Comunicati.net - Comunicati pubblicati - NORA comunicazione Comunicati.net - Comunicati pubblicati - NORA comunicazione Fri, 19 Apr 2019 17:19:01 +0200 Zend_Feed_Writer 1.12.20 (http://framework.zend.com) http://www.comunicati.net/utenti/19139/1 Rane/Watson. Filling in the Blanks Mon, 23 Jul 2018 15:12:58 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/486987.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/486987.html NORA comunicazione NORA comunicazione  

 

Sempre mantenendo alta l’attenzione sull’arte figurativa, fil rouge che guida l’attività e la ricerca della galleria pietrasantese sin dalla sua nascita, Accesso Galleria presenta dal 28 luglio al 5 settembre la doppia personale “Rane/Watson. Filling in the Blanks” che mette a confronto il lavoro di Alex Rane e Tomas Watson. 

I due artisti si approcciano al figurativo con una poetica analoga: nel nucleo di opere presentate – circa venti tra sculture (Rane) e dipinti (Watson) di medie e grandi dimensioni – appare infatti chiaro come entrambi, pur usando linguaggi e materiali diversi – la scultura in marmo il primo e la pittura a olio il secondo –, concentrino il proprio lavoro su singole sezioni dell’opera, lasciando il restante in uno stato di incompiutezza astratta.La filosofia comune ai due artisti è convogliare l’attenzione dell’osservatore sulla porzione della propria arte che interessa loro evidenziare: così alcune parti sono altamente realistiche e definite - le spalle e il busto sono rappresentati accuratamente, le mani posizionate in gesti espressivi - mentre altre sono lasciate intenzionalmente vaghe.
Alex Rane e Tomas Watson credono infatti che lasciando non finite alcune aree, quelle rappresentate con maggior chiarezza guadagnino forza espressiva. Entrambi costringono chi guarda a esaminare determinate zone delle loro opere ed è in quel momento, dopo che l’occhio si è concentrato su questi punti di forza, che gli artisti chiedono all’osservatore di completare la storia...di riempire gli spazi vuoti (filling in the blanks, appunto) che gli hanno lasciato. 

Watson racconta così i suoi dipinti a olio: “Parti dell’opera sono intensamente realistiche e il resto può essere etichettato come astratto. Mantenendo lo ‘sfondo’ vago o indefinito attraggo l’attenzione sulle cose che mi interessano”.
Rane ha una visione simile per le sue sculture in marmo, che spiega così: “In un tempo in cui così tante cose devono essere giuste o sbagliate, io credo che l’arte debba occuparsi dei particolari”. Egli lascia il marmo il più naturale possibile e ne usa le forme e le superfici per far risaltare le parti della figura per le quali ha più interesse. Prosegue: “Voglio creare particolari interessanti e anche dare spazio all’occhio per riposarsi”. 

Completa la mostra un catalogo con la riproduzione di tutte le opere esposte e apparati bio-bibliografici. 

Date: 29 luglio – 5 settembre 2018
Inaugurazione: sabato 28 luglio, ore 19
Orari: da lunedì a giovedì, h. 18 - 23 | da venerdì a domenica, h. 10.30 - 12.30 e 18 - 24
Ingresso  libero
Info al pubblico: Accesso Galleria t. +39 340 410 4004 | info@accessogalleria.com | accessogalleria@gmail.com | www.accessogalleria.com

 

 

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Wolfram Ullrich. Puro colore, pura forma Mon, 11 Jun 2018 17:11:46 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/482480.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/482480.html NORA comunicazione NORA comunicazione Con una mostra monografica dedicata a Wolfram Ullrich (Würzburg, Germania, 1961) – la prima in Italia dell'artista tedesco – la galleria Dep Art di Milano conclude la stagione espositiva in vista della pausa estiva.
Attraverso un'ampia selezione di opere che illustra i caratteristici modi espressivi dell’artista, "Wolfram Ullrich. Puro colore, pura forma", dal 21 giugno al 29 settembre 2018, anticipa la rassegna pubblica che vedrà Ullrich protagonista al Museo MARCA di Catanzaro in novembre.

In mostra è possibile ammirare circa venti lavori in acrilico su acciaio, tutti realizzati appositamente per la mostra milanese, di grandi, medie e piccole dimensioni.
Le astrazioni geometriche tridimensionali di Ullrich sono il frutto di un assemblaggio di segmenti in acciaio preparati in modo che l’acrilico, che viene applicato per velature successive, vi si possa fissare.
Nel tentativo di comprendere analiticamente le opere di Ullrich, da una visione complessiva al particolare dei segmenti, si incontrano incoerenze prospettiche che l’artista accentua con precisione millimetrica. Se al contrario si decide di adottare un approccio sintetico, partendo dai segmenti per arrivare alla forma totale, i rilievi iniziano a girare su se stessi: a seconda della posizione dell’osservatore le opere si inclinano, diventano morbide, si piegano in strette fessure dombra.
Il lavoro di Ullrich entra quindi in relazione non solo con l’occhio dello spettatore, ma anche con lo spazio e con il movimento del visitatore all’interno di tale spazio, trattando entrambi come variabili dinamiche. 

Altro elemento fondante del lavoro dell’artista tedesco è la ricerca e l’uso piatto del colore.
Tra bidimensionalità e tridimensionalità il segno cromatico di Ullrich anima la superficie della parete marcandola con presenze vive e interattive: a partire dall’artificio della pittura, il colore diventa forma concreta e tridimensionale, determinando i lavori in estensioni spaziali, al limite con l’installazione. L’intervento di Ullrich si disloca infatti nello spazio secondo la misura rigorosa eppur libera delle sue sequenze che danno vita nel loro insieme a un’unica installazione in cui ciascun elemento è legato e rimanda al successivo. 

“Questa esposizione – afferma il curatore Matteo Galbiati – costituisce una preziosa occasione per approfondire e scoprire la complessa semplicità del linguaggio dell'artista tedesco che, con un costante variare di pochi elementi, rinnova ogni volta la dinamica di una bellezza che tende ai limiti di nuove e imprevedibili prospettive”.
La mostra è accompagnata da un volume bilingue (italiano-inglese) realizzato da Dep Art, a cura di Matteo Galbiati e Antonio Addamiano, contenente il testo critico del curatore, la riproduzione di tutte le opere esposte, le vedute dell'allestimento in galleria, una selezione di immagini di repertorio e apparati bio-bibliografici aggiornati.

Sede: Galleria Dep Art, Via Comelico 40, 20135 Milano
Orari: da martedì a sabato ore 10.30 - 19; chiuso domenica e lunedì. Chiusura estiva dal 6 agosto al 4 settembre
Ingresso: libero
Info al pubblico: Galleria Dep Art | tel. 0236535620 | art@depart.it | www.depart.it

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Finotti svelato Mon, 11 Jun 2018 10:11:41 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/482400.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/482400.html NORA comunicazione NORA comunicazione Una mostra di sculture focalizzata su opere prevalentemente inedite. È questo l’intento con cui, dal 17 giugno al 25 luglio, la Accesso Galleria di Pietrasanta presenta la personale Finotti svelato dedicata al celebre scultore veronese.

