11/nov/2008 19.38.24 Dott.ssa Marisa Nicolini, "OLTRE I Contatta l'autore

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IL BULLISMO



COS’E’ COSA NON E’



Atti di intimidazione,

sopraffazione, oppressione fisica e/o psicologica commessi da un

soggetto “forte” (bullo) nei confronti di uno “debole” (vittima) in

modo intenzionale e ripetuto nel tempo Comportamento aggressivo,

violenza

Aggressioni fisiche: calci, pugni, sottrazione di beni Atto

antisociale, vandalismo

Aggressioni verbali: minacce, offese, insulti,

prese in giro Devianza

Violenze psicologiche: esclusione, isolamento,

diffusione di calunnie Criminalità





UNA DEFINIZIONE OPERATIVA



“Un

atto di aggressione consapevole e volontario, perpetrato in maniera

persistente e organizzata da uno o più individui nei confronti di uno o

più individui”.

Come l’aggressività, il bullismo è diretto a procurare

danno a persone o cose, ma mentre la prima può essere occasionale, il

secondo è sempre INTENZIONALE e SISTEMATICO.



CARATTERISTICHE

PREVALENTI DEL FENOMENO



1. Esiste una differenza di potere tra il

bullo e la vittima. Il bullo, prima di agire, valuta la forza (fisica o

psicologica) della vittima e il suo grado di isolamento sociale per

garantirsi dal rischio della ritorsione;

2. l’azione del bullo è

organizzata e sistematica, si accompagna a precedenti che assicurano l’

efficacia del comportamento lesivo e a strategie che, dopo l’azione,

debbano inibire l’istinto della vittima a denunciare l’episodio;

3. è

un comportamento ripetitivo e persistente nel tempo che si focalizza

sulla stessa vittima(e);

4. il bullo può agire con l’appoggio di

complici che �“ oltre a sorreggerlo nei suoi atti �“ possono svolgere la

funzione di copertura delle responsabilità di fronte a terzi;

5. la

vittima non è in grado di difendersi e teme perfino di riferire l’

accaduto e chiedere aiuto perché è ancora più spaventata dalle

ritorsioni; anche eventuali spettatori delle imprese nullistiche cadono

negli stessi timori di rappresaglia. La presenza di spettatori, più che

frenare la manifestazione dei comportamenti aggressivi, potrebbe essere

uno stimolo ulteriore;

6. la vittima del bullo viene de-umanizzata,

ossia perde progressivamente l’autostima, matura una psicologia di

sottomissione e, paradossalmente, questa soggezione alleggerisce il

senso di colpa nel bullo, nei complici e negli stessi spettatori.

















CLASSIFICAZIONE DEL COMPORTAMENTO

DISTURBANTE E AGGRESSIVO A SCUOLA



LIVELLO TIPOLOGIA ALLIEVO COMPORTAMENTO

Primo livello Allievo

irritabile Non tollera divieti e regole; non esegue le consegne; può

presentare problemi di attenzione, iperattività…

Non VOGLIONO

contrapporsi agli adulti, piuttosto hanno una capacità limitata di

autoregolazione e adattamento ad un ambiente che, come la scuola,

presenta richieste elevate e complesse.

Un’accorta lettura e

osservazione da parte dei docenti, comporta un rafforzamento della

relazione dialogica e un graduale apprendimento di regole e

comportamenti interattivi

Secondo livello Allievo indisciplinato

Atteggiamento oppositivo e di esplicito rifiuto delle regole della

scuola, con tratti provocatori con esplicita aggressività verbale

diretta sia verso i compagni, sia verso i docenti.

Gli insegnanti si

sentono “disarmati” e, spesso, del tutto ignorati dalla famiglia. Ciò

nonostante si sforzano di agire sulla motivazione, col coinvolgimento,

sulla strutturazione delle contingenze ambientali…

Terzo livello

Allievo minaccioso Compare una chiara e frequente aggressività

eterodiretta. Collera e minacce contro gli altri diventano quotidiane e

si indirizzano sempre più spesso verso i compagni (e i docenti)

considerati più deboli.

L’osservazione di tali comportamenti implica

che gli insegnanti debbano GIA’ predisporre strategie antibullismo in

collaborazione con i colleghi ed il pieno coinvolgimento della

famiglia.

