NUOVI TEST PER 'FEGATO GRASSO'

NUOVI TEST PER "FEGATO GRASSO" Un semplice esame del sangue, il FibroMax, sui primi 67 pazienti arruolati nello studio VARES (VAlutazione del Rischio Evolutivo del paziente con Steatosi epatica non alcolica in medicina generale) ha evidenziato risultati interessanti, tra cui una steatosi severa nel 30% dei casi, rispetto ad una diagnosi ecografica di steatosi moderata, e una fibrosi di grado avanzato non diagnosticata nel 12% dei pazienti.

02/dic/2009 12.14.54 Francy Antonioli Contatta l'autore

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Un semplice esame del sangue, il FibroMax, sui primi 67 pazienti arruolati nello studio VARES (VAlutazione del Rischio Evolutivo del paziente con Steatosi epatica non alcolica in medicina generale) ha evidenziato risultati interessanti, tra cui una steatosi severa nel 30% dei casi, rispetto ad una diagnosi ecografica di steatosi moderata, e una fibrosi di grado avanzato non diagnosticata nel 12% dei pazienti. “Tutti casi sfuggiti alle analisi di routine - afferma il dottor Ignazio Grattagliano, medico di medicina generale collaboratore area gastro-enterologica Società Italiana Medicina Generale (SIMG) e coordinatore dello studio Vares -. I dati preliminari dello studio che presentiamo a questo 26° congresso annuale dei medici di famiglia inaugurato oggi a Firenze lo confermano: non sempre le indagini standard, come le transaminasi e l’ecografia, sono sufficienti a valutare la gravità e la progressione della steatosi”. “La steatosi epatica, o ‘fegato grasso’, è una malattia molto frequente nella popolazione generale - spiega il dottor Enzo Ubaldi, responsabile nazionale dell’area progettuale gastro-enterologica della SIMG. Si manifesta spesso con un lieve rialzo degli enzimi epatici nel sangue (ad esempio ALT), ma la diagnosi è oggi affidata all’ecografia. È importante, quindi, individuare i casi che richiedono ulteriori accertamenti e cure da parte dello specialista prima che progrediscano verso forme croniche più gravi, quali fibrosi e cirrosi fino al carcinoma epatico, causa di morte nel 3% dei pazienti”.

L’accumulo di grasso nel fegato può essere indotto dall’abuso di alcol o da infezioni virali, come l’epatite B o C, ma anche più semplicemente può essere il risultato di uno stile di vita inadeguato o di un diabete non controllato. In questo caso si parla di steatosi epatica non alcolica. Per valutare il grado di salute/malattia del fegato nello studio VARES, supportato da Ibi-Lorenzini insieme a Biopredictive e ai Laboratori Fleming, è stato adottato il FibroMax, test che dall’elaborazione di diversi parametri ematici fornisce informazioni per quanto riguarda la presenza di steatosi, steatoepatite e fibrosi epatica. “La steatosi non va sottovalutata perché, anche se non dà sintomi o alterazioni ematiche evidenti, interessa oltre 20 milioni di italiani, un terzo della popolazione, e se non trattata può evolvere verso forme croniche più gravi, come la fibrosi e la cirrosi e contribuire all’insorgenza del carcinoma epatico”, afferma Alfredo Alberti, Professore ordinario di Gastroenterologia all’Università di Padova. D’altra parte, la steatosi epatica non alcolica può innalzare i costi di gestione del paziente a causa del lungo periodo di latenza preclinico, ma la disponibilità di un trattamento efficace e sicuro, anche non farmacologico, e la sua semplice valutazione con FibroMax potrebbero rappresentare un guadagno in tutti i sensi.
I risultati preliminari sui 67 pazienti finora arruolati nello studio VARES sono presentati durante il simposio ‘La steatosi epatica: vero o falso problema?’, a cui partecipa in qualità di moderatore e relatore il prof. Antonio Craxì dell’Università di Palermo, tra i massimi esperti delle malattie epatiche in Italia. Coordinatori dello studio sono proprio i medici di famiglia, referenti SIMG dell’area gastro-enterologica nei 6 centri dello studio, che arruoleranno in collaborazione con altri medici ricercatori oltre 70 pazienti per centro (età compresa tra i 18 e i 65 anni) con steatosi epatica non alcolica, diagnosticata con ecografia, per un totale di oltre 400 pazienti. “Dovranno essere escluse patologie epatiche più gravi o neoplasie e infezioni o infiammazioni - precisa il dott. Ubaldi -. Per questo, i pazienti saranno sottoposti ad una serie di esami preliminari, che prevedono un prelievo di sangue per la determinazione dei diversi parametri plasmatici che serviranno a definire meglio la malattia.” I risultati parziali dello studio, relativi al “12% circa di pazienti che mostrano al FibroTest, analisi compresa nel FibroMax, un grado di fibrosi più alto di quello ipotizzato, sono in linea con quanto riportato in precedenti studi - spiega il dr. Grattagliano - e questo valida ulteriormente il Fibrotest. Ma l’altro dato, quello che riguarda i pazienti con steatosi più grave di quanto diagnosticato all’ecografia (30%), se confermato sull’intera popolazione dello studio, è altrettanto interessante perché indica sia la necessità clinica di metodiche di indagine da affiancare all’ecografia sia l’urgenza in questi casi di attuare terapie preventive volte ad evitare l’evoluzione in steatoepatite ed in fibrosi.” I pazienti con steatoepatite non alcolica sono, infatti, di interesse specialistico, ma possono essere selezionati già dal medico di famiglia, a cui è affidata la prima diagnosi e la gestione delle forme non complicate. Se la malattia epatica è ancora in fase iniziale, “dieta, esercizio fisico e l’utilizzo di un integratore ampiamente studiato, come il Realsil, a base di silibina (estratto del cardo mariano), ad attività antiossidante e antifibrotica, in associazione a fosfatidilcolina (che ne favorisce l’assorbimento per via orale) e a vitamina E (ad azione antiossidante e stabilizzatore di membrana), possono contribuire a migliorare la condizione epatica - conclude Grattagliano -. E lo stesso FibroMax potrà essere proposto in futuro per il follow-up dei pazienti con steatosi epatica non alcolica, analogamente a quanto già succede per il monitoraggio della steatosi alcolica o di quella causata da infezione da virus dell’epatite B o C”.
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