivo in bilico tra ironia edesperienza, comunicazione edemistificazione, cheutilizza alcuni “strumenti” propri della sociologia e dellapsicoanalisi riproposti tenendo conto della scala visiva contestuale,nell’intento di creare le condizioni per una realepartecipazione del pubblicoattraverso un coinvolgimento dapprima fisico e conseguentemente emotivo. Lo straniamento determinato dalla riproduzione di mobilid’uso e arredi di metallo, verniciati con pigmenti clamorosamenteevidenti, in un ambiente integrato nel classico paesaggio montano, punta aprovocare prese di posizione disparate (dubbio, meraviglia, sdegno, curiosità)in un pubblico molto stratificato e, quindi, a verificarne le reazioni. Illuogo subirà una notevole intrusione formale, poiché le pareti delle torrisaranno “vestite” con enormi gigantografie mentre il parco intorno al castello sarà invaso da sculturedi grandi dimensioni edarricchito da un intervento nostalgico dell’artista che ha trasformato la storica Fiat 500in scultura monumentale. Nelle sale interne del castello verrannocollocate opere tendenti a documentare in modo antologico il percorsodell’artista.

 

 

La 16ma edizionedell’ormai storico appuntamento con la sculturacontemporanea di grandi dimensioni nel suggestivoscenario di Castel Pergine in Valsugana, sede chenegli anni passati ha visto nomi di grande pregio quali Plessi,Somaini, Lorenzetti, Celiberti, Staccioli, Castagna, Gelmi, Abate, Zavagno ed altri.

 

         L’esposizionedi quest’anno, che come di consueto si puòvisitare per sette mesi, vedrà protagonista l’artista italiano Santorossi che, invitato astudiare una soluzione totalizzante dai curatori FrancoBatacchi, Theo Schneidere Verena Neffha predisposto un apposito progetto comprendentenumerose installazioni inedite che creeranno un percorso tematico attraverso ledue cinte murarie ed il cortile interno. Queste opere, che si situano in unorizzonte tecnico a metà tra la pittura e lascultura, sono realizzate nel materiale tipico della pubblicitàedilizia e stradale della quale riprendono le sembianze portando però contenutidifferenti.

 

         Da sempre dedito alla ricerca nell'ambito dellacomunicazione per immagini e nello studio dellerelazioni tra i materiali, il segno,l'espressione grafica e delle emozioni che ne derivano nell'approccio visivo,Santorossi ha cominciato – verso la metà deglianni 80 – a sperimentare una nuova tecnica espressiva legata alleproprietà di uno speciale materiale plastico eall’uso di supporti ed accessori propri della produzioneindustriale: ne è scaturito un linguaggio incisivo e del tuttoinedito che ha perfezionato in una lunga serie di applicazioni a temi seriali. Neglianni 90, ha poi approfondito la dimensione concettuale del lavoro, conparticolare riferimento ai rapporti tra immagine, didascalia e la lorointerpretazione. Attualmente l’artista staconducendo una profonda ricerca sullacomunicazione di massa ed i suoi riflessi sull’individuo attuandouna sorta di pulizia delle immagini da essa proposte, immagini inessenziali estraripanti di stereotipi visivi. Attraverso questa operazioneegli le ripropone semplificate ed arricchite di rinnovati significati.

 

SANTOROSSI

EgoLogo

19 aprile – 9 novembre 2008

Castel Pergine, Trento

 

 

 

Da: Cacciaal tesoro tra Eros e Thanatos (testo in catalogo) diFranco Batacchi

 

>>C’è sempre una prima volta, una nuova sfida (e vai con i luoghi comuni:gli esami non finiscono mai, il piacere della scommessa…). Dopo 15 anni di esperienze molto diversificate, non tutte agevoli, masempre entusiasmanti, attraverso le quali abbiamo cercato di offrire unapanoramica, certamente non esaustiva, ma variegata e significativa, dei filoniespressivi dell’arte tridimensionale in Italia allestendo grandi mostrededicate ad artisti storicizzati o comunque da tempo inseriti nel contestodella scultura contemporanea, in questa occasione abbiamo voluto affrontarel’avventura di una realizzazione site specific,ideata appositamente per gli spazi del Castello di Pergine.

L’idea nacque due anni orsono, quando apprendemmo della possibilità – poirealmente verificatasi – che Trento fosse prescelta quale epicentro di alcuni eventi nell’ambito della prestigiosa Manifesta. Pensammo allora che, purmantenendo il carattere monografico della nostra esposizione, avremmo potutomettere in cantiere un progetto che potesse inserirsi nel clima di kermesse diquella manifestazione internazionale. Pur non potendo ipotecare una presenza organicafunzionale alla sua programmazione, decidemmo comunquedi rendere omaggio all’importante iniziativa che in questo 2008 avrebbeproiettato il territorio tentino al centro della scena culturale europea.

