Musica a Faenza: le canzoni d’autore dialettali di Luca De Nuzzo

Musica a Faenza: le canzoni d'autore dialettali di Luca De Nuzzo La fiera MEI 2008 di Faenza, il Meeting delle Etichette Indipendenti e delle Autoproduzioni, porta alla ribalta tanta musica e canzoni impegnate dei nostri migliori cantautori italiani.

24/ott/2008 13.42.23 Michela Barbero Contatta l'autore

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La fiera MEI 2008 di Faenza, il Meeting delle Etichette Indipendenti e delle Autoproduzioni, porta alla ribalta tanta musica e canzoni impegnate dei nostri migliori cantautori italiani.

Da non perdere, sabato 29 novembre, il grande appuntamento con la canzone impegnata di Luca De Nuzzo, cantautore pugliese, già vincitore del Premio De André 2004.

Luca De Nuzzo, invitato dal noto giornalista e critico musicale Enrico Deregibus, presenterà alcuni dei suoi brani più rappresentativi di un lungo percorso di composizione e scrittura, nonché di ricerca del linguaggio. Sarà accompagnato alla chitarra da Federico Ferrandina, al basso elettrico Paolo Sturniolo e al flauto e percussioni da Federico di Maio.

La musica di De Nuzzo riproduce ritmi molto diversi tra loro, nati in parte dalla tradizione popolare e che ricordano le musiche indimenticabili di De Andrè, Tenco, Brassens, Brel.

Le canzoni di Luca sono leggere e impegnate, leggere per la loro musica spesso ballabile, piccante, ma ricche di forza popolare e valori perduti di una realtà forse troppo distante.

Una realtà che non vediamo o non vogliamo vedere? Forse. La realtà dell popolo locale, le verità raccontate in modo semplice, essenziale, senza ampollosità o false ridondanze.

All’appuntamento musicale di Faenza, De Nuzzo sarà intervistato da Annino La Posta e parlerà del dialetto, o meglio, del linguaggio in genere; il linguaggio inteso come forza espressiva e comunicatrice di un popolo, capace di farsi sentire ed insegnare con la spontaneità delle proprie parole estranee ai circuiti ufficiali ed ingessati della lingua standard.

In tempi di comunicazione fumosa ed uniformante, di disinteresse verso ciò che non è di moda o che rifiutiamo di sentire e vedere, il dialetto, con le sue note mai rassicuranti, ci riporta al racconto originale senza contorni, al linguaggio affidabile, alla lingua materna che non ci tradisce nell’anima, nelle idee o nel modo di essere. In parte, la lingua ci ricorda chi siamo, ma non attraverso un atteggiamento banale e melodrammatico “del ritorno alle radici”, tanto per far folclore.

Le parole di De Nuzzo non fanno folclore. Non comunicano nulla del banale folclore locale del nostro Sud. Mantenendo la simpatia delle intonazioni del suo linguaggio, portano sul palcoscenico grandi tematiche e verità, che da San Severo abbracciano il mondo. E così sa parlare a tutti i popoli, perché mette al centro l’essere umano, meno plastico, meno lontano dal cuore…l’essere con le sue esigenze eterne, il suo lamento, la sua risata, le sue ironie.

Il dialetto, non per semplice nostalgia locale. Piuttosto, per ritrovare la sincerità del linguaggio spontaneo, che non si assoggetta al potere. Non essendo “colta”, la lingua locale non conosce padroni quindi non li racconta, non si inceppa nel sistema. Ma chissà perché, a chi la sa ascoltare, qualsiasi lingua sconosciuta dai contenuti forti, suscita delle emozioni, si fa capire con i suoi ritmi e le sue pause: va dritta al cuore e ti guarda negli occhi e, ad un tratto, anche se non la capisci, ritrovi un senso di appartenenza al quale ti aggrappi per non ripiombare nelle parole svuotate, tormentate, contraddittorie di quella comunicazione quotidiana che colpisce ma non dice. Quella comunicazione ripetitiva che ci bombarda, che vuole plasmare le nostre idee, il nostro modo di essere e di agire…è la forza delle parole che ribalta l’evidenza.

Ecco allora che il dialetto, estraneo al circuito perverso della massificazione dei contenuti fragili, ci riporta un po’ di noi stessi, mettendo l’individuo al centro delle proprie idee.

Nostalgia della saggezza e dello sguardo dei nostri nonni? Forse. Nostalgia di vedere ancora le differenze e l’umano per non tradire se stessi? Di sicuro, le parole di De Nuzzo rispondono ancora al bisogno di chi ama pensare di ritrovare un’identità anche e soprattutto nelle differenze.

Nel nostro paese, le differenze sono state per anni fonti di “imbarazzo contadino”; chi faceva il grande salto in società, cancellava l’accento, imparava l’italiano della televisione o perdeva il proprio accento per acquisire quello della terra ospitante. È il dilemma di chiunque provi un disagio di disadattamento e voglia “integrarsi”, cioè farsi accettare.

Allo stesso tempo, i nostri italiani all’estero, dopo decenni di vissuto in terre, un po’ madri e un po’ straniere, rinnegando a volte le proprie radici, polemizzando o parlandone con nostalgia, proprio loro, gli italiani lontani ti parlano con il loro accento colorito di ieri, che ha saputo portare con sé i ricordi, la propria casa, ma anche la storia.

La cadenza di ogni “parlata” custodisce sempre i popoli che l’hanno generata. Il linguaggio è segnato dai percorsi di un popolo, fa rivivere le immagini e i suoi luoghi o i mille luoghi che la sua gente ha conosciuto.

Il bisogno di identità, ricchezza culturale (meno colorita e più sincera), il racconto della storia: queste sono solo alcune delle tematiche delle canzoni d’autore di De Nuzzo.

La canzone riporta la forza dei valori e della storia sul palcoscenico, in un abbraccio comune laddove la differenza crea appartenenza. Le differenze ci appartengono e ci raccontano la storia di ieri per provare ad ascoltare quella di oggi.

 

 


 


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