Nonostante una carriera di oltre sessant’anni, decine di esposizioni e una cifra stilistica ormai celebre, Novello Finotti conserva diversi suoi lavori ancora sconosciuti o non esposti da molti anni: circa quindici di queste opere sono raccolte nelle sale dello spazio pietrasantese.

 Con un ampio corpus di sculture che si estende per più di mezzo secolo, il concetto di opere “svelate” necessitava di una maggiore focalizzazione ed è per questo che la mostra si concentra su lavori che presentano un’enfasi sul tema del surrealismo, ricorrente nella ricerca di Finotti. L’immaginario surrealista include uccelli, serpenti, mani, seni, uova e ortaggi: ognuno di questi elementi può, a un certo punto, apparire, sparire o trasformarsi, in un modo che l’artista definisce “evanescente”.

 Le sculture presentate sono realizzate in marmo e bronzo, di piccole, medie e grandi dimensioni, con alcuni lavori che raggiungono anche i due metri di altezza – come la splendida Luna presa (bronzo, cm 261x57x41) –, diversi dei quali fissati a parete in un suggestivo allestimento. Tra questi, anche pezzi d’arredamento in bronzo, come sedie e sgabelli, perché non sono infrequenti nel lavoro di Finotti componenti “anomale”: dal surrealismo al déco, alla forma mentis del design che, fuse insieme, restituiscono un effetto straniante.“Eppure, qualunque cosa tocchi – scriveva in un suo testo Gian Lorenzo Mellini – assume una sofisticazione, un’eleganza, una grazia particolare, che implicano a loro volta una grandissima dose di buon gusto, di attenzione, direi anzi culto per la qualità, che è classe e insieme squisitezza e delicatezza d’animo”.Accanto ad una certa stravaganza, la poetica dello scultore include un altro elemento: l’ironia. “Nel senso etimologico – spiega ancora Mellini – cioè bugia. Ma non come falsità, bensì coscienza della falsità”.

 Come chiarisce lo stesso Finotti, la mostra racconta “molti momenti della mia vita...la mia storia come scultore”. Ciononostante, la personale non intende essere un’antologica quanto, piuttosto, un percorso che mette in evidenza, ancora con le parole dell’artista, “la metamorfosi del mio lavoro”. A tal fine le opere presenti spaziano dai primi anni ‘70 ai giorni nostri, con alcuni nuovi lavori completati quest’anno appositamente per la mostra.

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The Golden Nightingale. Ricostruzione di una mostra Thu, 03 May 2018 12:30:14 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/477930.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/477930.html NORA comunicazione NORA comunicazione Con “The Golden Nightingale. Ricostruzione di una mostra” la galleria Progettoarte – Elm di Milano ricostruisce e propone al pubblico, a distanza di quarantacinque anni, il progetto che Palma Bucarelli presentò per la terza edizione del premio The Golden Nightingale di Platres, a Cipro, nel 1973.
Cinque giovanissimi artisti che di lì a poco sarebbero stati fra i protagonisti della Pittura Analitica Enzo Cacciola, Paolo Cotani, Marco Gastini, Carmengloria Morales, Gianfranco Zappettini – furono invitati a partecipare, a testimonianza della capacità della Bucarelli di leggere il proprio tempo e di anticipare le nuove tendenze della pittura e dell’arte contemporanea.

L’esposizione presenta dall’11 maggio al 29 giugno 2018, circa venti opere, storiche degli anni ‘70 e più recenti, che testimoniano il cammino in senso analitico della ricerca dei cinque artisti e si propone di ricostruire il significato di quella particolare scelta storica che possiamo considerare come un precedente illuminato della straordinaria vicenda della Pittura Analitica.
È un episodio dimenticato la cui documentazione, custodita negli archivi della GNAM di Roma, è stata accuratamente studiata e vagliata dalla galleria Progettoarte – Elm e dalla curatrice Angela Madesani: gli inviti formali che la Bucarelli inviò agli artisti, il carteggio fra le istituzioni cipriote e italiane, i documenti di spedizione delle opere, hanno aiutato a ricostruire la vicenda e a restituirne tutta la vivace atmosfera nella sede espositiva di Milano. 

Con la segnalazione di quei nomi, l’allora direttrice e sovrintendente della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, colse infatti un momento determinante dell’arte del XX secolo che ha analizzato le componenti costitutive della pittura e il rapporto materiale fra l’opera e l’artista. 

La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese) nel quale, oltre al testo di Angela Madesani e alle fotografie di Bruno Bani, si ritrovano tutte le fonti recuperate presso l’Archivio storico della GNAM relative a questo particolare episodio.

Sede: Galleria Progettoarte - Elm, Via Fusetti 14, 20143 Milano
Inaugurazione: giovedì 10 maggio, ore 18.30
Date: 11 maggio – 29 giugno 2018
Orari: lunedì – venerdì, h. 16 – 19.30. Sabato e festivi su appuntamento.
Ingresso: libero
Info al pubblico: Progettoarte - Elm t. 02.83390437 | info@progettoarte-elm.com

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Marka - territori di confine Fri, 27 Apr 2018 10:25:27 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/477459.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/477459.html NORA comunicazione NORA comunicazione Con Marka – territori di confine il neonato spazio milanese dedicato ai linguaggi contemporanei Other Size Gallery inaugura, dal 4 maggio al 15 settembre, la seconda tappa del suo percorso.
Dopo il riscontro positivo ottenuto dalla mostra di apertura dedicata a Christian Leperino e al suo centro per l’arte contemporanea SMAVVE di Napoli, sono le Marche e Casa Sponge, spazio in cui si mescolano progetti curatoriali e interventi d’artista sulle colline marchigiane, i protagonisti del nuovo appuntamento.
Otto i nomi selezionati da Maria Savarese, curatrice di Other Size, tra progetti interni ed esterni a Casa Sponge realizzati nell'ultimo anno e mezzo. Si inizia con Giovanni Gaggia, fondatore e direttore artistico di Casa Sponge, per proseguire con: Angelo Bellobono, Giulio Cassanelli, Roberto Coda Zabetta, Rocco Dubbini, Stefania Galegati Shines, Gianluigi Maria Masucci e Giuseppe Stampone. Completa e corona il progetto Mario Giacomelli del quale, grazie alla collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli - Rita Giacomelli, è esposta un’opera emblematica del ciclo Presa di coscienza sulla natura del 1976-80. 