Occorreva individuare un artista che accettasse di cimentarsi in un’impresa moltoimpegnativa sul piano tecnico (si è trattato di realizzare una quarantina dilavori ex novo, taluni di notevoli dimensioni) e che fosse attivo sul terrenodella sperimentalità. Finora non erano mancati gliartisti che si erano misurati direttamente nel confronto con la mole delmaniero. Alcuni - Staccioli nel 1999, Deiml e Habicher nel 2002 el’anno seguente - avevano lavorato in loco costruendo composizioninell’ambiente. Somaini, nel 2000, aveva sceltouna piccola area per crearvi una installazioneeffimera, distrutta al termine del periodo espositivo. Ma anch’egli, cometutti gli altri artisti invitati a Castelpergine,aveva puntato su una selezione antologica di opere,scegliendo con noi quelle più adatte ad “occupare” perentoriamentegli spazi disponibili. Inoltre fino a questa edizionesi era privilegiato il versante plastico delle rispettive produzioni. Non erastato difficile attingere ai cospicui materiali già esistenti di Toni Benetton (1995), Giorgio Celiberti(1996), Carlo Lorenzetti (1998), Pino Castagna (2001)e Nane Zavagno (2007). Altri protagonisti avevanosupportato una scelta di lavori precedenti con opere prodotte per lacircostanza: Piera Legnaghi (2004), Romano Abate(2005), Annamaria Gelmi (2006). Tuttiscultori avvezzi a dialogare con la macrodimensione. Soltanto RiccardoLicata, che è prevalentemente pittore, nel 1997 rinunciò al braccio di ferrocon l’immanenza degli edifici e risolse peraltro brillantemente ilproblema della visibilità con i suoi coloratissimi mosaici.

Fatti salvi i casi (oltre che di Licata) di Celiberti, Gelmi e Zavagno, che operano conparitetico impegno nel campo bidimensionale ed hanno portato nelle sale internealcuni dipinti di vasta superficie, le esposizioni sin qui allestite avevanopuntato prevalentemente sulla classicità della scultura (volume-pieno-vuoto)con qualche incursione nel settore concettuale e nell’utilizzo dimateriali inusitati e di nuove tecnologie. Per l’edizione 2008 scegliemmodi invitare un artista spiccatamente propositivo, in grado di inventare un“colpo di teatro” spiazzante sul terreno della comunicazione.

Santorossi– che conosco da una vita e del quale ho curatola prima piccola monografia, una ventina d’anni orsono– mi è sembrato l’uomo giusto da coinvolgere nel momento giusto.Dopo aver raccolto l’approvazione di Theo e Verena, gli ho prospettato lapossibilità di invadere il castello con immagini e installazioni, libere  da presupposti estetizzanti, esclusivamente funzionalialla rappresentazione di una esplicita e clamorosaprovocazione visiva. Nella sua adesione ho immediatamente avvertito unentusiasmo mitigato soltanto dalla consapevolezza della difficoltà del cimento.

Ho seguito mese dopo mesela lievitazione di un’idea complessa, che a tratti spariva come unfiume carsico sotto l’apparente decorativismodei virgulti metallici che l’artista disegnava e faceva riprodurre ingran copia: nel vederli immaginavo una sorta di slalom tra le colline dolci odirupate della passeggiata esterna. Poi sono sbucati i mobili: sedie, panche adue posti e lettini dal poggiatesta rialzato, tutti accuratamente laccati condue colori primari (magenta e giallo), salvo quattrosedie bianche. Ben presto si è compreso che l’assedio al castello procedeva su colonne d’assalto parallele, in questocaso Santorossi riproponeva il suo vissuto dipsicoterapeuta trasferendo nella fruizione casuale le situazioni che lovedevano co-protagonista (assiso sulle sedie bianche)nella prassi quotidiana. Era divertente immaginare la folla composita deivisitatori che nell’arco di sette mesi avrebbe visitato la mostra,utilizzare quei mobili nel corso delle passeggiate, tra scherzi e risate: unesempio pedagogico dei risultati che si ottengono trasferendo l’oggettoin contesti inusitati.