Quarto livello Allievo bullo Sono evidenti tutte le

caratteristiche che, con frequenza variabile, si esternano come minacce

ai compagni e, talvolta, ai docenti, danneggiamenti volontari di arredi

e attrezzature scolastiche, comportamenti lesivi degli altri.

In

presenza di tali soggetti non basta predisporre le opportune tecniche d’

intervento, ma occorre adottare da parte delle scuola UNA POLITICA

ANTIBULLISMO esplicitata nel POF (preventivamente nota, condivisa),

concordata con le famiglie formalmente coinvolte, al fine di rendere

note, trasparenti e praticabili le azioni sanzionatorie e di

risarcimenti sociali verso la comunità scolastica lesa e offesa.

Quinto

livello Allievo violento Oltre il bullismo: episodi di violenza di

particolare gravità cui non deve far fronte solo la scuola, ma le

istituzioni impegnate nell’area della devianza giovanile, della

criminalità.



LE CARATTERISTICHE DEL COMPORTAMENTO DI BULLO





Aggressività rivolta principalmente verso i compagni, ma anche verso i

genitori e gli insegnanti.

 I bulli hanno il bisogno di dominare e si

dimostrano spesso impulsivi.

 Vantano spesso la propria superiorità,

vera o presunta, sono collerici e hanno bassa tolleranza alla

frustrazione.

 Manifestano grosse difficoltà nel rispettare le regole

e nel tollerare contrarietà e ritardi.

 Tentano di utilizzare l’

inganno per trarre benefici.

 Si dimostrano abili nelle attività

sportive e sanno trarsi d’impaccio dalle situazioni difficili.

 Non

presentano ansia e insicurezze.

 Sono connotati da un modello reattivo

aggressivo associato, se maschi, alla forza fisica .

 I bulli hanno

generalmente una buona considerazione di se stessi.

 Il rendimento

scolastico è vario e tende ad abbassarsi con l’aumentare dell’età, con

un parallelo aumento di atteggiamenti negativi verso la scuola.

 Con l’

età il bullismo tende a trasformarsi in un disturbo della condotta di

tipo antisociale, con abuso di sostanze.

 All’interno del gruppo vi

possono essere i cosiddetti bulli passivi, seguaci o sobillatori, che

non partecipano attivamente agli episodi di bullismo.





LE

CARATTERISTICHE DEL COMPORTAMENTO DI VITTIMA



 Solitamente più ansiose

e insicure, spesso caute, sensibili e calme.

 Se attaccate, reagiscono

chiudendo in se stessi o, se piccoli, piangendo.

 Talvolta soffrono

anche di scarsa autostima ed hanno una opinione negativa si sé e della

propria situazione.

 Sono connotati da un modello reattivo ansioso o

sottomesso associato, soprattutto nei maschi, ad una debolezza fisica,

rinforzata negativamente dall’ambiente.

 Tali atteggiamenti sono

sempre a svantaggio della vittima perché non possiede le abilità per

affrontare la situazione o, se le possiede, non le padroneggia in modo

efficace.

 A scuola vivono in una condizione di solitudine e

abbandono.

 Manifestano particolari preoccupazioni rispetto al proprio

corpo, non sono fisicamente sicuri e potenti, non sono aggressivi, non

amano prendere in giro i compagni, piuttosto hanno difficoltà ad

affermare se stessi nel gruppo.

 Il rendimento scolastico è vario e

tende a peggiorare alle medie / superiori.

 Queste caratteristiche

sono tipiche delle vittime definite passive o sottomesse, che segnalano

agli altri insicurezza, incapacità impossibilità o difficoltà a

reagire.



 Esiste poi un altro tipo di vittima: la vittima

provocatrice, caratterizzata da una combinazione di modalità di

reazione ansiose e aggressive.

 Possono essere iperattivi, inquieti e

offensivi.

 Tendono a controbattere e possono essere sgraditi anche

agli adulti.

 Hanno la tendenza a prevaricare i compagni più deboli.



Sono esposti a rischio di depressione.



In tutti i casi, le vittime

presentano fin dall’infanzia un atteggiamento prudente e una forte

sensibilità.

Nell’età adulta risultano a rischio di criminalità molto

al di sotto della media.