“Marka” prende spunto da Marche e accenna alle diverse terre di confine storiche che sono state incorporate originando il nome al plurale della regione.
La collettiva riunisce artisti che, pur nella diversità dei rispettivi linguaggi, si sono raccolti attorno a Casa Sponge condividendone la filosofia di luogo geograficamente periferico, ma al centro del dibattito intellettuale e facendosi a loro volta promotori di altri artist-run space, di format dedicati al dibattito sul ruolo dell’artista nella società, di progetti di rilevanza sociale. Una rete fortemente integrata, focalizzata sull’arte contemporanea, come se ne vedono poche in Italia. 

Mario Giacomelli apre il percorso espositivo con la sua lettura ormai celebre delle Marche, con i suoi bianchi e neri, con i campi arati, le strade sterrate e le colline che sconfinano nell’astrazione. Angelo Bellobono e Stefania Galegati Shines portano la loro esperienza maturata rispettivamente sulle montagne dell'Atlante in Marocco e a Palermo. Insieme a Gaggia e Giuseppe Stampone partecipano al progetto “Transpolitica”: tavola rotonda itinerante che focalizza l’attenzione sul ruolo dell’artista oggi. Giulio Cassanelli èospite di “Effetto Farfalla”, il format di Casa Sponge dedicato alla parola e fonda a Bologna con Alessandro Brighetti l'artist-run space FatStudio. Roberto Coda Zabetta apre il Consorzio Agrario di Loretello, da ottobre 2017 seconda sede di Sponge. Rocco Dubbini artista di origine marchigiane testimone della nascita di Casa Sponge, porta al suo interno progetti di grande rilevanza socio-politica come Mantra, opera nata dalla poesia Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini.
La mostra si chiude con l'opera di Gianluigi Maria Masucci, impegnato nella realizzazione a Napoli di uno spazio di ricerca e condivisione che coinvolge artisti attivi sul territorio e all’estero, la cui ricerca sul flusso dell'acqua diventa l’emblema delle esperienze che nella collettiva vengono raccontate: un dialogo aperto e un futuro ancora possibile. 

Con Marka, Maria Savarese conferma il suo intento programmatico dichiarato all’apertura dello spazio espositivo: quello di dare voce per questo primo anno – in uno spazio multidisciplinare dalla concezione innovativa come Workness, all’interno del quale si colloca Other Size – a realtà artistiche territoriali, talvolta anche periferiche, che si distinguono per la loro attività di ricerca e sperimentazione locale.

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Addamiano. Una pittura che racconta la luce Tue, 20 Mar 2018 18:38:23 +0100 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/473856.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/473856.html NORA comunicazione NORA comunicazione In concomitanza con la mostra “Turner. Opere dalla Tate”, il Chiostro del Bramante di Roma accoglie anche la personale “Addamiano. Una pittura che racconta la luce”, negli ambienti dello Spazio Gallerie.
La mostra presenta, dal 29 marzo al 2 maggio 2018, due serie – per un totale di 25 opere – che hanno caratterizzato il pensiero dell’artista nel corso degli anni e che sono state oggetto di un’incessante revisione: i Cieli stellati e le Gravine.
Il progetto espositivo, a cura di Matteo Galbiati, si lega alla mostra del grande artista inglese in modo armonico e corrispondente, trovando nella pittura contemporanea di Natale Addamiano una naturale convergenza di sensibilità e di visione.
L'artista pugliese, infatti, lungo la sua attività di ricerca ha posto come fondamento del suo sguardo un colore poetico che si esprime attraverso un segno-materia capace di far vibrare l'immagine in una luce atmosferica e cangiante. Come avviene per la visionarietà del colore di Turner, maestro putativo per Addamiano che ne è interprete e lettore attento, anche la sua pittura riverbera un’intensa sensibilità lirica che seduce lo sguardo portando a recepire significati profondi, le cui radici intime affondano ben oltre il confine dell'immagine reale.

Nelle due serie in mostra, paradigma di tutta la sua pittura, Addamiano – come Turner, ma anche Constable e poi Monet – insegue la capricciosa mutabilità del fenomeno naturale che accalora, con infinite intonazioni, l'orizzonte del visibile.
Nel primo grande ambiente i visitatori sono accolti dalla suggestione dei Cieli stellati, alcuni dei quali volutamente proposti in grande formato, che grazie alle intensità minute dei colori che proliferano caleidoscopicamente sulla tela sono in grado di scatenare libere associazioni emotive. Ogni tanto, in basso, compare una striatura che allude ad un orizzonte terreno e riporta il nostro essere alla finitezza umana, allontanando la visione metafisica del cielo.
Nelle Gravine, esposte in sequenza come facessero parte di un’unica wunderkammer, si ritrova l'attitudine che da sempre ha definito l'anima artistica di Addamiano: l'essere pittore di paesaggio. L'artista ha scelto un tema complesso, suscettibile di critiche, di diffidenza, perché tanto consacrato dalla storia quanto dismesso da certi ambienti della contemporaneità.
Con la pratica pittorica Addamiano, pugliese di nascita e milanese d'adozione, ha potuto tollerare le costanti sollecitazioni che le sue terre d'origine, dal forte carattere mediterraneo, gli hanno imposto allo sguardo fin dall'infanzia: il calore del sole, il riverbero dell'aria salina, una natura talvolta aspra che in questi luoghi sa manifestarsi con potente variabilità.
I paesaggi di Addamiano trasfigurano nell'equilibrio delle loro impercettibili, evidenti, mutazioni da cui traspare il sentore di un sentimento libero e appassionato, capace di indagare la verità delle cose nel loro lento fluire temporale. La pittura di Addamiano coglie questa testimonianza, fissa la vibrazione di un'apparizione che si consuma svelta e che, in lui, sa rendersi persistente testimonianza fisica. 

Completa la mostra un catalogo bilingue (italiano-inglese) edito da Skira, contenente un testo di Matteo Galbiati, la riproduzione di tutte le opere esposte e un’aggiornata nota bio-bibliografica.

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Alighiero Boetti. Il mondo fantastico Mon, 26 Feb 2018 10:55:36 +0100 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/471124.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/471124.html NORA comunicazione NORA comunicazione La mostra “Alighiero Boetti. Il mondo fantastico”, esposta alla galleria Dep Art di Milano dal 28 febbraio al 28 aprile 2018, comprende una trentina di opere su carta concepite a partire dal 1965, annoverabili fra quelle descrivibili come di “mano propria”, cioè non realizzate con la collaborazione o interamente da altri, e una grande installazione del 1979 ad oggi mai riproposta.
I lavori presentati evidenziano come per Alighiero Boetti segnare e disegnare equivalesse a tracciare una sorta di mappatura di un mondo immaginario, reso grazie alle cifre stilistiche più diverse, spesso con un accenno classificatorio di modalità e soggetti, che si ripetono e si fondono, confondendosi, moltiplicandosi, aggregandosi.
Tasselli di qualcosa di sempre più ampio, o moltiplicabile, le carte di Alighiero Boetti hanno a che fare spesso con la scrittura, il riporto, il collage o il ricalco, ma altrettanto spesso hanno a che fare con la pittura.
I lavori in mostra non sono infatti progetti né disegni preparatori ma si presentano come dipinti a tutti gli effetti, strutturati, costruiti e definiti, in grado di svelare uno degli aspetti meno noti del procedere dell’artista che è stato anche un grandissimo pittore. 