La vasta officina fabbrilein cui venivano eseguite le sue direttive si andavaaffollando di sagome accatastate come nel retroscena di un palcoscenico. Prestolo spazio fu interamente invaso e i manufatti traboccarono all’aperto,lungo la riva di un fiume. Su tutto quel bailamme (i colori squillantisembravano gridare nel piatto grigiore delle nebbie invernali) dominava la moledi una costruzione elementare d’imponenza megalitica: cubi giallisovrapposti formavano un arco di trionfo, costruito intorno ad un’esile simulacro vegetale rosso-fuoco. E un belgiorno arrivò una vecchia utilitaria della Fiat cheappariva come un monumento, spiccando con il suo sfrontato arancione sopra uncatafalco rivestito d’edera sintetica.

Male sorprese non erano finite, poiché in altri due siti stavano crescendo iprodotti destinati ad altri percorsi. In uno studio grafico si sceglievanoimmagini ricavate dalla pubblicità – talora utilizzando i volti dei dividello spettacolo, quali Sharon Stone,Elvis Presley ed altri– eliminandone le mezze tinte e riducendo la cromìaal binomio rosso/nero (Eros e Thanatos, inpsicoanalisi la libido e l’insieme degli istinti di conservazione,contrapposti  a quelli distruttivi emortiferi). L’artista interveniva sui “negativi” con segnisecchi e decisi, che nella stampa risaltavano bianchi. E poi quelle figureessenziali, quasi violente nella loro spudorata perentorietà, venivano passate ad un plotter che ne dilatava inprogressione geometrica le fattezze riproducendole su teli vasti quanto uncampo da tennis. Sul bordo, in verticale, appariva la stampigliatura beffarda: SantorossiLight, SantorossiUnder, SantorossiNight…E’ il moloch della pubblicità che assedia lanostra esistenza, condiziona i consumi, determina gli stili di vita, confezionae modifica il paesaggio come un pacco-dono ineluttabile, costoso e lucente. Persette mesi avvolgerà anche il castello di Pergine eproporrà agli attoniti visitatori un confronto simmetrico (visivamenteviolento, con una torsione di 180 gradi) con la memoria della mostra precedente(quella di Nane Zavagno, rigorosamente ancorata allecertezze dell’arte plastica e armoniosamente compenetrata nei luoghiespositivi).

Contemporaneamente, nello studio di Santorossi si respiravano le pestifere esalazioni delle amateresine, usate come veli trasparenti per inamidare camicie Oxford e hawaiane, unaustero cappotto, proteggere pacchi di volumi d’arte; e per colorarebrillantemente alcune paia di scarpe e un vaso di ceramica con tanto di mazzolin di fiori. In un angolo il trapano forava 17 grosse pietre: forme addolcitedall’erosione delle acque torrentizie, quasi copie di famose sculture di Brancusi, Arp, Viani (ma sappiamo che la natura è imbattibile: quei sassi,rubati al greto del Piave, in un paio di secoli si ridurrebbero alla formaperfetta dell’uovo). Nel garage una pila di schegge triangolari diporfido stava per essere immersa in uno straniante bagno di smalto lattiginoso.Accanto, alcune tastiere di computer attendevano il loro destino.

Avevo l’impressione chel’artista si fosse trasformato in uno chef eavesse accumulato un’intera dispensa di materie prime. Stava elaborandola ricetta, ma l’eterogeneità degli ingredienti non lasciava intravederela tendenza del gusto. Dovevamo attendere l’allestimento per scoprire laqualità del menu.

El’esito è stato superiore ad ogni possibile previsione, forse ha stupitolo stesso autore. Santorossi ha progettato erealizzato la spettacolare mise en scène di un’avventuraesistenziale e artistica che corre sul filo della riflessione. Pubblicità,psicologia, gioco, ironia. Un cocktail sorprendente ecoinvolgente, un’inedita caccia al tesoro in cui si possonorintracciare almeno cinque percorsi intersecati.