BULLO E VITTIMA: IL DISAGIO SOTTOSTANTE



o

ENTRAMBI I MODELLI REATTIVI sono inadeguati, appresi dall’ambiente.

o

Determinano effetti positivi a breve termine, e perciò si rinforzano,

ma a lungo termine producono disagio nella persona che li emette.

o

Occorrono interventi precoci per evitare l’esordio di veri e propri

disturbi.

o In particolare il modello reattivo ansioso (tipico della

vittima) conduce ad evitare le situazioni che si considerano

potenzialmente pericolose (fobie, depressione, ecc…).

o Il modello

reattivo aggressivo (tipico del bullo) può dar luogo a dipendenza,

comportamenti delinquenziali, ecc…



Anche se non si sfocia nel

disturbo, nella patologia, entrambi i modelli reattivi comportano

problematiche, si strutturano in tipologie di personalità che non sono

in grado di adeguarsi alle richieste dell’ambiente.

Una personalità

ansiosa rinuncerà ad esprimere i propri bisogni, eviterà il conflitto e

diventerà una persona insicura e passiva.

Una personalità aggressiva

cercherà di imporsi sempre sugli altri, vivendo le relazioni in una

costante conflittualità, rischiando l’isolamento dagli altri.

In una

prospettiva di intervento e di prevenzione occorre quindi agire non

solo SUL fenomeno in sé e sulle sue manifestazioni, ma anche SULLE

competenze sociali sia della vittima che dell’aggressore.



COME?



Migliorando le abilità di comunicazione

Migliorando le competenze per

riconoscere ed esprimere le proprie emozioni

Di conseguenze,

facilitando la comprensione delle emozioni altrui

Raggiungendo, tramite

l’autoconoscenza, le capacità di assertività

Rispettando l’altrui PARI

DIGNITA’



L’APPROCCIO PSICOEDUCATIVO



Lo sviluppo filogenetico ha

consentito al cervello umano la capacità di comprendere il linguaggio

non verbale delle emozioni (universale, invariante), così come di

condividere diritti umani naturali = valori di base (individualità,

dignità, rispetto, amore, ecc…)

Mettere a tacere tali capacità innate

significa esercitare sul cervello un forte condizionamento, ad opera di

processi di dis-educazione, imitazione di modelli negativi,

acquisizione di vantaggi secondari.



Di conseguenza, una educazione

fisiologica, basata su principi universalmente riconoscibili, che

rispettino la valorialità intrinseca nell’essere umano, dovrebbe

CONDURRE o RIPRISTINARE, a livello ontogenetico, I CONTENUTI PREVISTI

DALLO SVILUPPO FISIOLOGICO DELL’INDIVIDUO UMANO, in cui, come detto:



IL SOGGETTO DEVE PERCEPIRE QUANTO PIU’ POSSIBILE DI ESSERE



UN

INDIVIDUO

DEGNO

RISPETTATO

AMATO

Nella crescita di un individuo, le

principale agenzie di socializzazione e di educazione ISTITUZIONALMENTE

preposte sono LA FAMIGLIA e LA SCUOLA.

 Che finalità esplicite hanno?

 Quanto condividono le rispettive finalità?

 Quanto collaborano?



Quanto si legittimano a vicenda?

 E quanto sono (de)legittimate dalle

altre agenzie di socializzazione e di “educazione” informali cui

attingono i bambini/adolescenti (TV, videogiochi, gruppi dei pari,

associazioni di varia natura, ecc…)?



In altre parole, FAMIGLIA E

SCUOLA dovrebbero collaborare nel rendere i bambini/adolescenti

SOGGETTI

DEGNI

RISPETTATI

AMATI

in un clima di comunicazione aperta,

condivisa, circolare, supportiva, assertiva, finalizzata.

A scuola e

in famiglia dovrebbe sussistere coerenza e continuità educativa, come

valori di base e strumenti formativi, condivisi, esplicitati e

verificati in un contesto di dialogo.



Da tutte le forme di

“separazione” i bambini/adolescenti traggono un disagio (conflitto) e

la ricerca di benefici secondari (approfittando della non

comunicazione, incoerenza degli adulti).



Se nell’ambiente familiare il

bambino esperisce la carenza di cure materne, la privazione del padre,

la disgregazione familiare, egli sarà predisposto ad un futuro

comportamento aggressivo nei confronti di una situazione nella quale

non può trovare alcun sostegno.



D’altronde una scuola non autorevole,

incapace di porsi come ambiente di raccordo/mediazione tra il privato e

il mondo (“maestra di vita”), delegittimata dal ruolo educativo e

investita solo di competenze istruttive, non può che produrre, a sua

volta, “laboratorio di disagio” nei soggetti affidatile.