Curata da Federico Sardella, l’esposizione si apre con una china del 1965, del primissimo periodo creativo, e prosegue con un approfondimento dedicato a una delle grandi tematiche care a Boetti, meno conosciuta rispetto ad altri cicli: la natura rivisitata ed il regno animale occupano, infatti, buona parte dell’attenzione dell’artista a partire dalla fine degli anni Settanta, differenziando fortemente la sua produzione degli anni Ottanta, sino a caratterizzarne il periodo. Scimmie, pantere, delfini, rane, stambecchi, tartarughe e altre creature parte del mondo animale diventano in Boetti, e grazie a lui tornano ad esserlo, elementi decorativi ripetibili all’infinito e, come i numeri, combinabili senza limitazioni. 

Su questa stessa tematica è incentrata l’importante installazione Zoo del 1979, messa a punto da Alighiero Boetti con i figli Agata e Matteo e allestita unicamente nello studio di Roma. Spesso pubblicata ma mai riproposta sino a oggi, all’epoca documentata dalle fotografie di Giorgio Colombo, l’installazione – una sorta di assemblea di animali che vide i tre dedicarsi alla sua costruzione per alcuni mesi – è riproposta adattandola allo spazio della galleria, utilizzando un tappeto afgano sul quale sedersi e osservare gli animaletti dall’alto, spostando inevitabilmente il punto di vista sull’opera e il ruolo dello spettatore invitato al suo completamento, e impiegando gli stessi soggetti in plastica adoperati da Alighiero Boetti e dai suoi figli. Tali oggetti sono disposti secondo la classica concezione boettiana del raggruppamento per genere, teso anche alla definizione dell’area geografica di appartenenza, come l’artista stesso scrive: “Questi animali portano in sé il ricordo di milioni di loro predecessori e ricordano il tempo, quello antico, lento, anonimo, identico, immobile, invariato”. 

Altra sezione della mostra è dedicata a soggetti insoliti o particolarmente rari, di frequente in bianco e nero, o comunque non colorati, disegnati con grafite, inchiostro di china, acquarello o penna a biro, accomunati per di più dal supporto cartaceo, come ad esempio Lampada, del 1965, riconducibile al periodo torinese. 

La mostra è accompagnata da un volume bilingue (italiano-inglese) realizzato da Dep Art, contenente un’introduzione di Antonio Addamiano e Federico Sardella, un testo del curatore che dialoga con se stesso a proposito di Alighiero e Boetti, la riproduzione di tutte le opere esposte, una selezione di immagini di repertorio e riferibili all’installazione Zoo e un’aggiornata nota bio-bibliografica.

Sede: Galleria Dep Art, Via Comelico 40, 20135 Milano
Date: 28 febbraio -  28 aprile 2018
Inaugurazione: martedì 27 febbraio, ore 18.30
Orari: da martedì a sabato ore 10.30-19. Chiuso domenica e lunedì.
Ingresso: libero
Info al pubblico: Galleria Dep Art tel. 0236535620 | art@depart.it | www.depart.it

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Christian Leperino. Babel Wed, 14 Feb 2018 15:10:03 +0100 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/469714.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/469714.html NORA comunicazione NORA comunicazione Nasce nel cuore di Milano, Other Size Gallery che apre al pubblico dal 22 febbraio con una mostra personale di Christian Leperino dal titolo Babel.
Lo spazio espositivo si colloca all’interno del concept Workness, contesto multidisciplinare che in un’atmosfera elegante e cosmopolita coniuga un raffinato bistrot, un angolo bar-libreria dove ascoltare anche musica dal vivo e, appunto, tanta arte contemporanea. 

Con la curatela di Maria Savarese, Other Size Gallery è uno spazio in cui la cultura contemporanea si esprime attraverso le molteplici espressioni dell’arte, dalla performance alla pittura, dalla scultura alla fotografia.
Durante il primo anno di attività sarà marcato il legame con particolari realtà artistiche territoriali, nazionali ed internazionali, talvolta anche periferiche, che verranno raccordate all’interno della galleria per metterne in evidenza l’attività di ricerca e sperimentazione locale in un luogo strategico e internazionale come Milano. A tal fine saranno presentati esposizioni, talk e incontri anche in collaborazione con curatori che da anni operano nelle articolate regioni della nostra penisola e non solo.

Per la mostra di apertura, dal 22 febbraio al 22 aprile 2018, la curatrice ha scelto Christian Leperino, artista con corpose esperienze internazionali, che nel 2015 fonda a Napoli SMMAVE - centro per l'arte contemporanea, nella chiesa di Santa Maria della Misericordia ai Vergini, a lungo abbandonata all’incuria e al degrado. Grazie ad un grande lavoro volontario di recupero e valorizzazione, tuttora in corso, tale antico edificio di culto è oggi diventato un centro di attività dedicato alle arti visive con collegamenti trasversali alle aree della musica, del teatro e delle scienze avvalendosi di collaborazioni con storici dell'arte, architetti, artisti, fotografi, restauratori, esperti di cinema e di teatro. 

Fondamentale è dunque sempre stato per l’artista il rapporto con la sua città e con la dimensione urbana in generale portandolo a produrre la serie di opere su PVC di grandi dimensioni (157x240 cm) Cityscape, visibili nel nuovo spazio milanese: vertiginose prospettive metropolitane che raccontano gli umori, le luci e le atmosfere della periferia industriale di Napoli con i tetti delle raffinerie, le cisterne ossidate, i muri di cemento segnati, le sopraelevate.
“Nella mia ricerca artistica – spiega Leperino – è sempre stato centrale il tema della metropoli e il rapporto tra forma dei luoghi e condizione umana. La rappresentazione del paesaggio urbano s’intreccia per me fortemente con la riflessione sul tempo, sulle trasformazioni delle città e sui destini degli individui che le abitano”.
Ed è proprio a questi ultimi che è dedicata l’installazione Faces – anch’essa esposta a Milano – composta da una serie di ritratti a china su carta: sono i volti che attraversano le periferie e che di esse condividono gli umori, i colori, la trama sottile. 

