MAMMOGRAFIA: “VA PREVISTA DAI 45 ANNI PER TUTTE LE ITALIANE”. APPELLO DEGLI ONCOLOGI ALLE ISTITUZIONI PER SALVARE PIÙ VITE

06/nov/2009 09.39.15 Francy Antonioli Contatta l'autore

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La mammografia di routine per le donne dai 50 ai 70 anni ha ridotto del 50% nell’ultimo ventennio la mortalità per il tumore del seno. Ma ora è tempo di rivederne i criteri. L’età per il primo esame va portata per tutte le italiane ai 45, come indicano le evidenze scientifiche. A lanciare questo appello alle Istituzioni sono i più autorevoli oncologi mondiali, riuniti fino a domani a Modena per il Convegno internazionale “Meet the Professor”, un appuntamento scientifico di primo livello interamente dedicato al cancro della mammella. E proprio il modello emiliano viene portato come esempio: questa regione, prima in Italia, dal primo gennaio anticiperà lo screening di 5 anni rispetto allo standard ad oggi. Dai 45 ai 50 la mammografia va ripetuta ogni 12 mesi, dopo ogni 24. “Una misura da estendere al più presto in tutto il territorio nazionale - afferma il professor Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento Integrato di Oncologia ed Ematologia del Policlinico universitario di Modena, presidente del Convegno -. Grazie all’effetto combinato di diagnosi precoce e maggiore efficacia delle terapie, oggi la sopravvivenza per questo tumore, che colpisce 38.000 italiane ogni anno, supera il 90%. Ma resta la più frequente causa di decessi nel sesso femminile fra i 35 e i 44 anni, con 7.800 casi stimati nel nostro Paese nel 2008. Vanno quindi sensibilizzate le donne ad aderire alla mammografia ma è soprattutto necessario che le Istituzioni siano pronte a recepire le indicazioni che provengono dalla comunità medico-scientifica. Siamo ormai tutti concordi: la soglia deve essere 45 anni. E ancor prima quando vi siano particolari fattori di rischio come altri casi di neoplasia in famiglia”. Percorsi diagnostici sempre più anticipati e su misura, così come le terapie. I trattamenti oggi sono personalizzati ed esistono test in grado di predire l’efficacia dei farmaci e l’evoluzione della malattia. “Questa è la frontiera su cui si concentrano gli sforzi dei ricercatori – continua Conte – e a questo tema è dedicato ampio spazio al nostro Convegno, giunto alla quinta edizione e ormai divenuto un “classico” appuntamento per la comunità scientifica internazionale”. Modena si conferma quindi una punta di eccellenza dell’oncologia, anche grazie a collaborazioni con prestigiosi centri. Fra questi L’M.D. Anderson di Houston (Texas) il più grande ed importante al mondo, guidato dal prof. Gabriel Hortobagyi che co-presiede il Convegno.
Il cancro del seno racchiude in realtà una molteplicità di malattie diverse, che richiedono trattamenti specifici. “Oggi possiamo identificare prima le caratteristiche del tumore e capire quindi come orientare al meglio le terapie – spiega il prof. Conte -. Sappiamo che esistono tre grandi gruppi: quelli che esprimono i recettori ormonali, quelli chiamati HER2 positivi e i cosiddetti “triple negative” , tripli negativi. Questi ultimi sono particolarmente aggressivi, rappresentano circa il 10-15% di tutti i carcinomi mammari e colpiscono più spesso le pazienti più giovani (con meno di 50 anni). L’obiettivo quindi è curare ogni singola paziente in maniera diversa: esistono test che ci consentono di capire le caratteristiche della malattia e come si svilupperà. Ad esempio, dove formerà metastasi. Il tumore del seno tende a crearne in organi ben definiti, come le ossa, i polmoni, il fegato o l’encefalo. Quelli del primo tipo (recettori ormonali) ne danno in genere a livello scheletrico. Nel caso di tumori HER-2 positivi, in quasi una donna su tre ne originano nel sistema nervoso centrale. Conoscere la neoplasia ci aiuta ad “anticiparne” le mosse e giocare d’anticipo con terapie mirate”. L’aumento della sopravvivenza apre inoltre scenari nuovi, legati alla cronicizzazione della malattia e alla progressiva riduzione dell’età delle pazienti: oggi in una su 10 ha meno di 35 anni. “Si tratta in molti casi di donne che desiderano diventare madri – continua Conte -. Il nostro compito quindi è capire come intervenire efficacemente senza pregiudicare la fertilità. Dai pochi dati di cui disponiamo, solo il 5% delle donne in premenopausa oggi ha una gravidanza dopo un carcinoma mammario, ma questa percentuale è destinata, per fortuna, a crescere. Parliamo sempre più di vita “dopo” il tumore ed è quindi necessario studiare a fondo gli effetti a lungo termine delle terapie: su questo il nostro centro, così come l’M.D. Anderson, è molto attivo. Con un’attenzione alle ricadute non solo mediche ma anche psicologiche e sociali”. Proprio su questi aspetti il dipartimento oncologico guidato dal prof. Conte sta conducendo uno studio pilota: i risultati verranno presentati a dicembre e la ricerca verrà poi estesa su tutto il territorio nazionale. Ma la vera risorsa da valorizzare resta la prevenzione cui è dedicata anche una sessione al convegno “Va incentivata l’adesione agli screening, ma si può anche intervenire a monte per ridurre il livello di rischio, in particolare facendo attenzione all’alimentazione e al movimento fisico. Le donne che praticano sport con regolarità possono abbassare del 20% le probabilità di ammalarsi. E le pazienti possono trarne enormi benefici sia in termini di qualità della vita (riduzione del dolore e della fatigue) che di possibili ricadute. È importante che anche questi temi vengano condivisi dagli esperti, per fornire alla popolazione informazioni utili e certificate. L’auspicio è che questo meeting – conclude Conte – , ormai divenuto una tradizione per il nostro Paese e per la città di Modena, possa trasformarsi in un’occasione di reale confronto in cui la comunità scientifica mette a disposizione delle Istituzioni e dei cittadini indicazioni concrete per contrastare con più efficacia il tumore del seno”.
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