Di

conseguenza, famiglia e scuola devono collaborare nell’intento

formativo-educativo, in generale, sempre, ANCHE per la prevenzione ed

il trattamento di episodi di bullismo.

La scuola al riguardo deve

sentire forte la propria prerogativa istituzionale, esplicitare il

proprio mandato di socializzazione e richiedere la collaborazione delle

famiglie, in tutti i modi possibili, per rafforzare le competenze

sociali dei bambini e degli adolescenti.



Scuola e Famiglia devono

cooperare affinché:

o siano espressi e comunicati i valori di

riferimento a cui rifarsi, percependo l’intervento reciproco come una

positiva alleanza educativa e non come ingerenza,

o si crei un ambiente

scolastico caratterizzato dalla comunicazione scuola-famiglia, aperta,

coinvolgente e supportava,

o si crei un ambiente educativo sia in

famiglia sia a scuola caratterizzato da affetto e coinvolgimento

emozionale da parte degli adulti che sostengono i bambini/adolescenti,

pronti ad intervenire preventivamente, pedagogicamente con finalità di

promozione di interessi positivi,

o il rapporto adulto-bambino

(genitore figlio e docente alunno) deve essere caratterizzato comunque

da saldi punti di riferimento che richiamano un’autorevolezza forte,

presente, coerente.



Queste linee di condotta sono da costruire

insieme, anche attraverso una serie di interventi ad hoc finalizzati a

conoscere i vissuti degli bambini/adolescenti, sui quali intervenire a

scopo preventivo e correttivo.

A tal fine,

o vi deve essere

consapevolezza dei genitori, degli insegnanti, degli adulti in genere,

di quali sono i sentimenti profondi dei ragazzi, nonché il desiderio di

condividere propositi operativi per intervenire e cambiare le cose;

o

questo è possibile, oltre che con una sistematica comunicazione

efficace tra tutti gli interessati, anche con l’utilizzo di questionari

rivolti agli alunni, agli insegnanti, ai genitori,

o organizzazione di

incontri, conferenze, all’interno della scuola stessa per presentare i

problemi emersi, in particolare il bullismo,

o una migliore

supervisione durante gli orari in cui non vi è lezione,

o tempestività

di intervento,

o incontri tra insegnanti, genitori, bulli e vittime.



In allegato vengono forniti esempi di attività e questionari ad uso

della scuola, tra i più utilizzati a livello internazionale.







CONCLUSIONI



I bulli e le loro vittime sono, a scuola, la

rappresentazione dei problemi della nostra società.

Ragazzi senza una

guida autorevole (in famiglia e a scuola), esposti a modelli reattivi

disfunzionali propinati loro da adulti oggetti di pulsioni e

condizionati da memorie (più che soggetti di finalità verso cui

attivamente adoperarsi, nel rispetto della pari dignità degli altri),

ragazzi che non vengono guidati nella formazione di una personalità

efficace in sintonia con le proprie inclinazioni, in cui tali

inclinazioni diventano “nevrotiche” modalità di porsi in relazione agli

altri, sono ragazzi, appunto, che meritano tutta la nostra attenzione

ed il nostro rispetto di educatori. A nulla valgono punizioni sempre

più severe ed esemplari se non diamo loro (siano essi bulli o vittime)

la tangibile certezza di essere ascoltati, rispettati, consigliati con

partecipazione emozionale profonda, senza giudizio sulla persona, in un

dialogo franco e autorevole che sappia rendere giustizia all’essere

UMANO che è in ciascuno.

E’ in assenza di tale valorialità condivisa

che l’individuo si avvia sulla strada del disagio, con le modalità

personali cui può permettersi di accedere.

Da educatori, insegnanti,

genitori, non dobbiamo pensare all’allievo prepotente, al bambino

debole, al figlio difficile: piuttosto dobbiamo “sentire”

(empaticamente) e dare voce (sostenere) all’essere umano che è dentro

di lui/lei, che soffre in un ambiente disfunzionale, e contribuire a

riportarlo alla sua fisiologia emozionale e valoriale affinché possa

considerarsi, come detto, un SOGGETTO comunque degno, rispettato,

amato.





Dott.ssa Marisa Nicolini

Psicologa scolastica, psicoterapeuta

CTU del Tribunale Civile e Penale di Viterbo

Centro Visana Viterbo

Via

Lega dei Dodici Popoli, 27

Cell. 328 8727581

m_nicolini@virgilio.it







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