In mostra, i dipinti e le carte dialogano con alcune sculture, realizzate appositamente per questa occasione, dal titolo Babel, caratterizzate da un forte sviluppo verticale e da un’accentuata sintesi formale: “torri-città” che s’inerpicano verso l’alto e sulle quali proliferano le sagome scarnificate di alti edifici, strade, cavalcavia, cisterne. Una rappresentazione della metropoli che interseca i temi della crescita incontrollata e dello “svuotamento” urbano, dell’incertezza collettiva e della necessità di immaginare modelli di sviluppo diversi. 

Christian Leperino – cenni biografici
Christian Leperino (Napoli 1979), pittore e scultore, nella sua produzione artistica coniuga la ricerca sul corpo umano con quella sulle metropoli. A questo nucleo concettuale sono dedicate le opere presentate in recenti esposizioni internazionali: The Silk Road. Arte contemporanea tra Oriente e Occidente, Castel dell’Ovo, Napoli (2016), City Layers, Palais Palffy, Vienna (2015); Linee di Confine. La natura, il corpo, le città, Museo Carlo Bilotti, Roma (2015); Writings, IICT-Istituto Italiano di Cultura, Tokyo (2014); Chiaroscuro, Accademia delle Arti di Mosca e Accademia di San Pietroburgo (2013); Landscapes of Memory, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (2012); 54a Biennale di Venezia, Padiglione Italia (2011); Human Escape, MAC-Museu de Arte Contemporânea de Niterói, Rio de Janeiro (2010).
Sue opere sono presenti in collezioni museali e spazi pubblici: Museo MADRE Napoli; MMOMA-Moscow Museum of Modern Art di Mosca; IICT di Tokyo; Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Suzzara; Stazione Ferroviaria di Mergellina, Napoli.
È docente di Tecnologia dei materiali per la Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata.
Nel 2015 fonda SMMAVE - centro per l'arte contemporanea, di cui è Presidente.

Scheda della mostra
Sede: Other Size Gallery, Via Andrea Maffei 1, Milano
Inaugurazione: giovedì 22 febbraio, ore 18.30
Orari: dal lunedì al venerdì, h.11 – 20. Sabato h. 18 – 22. Domenica chiuso.
Info al pubblico: t. 02.70006800 | othersizegallery@workness.it

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TIZIANO SORO. HAPPINESS POP UP Tue, 05 Dec 2017 13:01:30 +0100 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/461583.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/461583.html NORA comunicazione NORA comunicazione Da sempre impegnata sul fronte della ricerca al fianco di giovani artisti, la galleria Area/B di Milano presenta dal 15 dicembre al 16 gennaio la personale “Tiziano Soro. Happines Pop Up”, un progetto espositivo pensato da Nian-Shan Chan, Thomas Marsan, Silvia Meschino e Giulia Morichi Python, giovani curatori provenienti dal master in Curatorial Practice dello IED di Venezia.
Gli studenti, in accordo con la galleria, hanno selezionato l’artista, le opere – circa venticinque, tra tele, sculture in resina e litografie, pezzi unici e multipli –, definito l’allestimento, redatto il testo critico, mettendosi alla prova “sul campo” e seguendo tutte le fasi di organizzazione e preparazione dell’esposizione. 

Il lavoro di Tiziano Soro si presta molto bene ad essere sottoposto al vaglio critico di occhi giovani e sguardi freschi: la sua arte, tanto spensierata quanto cinica, in cui le tinte piatte e i colori pastello richiamano il mondo dell’infanzia, si rifà all’universo della fiaba, del mito, della leggenda metropolitana trasformandole in materia viva e malleabile, da plasmare a piacimento producendo capovolgimenti e inversioni del significato originario.
Le fonti iconografiche usate da Soro vanno dall’advertising americana degli anni Cinquanta e Sessanta, serbatoio iconografico inesauribile in cui convivono i miti dell’amore romantico con quelli dell’invasione aliena, al cinema e alla televisione, dai tatuaggi fino ai giocattoli per bambini, molti dei quali sono usati dall’artista come basi per le sue sculture.
L’utilizzo di tali fonti extra-pittoriche, perlopiù dal sapore vintage, crea una pittura ibrida in cui si amalgamano immagini realistiche e simboli segnaletici, pattern ornamentali e colori zuccherini che sapientemente miscelati celano contenuti e significati poco rassicuranti. 

“A priori, – scrivono i curatori nel loro testo – la produzione artistica di Tiziano Soro sembra volta a rendere il pubblico sereno e spensierato, quasi fosse in uno stato di felicità. Soltanto in un secondo momento è possibile realizzare come ci sia un messaggio nascosto dietro a questa serena rappresentazione della realtà. […] Sweetbox-sb (2017), per esempio, è una scultura che trasforma una fragola in un essere grottesco dotato di canini; in Divine gardens (2010), un animale mitico quale l’unicorno viene rappresentato utilizzando il corpo di un asino; in The fishmonger's adventures (2010) l’innocua presenza di sottomarini gialli viene minacciata dall’arrivo di alcuni squali; in Domenica delle palme (2012), la quotidianità dell’uomo comune viene commentata con la presenza di farfalle nere”. 

L’immaginario di Tiziano Soro è quindi solo apparentemente ingenuo e colorato e nasconde un ulteriore livello di significato, meno edificante, percepito dall’osservatore come una sorta di disagio, come quando spiega efficacemente l’artista da bambini ci viene insegnata la differenza tra quando si gioca e quando no e tu ti senti un po' spaesato. Ad esempio quando ho finito il modello della lumaca-cupcake più grande, mi sono accorto che le antenne le avevo fatte inclinate verso il basso: questo, in qualche maniera, nonostante la leggerezza dell'immagine, mi provoca un leggero senso di dolce sofferenza, senza la pretesa di soffrire realmente. 

Completa la mostra un catalogo edito da Area/B e realizzato da Xxystudio con una presentazione di Nian-Shan Chan e Thomas Marsan e un’intervista all’artista di Silvia Meschino e Giulia Morichi Python. 

Il master in Curatorial Practice dello IED – Istituto Europeo di Design (Venezia)
Il corso, che affronta in maniera pragmatica il mondo della progettazione, della curatela e della gestione di mostre di matrice artistica e non solo, si pone l’obiettivo di fornire conoscenze e strumenti utili per intraprendere un percorso professionale come curatore all’interno di musei, gallerie, fiere di settore e case d’asta, e ne completa il profilo con approfondimenti specifici dedicati ad aree affini quali quelle della critica, dell’editoria, dell’educational, della consulenza e della gestione di studi e progetti d’arte. Suoi punti di forza sono il prestigio e l’unicità di Venezia, palcoscenico e luogo di incontro dell’arte contemporanea, una faculty di docenti di livello internazionale, coordinata da Jonathan Watkins, direttore della Ikon Gallery di Birmingham e curatore lui stesso di importanti mostre e padiglioni nazionali, ma anche l’apertura a iniziative ed attività che possono nascere spontaneamente dall’incontro fra professionisti e chi aspira ad esserlo.

