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fronti da conciliare fu senz altro la Rhapsody in blue.

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29/nov/2004 17.31.59 andrea Contatta l'autore

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Giovedì, 2 dicembre 2004, ore 21

 

MUSICA TRA PAROLE

SUONI PER CAPIRE, SUONI PER COMMUOVERSI

Novecento: il classicismo in crisi

Musiche di G. Gershwin, S. Rachmaninov  e  S. Joplin

per pianoforte a quattro mani.

 

Pianisti   Daria Del Vaglia  e  Giovanni Miceli,

Presentazione  Danilo Faravelli.

 

Figlio di immigrati russi, cresciuto nei quartieri più popolari di New York, George Gershwin aveva tutti i requisiti per entrare nella storia della musica come un vero e proprio pioniere nella difficile impresa di far incontrare su un terreno comune la tradizione compositiva classica e il neonato verbo improvvisativo del jazz. Ci riuscì con diversi lavori, ma l’emblema più significativo del prezioso contributo da lui recato all’abbattimento di una barriera che portò immensi benefici ad entrambi i fronti da conciliare fu senz’altro la Rhapsody in blue.

Commissionato nel 1923 da Paul Whiteman, direttore di un’orchestra-spettacolo attiva a New York, questo singolare capolavoro di contaminazione formale e stilistica ebbe, fra i tanti meriti che gli vennero immediatamente riconosciuti da un incondizionato successo di pubblico, anche quello di porre in luce la straordinaria umiltà dello “sperimentatore” Gershwin. Le sue capacità di orchestratore erano allora modestissime e avrebbero dovuto misurarsi con il navigato sound  di una delle formazioni strumentali più apprezzate della East Coast. Che fare? L’originale per due pianoforti (una versione dunque molto vicina a quella da noi proposta) fu affidato alle abili mani di uno specialista come Ferde Grofé e la partitura a tutti nota, con il suo celeberrimo attacco  glissato di clarinetto, venne alla luce; con piena soddisfazione dell’autore, che non giudicò affatto sminuente per la propria dignità d’artista l’aver dovuto ricorrere all’aiuto di un ingegno estraneo al proprio.

Di tutt’altro genere fu l’America di Rachmaninov, russo di nascita e, in quanto esule volontario, “immigrato” tardivo rispetto a Gershwin. La sua musica rimase di stampo dichiaratamente classico-romantico e, se egli poté tenerla in vita come tale per buona parte della prima metà del Novecento, fu grazie allo stupore con cui un popolo “giovane” come quello americano poteva ancora rispondere, senza impedimenti intellettualistici, alla bellezza un po’ anacronistica della sua fantasia e del suo virtuosismo pianistico.

L’America di Scott Joplin, il padre del ragtime ovvero dell’addomesticamento della musica africana ai ritmi europei, fu semplicemente… l’America. Fu l’inizio di una nuova originalità musicale: americana. Il che equivale a dire afroamericana.

 

Teatro Blu Via Cagliero 26 Milano

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Ingresso 11 euro intero 8 euro ridotto

 

 

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