Il più dichiarato, palese e appariscente– tanto che lo si avvista da un paio dichilometri di distanza, notando le gigantografie che “vestono” trepareti esterne del corpo principale del castello, della torre adiacentel’ala clesiana e della torre diavvistamento  - prende spuntodall’invadenza iconografica della cartellonisticache sfrutta la potenziale utenza nei punti di maggior affollamento del trafficourbano. I teloni impermeabili, montati su tralicci metallici, simulanoschermature di inesistenti lavori in corso. Ma glioriginali, volitivi o suadenti volti e corpi che pubblicizzano occhiali dasole, dentifrici, orologi, automobili, griffes dellamoda, cosmetici e quant’altrol’industria produce per alimentare l’inarrestabile corsa edonisticaverso il disastro finale, in virtù dell’intervento di sintesi grafico-cromatica e delle sottolineature bianche - quasiraschiature del  pigmento, o sfregi sultessuto epidermico dei personaggi raffigurati? – perdonol’originale connotazione imbonitoria, rivelandola loro effettiva funzione coercitiva. Sentiamo i loro sguardi scrutatori,talora celati dietro lenti nerissime a specchio, incombere sul nostrogirovagare, sulle grida gioiose dei fanciulli chegiocano, sulle timide effusioni degli innamorati. L’occhio del mercatovigila, controlla e non lascia scampo. Il fumo uccide, l’aborto èpeccato, ma paghi in nero tre euro l’ora l’immigrato clandestinoe  corri a 300 all’orain autostrada, al massimo ti tolgono qualche punto dalla patente ma vaffanculo,chissenefrega? In un mondo condizionato dallostrapotere dell’informazione pilotata dalle lobbies(in primis le finanziarie) l’unico valore riconosciuto è quello deldenaro. Siamo ritornati al Far West, alla legge del più forte. Le pistolefumanti, imponendo la loro fisicità aitante e vincente, rivendicano il propriotrionfo globale entrando nelle case, anche in quellepopolate da bimbi denutriti e da alcolizzati obesi, dei Paesi di tutti i mondi(oltre ai primi tre, ne esiste un quarto come il Darfuro le favelas brasiliane) attraverso l’implacabile ariete dello schermotelevisivo. E sui palazzi delle metropoli Armani, Dolce&Gabbana, Benetton impongono il gigantismo dei loro modelli (belli eimpossibili). Santorossi ha pescato dalle paginedelle riviste patinate i volti e i corpi dei nuovi miti e ne ha svelato lapericolosa indole.

Altre immagini dello stesso tenore sonostate riportate su tele di vari formati e montate come dipinti veri e propriche troviamo in buon numero nelle sale interne delcastello. Con la riduzione delle dimensioni si attenua l’impattoclamoroso e coercitivo. La valenza formale prevale sul messaggio, che ammicca comunque dalle diciture: Santorossi è, di volta involta, BlondeLionExclusiveCircusTimeNoir.

Vigilati dalle sentinelle della pubblicitàche impongono il loro marchio fin dal portaled’ingresso con il geniale titolo della mostra SantorossiEgologo, gli altriitinerari si diramano in un intreccio interdipendente.

La traccia esistenziale parte da La miaprima auto del 1972, con la vetturetta 500L in trono, passadall’imponente Trionfo del1993 che celebra la presenza dell’artista alla XLV Biennale di Venezia,sosta davanti alla scacchiera dei computer Santorossi portatile (2002) per approdare, infondo al tracciato esterno, alle installazioni OrdineSanto (una torretta di stipi in cui spiccano oggetti divestiario e calzature), Libri d’artista(scaffali con giornali, volumi e oggetti in ordine sparso), Premiata camiceria e Guardaroba (una camicia-insegna euno stand di camiciole irrigidite come stoccafissi eppure ondeggianti ad ognialito di vento). Sono flash-back che coniugano tranches de vie quotidiani e momenti magici, fotografie diun vissuto che titilla l’autoidentificazionedel riguardante.

Collegato a questo percorso è l’altroindizio fondamentale della gigantesca caccia al tesoro organizzatadall’autore (definizione che appare più calzante, rispetto ai datatitermini “pittore” e/o “scultore”, poiché Santorossi si è progressivamente trasferito sul versantedel design e della regia). Le tribù circolari Training autogeno di gruppoe Terapia di coppia in gruppo, con ilclassico vis-à-vis della Terapiadi coppia, tutte

 

del2007, rimandano all’esperienza sociologica e psicologica che permea e inparte condiziona l’approccio alla vita di relazione e all’arte.Stazioni di una Via Crucis laica, segni lasciati dal fardello delle angoscealtrui nell’anima e nella memoria, si trasformano qui in offerta di intrattenimento e nell’invito alla fruizioneludica.

Proprio il gioco caratterizza il quartoitinerario. Lungo la passeggiata appaiono improvvisamente tre incongruecomposizioni geometriche coloratissime, realizzate con rivestimenti disimilpelle su telai metallici: sospese sullo sfondo del paesaggio, a lato dellatorre cilindrica, sembrano volerci distrarre dal sottostante agglomerato urbanoche assedia il colle su cui è assiso il castello. Sulla sinistra, spiccanocontro la nuda roccia tre forme a mandorla. Ma gli incontri più curiosi ciaspetteranno nel giardino interno e fin dentro il maniero, dove – nellaSala Rosa – scoveremo in una nicchia l’esilarante Cappuccetto Rosso (2004), un tavolo chesorregge le icone di una ragazza procace, alcuni stelid’erba quadrilobati sotto plastica e un dialogostampigliato: “Cosa fai, bella bambina?”; risposta:“L’artista!”. “In cosa consiste la tua arte?”,“Raccogliere quadrifogli!”. “E seviene il lupo?”, “Magari! Purtroppo non ci sono più i lupi di unavolta”.