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Katrin Fridriks. Forces of Nature Wed, 22 Nov 2017 16:10:50 +0100 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/460282.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/460282.html NORA comunicazione NORA comunicazione Ci sono tutte le forze contrastanti della terra da cui proviene – l’Islanda – nelle opere di Katrin Fridriks.
Come nella sua isola convivono gli opposti, fuoco e ghiaccio, vulcani e geyser, così sulle sue tele si incontrano e si scontrano spontaneità e regola, dinamismo e controllo dando vita a opere cariche di un’energia esplosiva che si riversa sull’osservatore.
Dal 1° dicembre 2017 al 31 gennaio 2018 la galleria Dellupi Arte di Milano presenta la prima personale italiana dell’artista islandese, dal titolo “Katrin Fridriks. Forces of Nature”: circa 15 tele realizzate per questa première che condensano l’idea di trovare un giusto equilibrio tra spinte di diverso potenziale, presenti in natura come nell’uomo.
La forza distruttiva degli elementi si bilancia con il suo potere conservativo e auto-rigenerante, il delirio di onnipotenza che spesso contraddistingue l’uomo con il suo senso d’inferiorità di fronte alla natura. Ogni opera della Fridriks richiama alla mente l’immensità della natura – panorami cosmici, paesaggi lunari, stratificazioni geologiche, terreni spaccati dalla siccità – ma anche l’infinitamente piccolo, come organismi cellulari e molecole, con l’obiettivo di stimolare una riflessione sull’impatto devastante dell’uomo sulla Terra. 

“Siamo fortunati e completamente consapevoli di essere la quarta risorsa idrica più ricca al mondo, l’Islanda. Dobbiamo aiutare chi ha ne ha bisogno e proteggere la natura” dichiara la Fridriks che con il suo lavoro intende mettere l’accento su spinose questioni sociali e politiche, specialmente legate al tema della difesa dell’ambiente.
Forces sono tutto quello che riguarda la vita: sono filamenti di DNA che volteggiano liberi nello spazio, sono la schiuma delle imponenti onde dell’oceano, sono l’occhio di un ciclone, sono l’energia interiore che smuove le cose” scrive la curatrice Ilaria Porotto nel suo testo in catalogo. 

La contrapposizione tra macro e micro è una caratteristica ricorrente nella ricerca dell’artista: nell’opera Noble Awareness & Spirits, acrilico su tela di 150x150 cm, visibile in mostra, la dimensione della totalità si coniuga ad alcuni dettagli percepibili solo a una distanza molto ravvicinata.
La volontà di cercare un punto di incontro tra gli opposti si ritrova anche nel modo di lavorare della Fridriks che unisce velocità e dinamismo a direzioni prestabilite e gesti controllati: tale energia che nell’atto del dipingere rimane in potenza si sprigiona in maniera dirompente sulla tela generando una vera e propria esplosione emotiva. Vitalità che è ulteriormente accentuata dall’accostamento di colori brillanti e contrastanti, da lei ideati.
Particolarmente significative, in questo senso, sono le opere Mothernature's Awakening e Super Sonic & Divine Wonders I, entrambe esposte negli spazi della galleria Dellupi. 

Completa la mostra un catalogo edito dalla Dellupi Arte con prefazione di Luigi Dellupi e un'introduzione di Ilaria Porotto. 

La Galleria Dellupi Arte, fondata nel 2015 da Luigi Dellupi, si occupa di arte moderna e contemporanea, con un’attenzione particolare per i più importanti maestri italiani del Novecento e per la pittura informale europea, focalizzando la sua attività espositiva prevalentemente sull’arte pittorica.

Sede: Galleria Dellupi Arte | Via A. Spinola, 8, Milano

Inaugurazione: giovedì 30 novembre, ore 17

Orarilunedì – venerdì 10-13 / 14-18. Sabato e domenica su appuntamento.

Ingresso: libero

Info al pubblico: 366.52425476 | www.dellupiarte.com

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Bruno Di Bello. #digitale #archeologico Fri, 03 Nov 2017 14:45:45 +0100 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/458201.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/458201.html NORA comunicazione NORA comunicazione Archeologia, tecnologie digitali e arte contemporanea si uniscono in un connubio perfetto nella mostra di Bruno Di Bello “#digitale #archeologico” esposta dall’11 novembre al 3 dicembre 2017 al MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
L’esposizione, a cura di Maria Savarese, si avvale del patrocinio del Comune di Napoli, del matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee ed è realizzata in collaborazione con lo stesso MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che ancora una volta fa dialogare la sua mirabile collezione con i linguaggi contemporanei come fortemente voluto dal direttore Paolo Giulierini, e la Fondazione Marconi di Milano.

Con l’aiuto del campionario internazionale dei colori PANTONE, Di Bello (Torre del Greco (NA), 1938, vive e lavora a Milano) ha rilevato con precisione i colori usati dagli artisti pompeiani, autori degli affreschi conservati al Museo, per comporre la palette con cui ha poi realizzato tre grandi polittici – di 6 metri ciascuno – di geometria digitale esposti sulle tre pareti della Sala del Cielo Stellato.
Gli antichi colori degli affreschi conservati negli spazi del Museo Archeologico non sono che il punto di partenza di un progetto che si basa interamente sull’utilizzo delle tecnologie digitali.
Le tele, stampate a inkjet, di Di Bello sono frutto dell'elaborazione di pattern matematici nei quali egli introduce alcuni segni reali generativi di nuove forme astratte.
In Archeo Uno è evidente il rapporto con l’architettura dello spazio espositivo, infatti le forme degli incavi della volta della sala si rintracciano nelle forme frattaliche dell’opera.
In Archeo Due dominante è la texture verde individuata in un vaso di vetro semifuso dal fuoco della lava che travolse Pompei, scoperto durante una delle visite dell’artista al Museo.
Infine, in Archeo Tre il fondo rosso è un vero e proprio omaggio ai tanti rossi pompeiani rilevati attraverso il riferimento PANTONE.
“Immagini di un’estrema sensualità quelle di Di Bello, il quale guarda al passato della nostra terra usando lo sguardo del futuro” scrive la curatrice Maria Savarese nel suo testo in catalogo.

“Sono convinto che riusciremo a trovare un linguaggio veramente di avanguardia solo attraverso un uso competente ed esperto delle tecnologie digitali” afferma Di Bello nel 2000 quando, dopo oltre un decennio di ricerca imperniata sulla conoscenza e sull’approfondimento della fotografia digitale e dei sistemi informatici e telematici, inaugura una nuova fase incentrata sull'immagine ottenuta mediante la tecnologia digitale.
Dopo duemilacinquecento anni in cui architettura e arte hanno impostato i loro canoni sulle geometrie pitagorica, euclidea e non-euclidea, l’avvento del calcolatore ha consentito di visualizzare nuove geometrie derivate da nuove teorie matematiche: un universo di forme cui l’artista ha attinto per dare vita a nuove immagini astratte che avessero però radici nei processi naturali di crescita della forma, dall’infinitamente piccolo delle cellule, alla frastagliatura delle coste, all’infinitamente grande delle galassie.

Il progetto è completato da un video di Roberto Paci Dalò, vincitore del Premio Napoli 2015, visibile per tutta la durata della mostra accanto alle opere di Di Bello, e dal catalogo edito da Skira che contiene la riproduzione delle opere esposte, una selezione di immagini di repertorio, i testi critici di Maria Savarese, Bruno Corà, Raffella Perna, una conversazione tra l’artista e Marco Biraghi, storico dell’architettura, e una poesia di Nanni Balestrini.

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Salvo. Un'arte senza compromessi Thu, 19 Oct 2017 15:57:04 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/456481.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/456481.html NORA comunicazione NORA comunicazione La galleria Dep Art di Milano apre la stagione espositiva con una mostra monografica dedicata a Salvo (nome d’arte di Salvatore Mangione; Leonforte (En) 1947 – Torino, 2015). “Salvo. Un’arte senza compromessi”, terza personale che la galleria dedica all’artista, presenta dal 18 ottobre al 23 dicembre 2017 un viaggio vivace e peculiare nelle diverse stagioni creative che lo hanno impegnato nel corso dei decenni.
Dalle “lapidi” degli anni Settanta ai “paesaggi” dell’ultima produzione, passando per i ricami e alcune carte, le opere riunite per questa occasione ripercorrono un ampio arco temporale, dal 1972 al 2012, e riassumono quarant’anni di ricerca artistica attraverso i lavori più intensi e significativi. 

Le trenta opere esposte, tra cui l’imponente Alba di 200x250 cm del 1989 – tra le tele più grandi da lui realizzate –, appaiono nello spazio espositivo come tracce attraverso le quali ricostruire la storia di un uomo che si è sempre sentito libero di apparentarsi a movimenti e ideologie senza mai affiliarsi in modo esclusivo a nessuno, senza compromessi.
Il percorso ha inizio proprio negli anni in cui Salvo compie un cambio di passo: i lavori del ’72-’73 – le lapidi come La tartaruga e l'aquila, ispirata a una parabola di Esopo, e i ricami come Tricolore, visibili in mostra – saranno infatti gli ultimi di matrice concettuale e lasceranno spazio a una pittura colma di riferimenti alla storia dell’arte (Salvo era celebre per la sua memoria portentosa e il suo sapere enciclopedico).
Il suo percorso eclettico – dagli esordi nel contesto dell’Arte Povera, passando per il concettualismo di ispirazione americana, per giungere, infine, al ritorno alla figura e al paesaggio – non è stato altro che una lunga e appassionata dichiarazione d’amore per l’arte e per la pittura in particolare: “Sono stato letteralmente conquistato dalla pittura: è qualcosa che mi dà spazio, che mi apre le conoscenze, le idee”, aveva avuto modo di dire lo stesso artista. 

La sua ricerca spazia con coerente disinvoltura attraverso differenti orizzonti immaginativi che hanno sempre saputo, però, inscriversi nel proprio tempo, rischiarandone con il vigore della loro luce autonoma, la storia e il pensiero: Salvo resta infatti un esempio iconico di artista intellettuale che nel suo lungo percorso creativo non ha mai trascurato il continuo ritorno alla memoria, come sedimentazione, eppure è anche riuscito a concedersi il lusso dell’equilibrio e dell’essenziale.

La mostra è accompagnata da un volume bilingue (italiano-inglese) realizzato da Dep Art, a cura di Matteo Galbiati e Antonio Addamiano, contenente un testo del curatore, la riproduzione di tutte le opere esposte, una selezione di immagini di repertorio e apparati bio-bibliografici. 

Scheda della mostra
Sede: Galleria Dep Art, Via Comelico 40, 20135 Milano
Date: 19 ottobre - 23 dicembre 2017
Orari: da martedì a sabato ore 10.30-19. Chiuso domenica e lunedì
Ingresso: libero
Info al pubblico: Galleria Dep Art tel. 0236535620 | art@depart.it | www.depart.it
Catalogo: a cura di Matteo Galbiati e Antonio Addamiano, con un testo di Matteo Galbiati

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Laura Giardino. Out of Field Tue, 10 Oct 2017 13:45:10 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/455371.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/455371.html NORA comunicazione NORA comunicazione Apre sabato 14 ottobre la prima personale istituzionale di Laura Giardino che nella mostra “Laura Giardino. Out of Field” espone sedici tele inedite, tutte realizzate nel 2017 appositamente per questa occasione, in cui il linguaggio della pittura si mescola a quello della fotografia e del cinema.
Curata da Marina Guida ed esposta al PAN Palazzo delle Arti di Napoli fino al 7 novembre, la mostra accoglie i visitatori in un’atmosfera perturbante: colori acidi e antinaturalistici, prospettive incongrue, figure umane mai del tutto svelate o ritratte solo in lontananza, luoghi urbani o domestici, quotidiani, desolati suggeriscono che ad essere centrale nel lavoro della Giardino è ciò che è out of field - fuori campo - al di là della nostra capacità percettiva. 

Il progetto, promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è realizzato in collaborazione con la galleria AREA\B di Milano.

Con occhio registico, l’artista inquadra porzioni di mondo e le restituisce in un’atmosfera noir non priva d’ironia. I suoi personaggi non sono mai al centro dell’immagine, sono piuttosto spinti ai margini o raccontati attraverso qualche dettaglio inatteso. Nell’opera FLOOD08, per esempio, un paio di gambe femminili adagiate su un materassino da mare sbucano da una camera: ma non è il pavimento quello su cui il materassino si poggia, bensì una distesa d’acqua che ha inondato l’appartamento di cui ormai sono riconoscibili solo pochi elementi.
La sintesi grafica che caratterizza lo stile dell’artista milanese non stempera la sensazione di straniamento che lo spettatore prova davanti alle tele, anzi, la amplifica. Ciò che è familiare si rivela all’improvviso estraneo e quindi inquietante: in INT01 una mano che si intravede nell’angolo dell’immagine, casualmente appoggiata a un corrimano, genera suspense e inquietudine come in un thriller hitchcockiano, in cui il pericolo non appare manifesto. Queste “cartoline” di vita quotidiana diventano visioni oniriche in cui tutto può succedere o tutto è già accaduto e sfuggito ai nostri sensi.
È una pittura sofisticata quella di Laura Giardino, sottilmente intimista, che punge e non rassicura, come ben descrive Marina Guida nel catalogo che accompagna la mostra: “Nell’osservare le opere di Laura Giardino, la prima parola che affiora alla mente di un attento osservatore è quella che scelse Sigmund Freud per il suo famoso saggio del 1919 “Das Unheimliche”, il perturbante. L’ambiguità semantica di questo aggettivo sostantivato, composto da due termini dal significato opposto – “heim” casa, ciò che è conosciuto, accogliente, rassicurante, e “heimlich” nascosto, sconosciuto, inquietante – ben si adatta all’ambivalenza delle sensazioni che suscitano le tele di Laura Giardino”.