L’intrigante ricerca lungo i sentieriserpeggianti tra le due cerchia murarie è contrappuntata dal Leitmotiv del quinto tema: mimesi dellanatura. I sassi del Piave, sospesi su gambi filiformi, tentennano lenti. Leschegge di porfido laccate di bianco, confitte su gabbie grigie, diventanoenigmatiche Sacre Scritture. Cinqueboschetti di esile, lacerante metallo rosso, sistagliano contro le frasche d’alberi e cespugli: ghirigori, figuregeometriche e segnali issati su una selva di steli che sorgono dall’erbacome una miracolosa fioritura fuori stagione. Un gruppo di grandi foglie rossee gialle dondola al ritmo della brezza, sbucandoimprevedibilmente da un masso di nuda roccia. Nel castello, due spettacolari istallazioni finto-arboreecollocate nella Prigione della Goccia e sull’altare della CappellaGotica, costituiscono gli unici riferimenti antologici, provenienti dallaBiennale del 1993.

Ed infine, ecco il giardinointerno, vera oasi di silenzio, trasformato in un CampoSanto(rossi).Qui convergono i traguardi di tutti i percorsi.

L’inno all’ironia èrappresentato dall’altarino dedicato a Sua Maestà il Rospo.Nell’installazione, una sequenza di veri ranocchi mummificati e resiimpermeabili dall’immersione nel materiale plastico trasparente diventa un trompe l’oeil impressionantedopo ogni pioggia, poiché le vaschette quadrate che contengono i reperti siriempiono d’acqua e i cadaverini sembranorecuperare un brivido vitale. Ma a demistificare ilpathos provvede prontamente l’autore già neltitolo (Se baci batraci) e poi nelledidascalie: d’accordo, baci, ma “niente abbracci” perché le“riflessioni sul senso della vita” ti portano a scoprire che“non tutti i rospi diventano principi”. Eavrebbe potuto aggiungere che, alla luce di recenti fatti di cronaca, qualcheprincipe si rivela un vero rospo.

Il centro della collinetta è occupato da uncerchio di undici sedie gialle più una bianca(l’ascoltatore-testimone), rivolte in convergenza verso il centrocostituito da una sedia rossa. E’ la Terapia di gruppo  che, nel corso degli anni, ha seppellito iltestimone sotto una montagna di vite raccontate e loha condotto lungo chilometrici labirinti pulsionali. Tanto che ha rischiato dismarrirsi.

Infattiall’ombra della torre di guardia, su cui domina beffarda la gigantescaicona nera di un SantorossiElvis(il Logo), ci appare inattesa una vera sepoltura con tanto di urna recante ladicitura Ego, la lapide dedicatoria “soprattutto sotto niente” etre date: nato 1988, morto 2001, rinato 2002. La prima si riferisce all’anno in cui Claudio Conzon,buon pittore di quadri decorativi che gli avrebbero consentito di sbarcare illunario senza problemi, decide di adottare lo pseudonimo (o nome d’arte)di Santorossi e di abbandonare i pennelli, folgoratosulla via di Damasco dalle resine epossidiche, unnuovo materiale al quale immolerà le vie respiratorie e migliaia di ore dilavoro notturno. La seconda data ricorda un momento di crisi testimoniato dauna lettera, inviata al critico Enzo Di Grazia, in cui l’artista –deluso dai mancati riscontri dei potentati milanesi e romani che presiedonoalle sorti dell’italico mercatino dell’arte - decreta la prematuradipartita di Santorossi. La terza documenta di come sia possibile (forse con l’auto-training?) superare nelgiro di un solo anno la parentesi depressiva e ritornare in pista alla grande.Signore e Signori, lo spettacolo continua.

Manel frattempo il Santo(rossi) ha fatto miracoli. Così nel torrione diroccatotroneggia un vero altare, con tanto di fondalinogiallo fiammeggiante; alcuni contenitori alchemici circondano una teca cheesibisce lo Stinco di Santo e, posati suuno stipo adiacente, non mancano i vasi contenenti il Sanguedel Santo. Il rito è servito, andate in pacese ne siete capaci. Altrimenti, batraci. 

 

 

Dal sito www.culturaliart.com è possibilescaricare le immagini in alta risoluzione e la cartella stampa completa

 

 

 

 

 

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