 L’artista non dipinge una storia, ma la evoca attraverso l’emozione, l’indicibile, l’atmosfera del luogo. Ad essere centrale non è la scena principale, il racconto di un accadimento, lo svolgimento di un atto, ma lo spazio in potenza. Gli appunti visivi che la nostra memoria cataloga come secondari diventano protagonisti delle opere grazie ad un decentramento prospettico, consentendo una riflessione sul concetto di percezione del reale.

Informazioni utili
Sede PAN Palazzo delle Arti di Napoli, Via dei Mille 60, Napoli
Date 15 ottobre – 7 novembre 2017
Inaugurazione sabato 14 ottobre, ore 17.30
Orari da lunedì a domenica h. 9.30-18.30. Chiuso il martedì.
Ingresso libero
Catalogo edito da E20 Progetti, con testo critico di Marina Guida
Info al pubblico 081.7958651 – pan@comune.napoli.it

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Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri Mon, 25 Sep 2017 18:18:47 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/453484.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/453484.html NORA comunicazione NORA comunicazione Luce e ombra, pensiero e narrazione sono i temi che accomunano le opere presentate dal 4 ottobre al 26 novembre nella bipersonale “Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri”.
A Venezia, nella suggestiva cornice di Palazzo Contarini Polignac, a pochi passi dalla Collezione Peggy Guggenheim e dalla Fondazione Pinault di Punta della Dogana, oltre venti lavori in parte inediti – tra sculture di grandi e medie dimensioni e opere su carta – si snodano in un percorso che lega, per similitudini e differenze, la ricerca dei due artisti.
Nel suo testo critico il curatore Ermanno Tedeschi spiega l’origine della mostra: “Ho incontrato Paolo Amico e Daniele Basso in due momenti diversi, cogliendo subito nelle loro opere una componente essenziale: il desiderio di rappresentare l'uomo e il suo mondo con estrema profondità, evidenziandone i lati positivi e negativi attraverso tecniche diverse, ma egualmente in grado di esaltare la luce e il pensiero quali elementi dominanti”. 

La luce rappresenta un riferimento imprescindibile sia per le sculture di Basso che per le carte a biro di Amico.
L’acciaio e il bronzo bianco lucidati a specchio, a mano, di Daniele Basso sono innanzitutto un modo per dare forma alla luce: il fenomeno della riflessione sulle superfici specchiate diventa infatti, in questo genere di sculture, fattore importante quanto la materia stessa.
Emblematica, in questo senso, l’opera Gabriel, in bronzo bianco, realizzata appositamente per questa esposizione, in cui la lavorazione sinuosa del metallo traccia le linee di un aitante corpo maschile.
Quasi per contrapposizione, le opere di Paolo Amico – penna a sfera su carta – ritraggono invece paesaggi notturni. La sua ricerca si dedica in particolare alla città, alla notte e al colore della notte. Attratto da questi elementi, l’artista siciliano dà vita a vedute fatte di luci fluorescenti che proiettano su strade e palazzi colori artificiali, dotandoli di una cromia innaturale.
Il processo di realizzazione e stesura del colore è molto simile a quello dei pastelli: la penna biro consente infatti di modulare l'intensità del segno col variare della pressione esercitata. Si procede per strati, dai toni più chiari sino al nero, trame su trame, fino a coprire il foglio, la carta bianca è la luce.
In omaggio alla città che lo ospita, Paolo Amico ha realizzato per la mostra alcuni scorci di Venezia, tra cui Confusione veneziana in cui si percepisce la vitalità della città, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni. 

L’altro nucleo concettuale da cui prende spunto la mostra è quello del pensiero, del racconto che scaturisce dalle opere dei due artisti. Entrambi, infatti, hanno una spiccata vocazione narrativa.
Nell’utilizzare la penna, Paolo Amico fa proprio lo strumento principe deputato alla narrazione: da sempre usato per la scrittura, l’artista lo adopera per raccontare, ma “per immagini” e non più per parole.
Anche il modo con cui sceglie i suoi soggetti ha a che fare con una modalità di racconto, quella del reportage: “Parto dalla macchina fotografica che come un taccuino mi accompagna nella mia ricerca in strada – spiega l’artista –. Una volta giunto in studio realizzo due/tre bozzetti sulla base delle foto scattate, riporto a matita su carta le linee principali della mia scena e procedo con le biro”.
Nella ricerca di Daniele Basso è viva la volontà di stimolare le coscienze per raggiungere una maggior consapevolezza della propria identità personale e collettiva: "Tutti uguali allo specchio, – spiega l’artista – siamo sospesi tra sogno e realtà. Superata la funzione, le mie opere specchianti sono riflessioni sulla contemporaneità".
Le sue sculture contengono sempre una storia su temi d’interesse universale - l'infanzia, la maternità, il cambiamento, il bene – che ciascuno può riportare alle proprie esperienze personali.

Boogeyman, per esempio, bronzo bianco lucidato a specchio, è la metafora della paura, quella irrazionale e incontrollata che viviamo da bambini: un manto argenteo privo di volto, vuoto e inconsistente, pronto a sgonfiarsi a un piccolo cenno di coraggio.

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Fathi Hassan. Slavery Wed, 13 Sep 2017 13:46:49 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/451498.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/451498.html NORA comunicazione NORA comunicazione È un atteso ritorno quello che si profila per la personale “Fathi Hassan. Slavery”: l’artista africano torna infatti a esporre dopo dieci anni alla galleria Andrea Ingenito Contemporary Art – l’ultima mostra si era tenuta negli spazi di Napoli nel 2007 –, dopo avere presentato il suo lavoro in tutto il mondo.
L’esposizione, questa volta nella sede milanese, propone dal 19 settembre al 28 ottobre, la produzione degli ultimi anni: una trentina di opere su tela, carta e legno che illustrano l’abilità di unire in una sintesi le sue origini nubiane – la regione che si estende tra Egitto e Sudan - e gli stimoli artistici e culturali dell’occidente.
Le radici africane e la formazione europea si uniscono armoniosamente sulle tele rendendo la sua arte luogo d’incontro tra culture. 

Scrittura come segno e immagini come scrittura fanno di Fathi Hassan un artista dalla cifra inconfondibile.
Noto esponente dell’arte contemporanea africana, Hassan ha contributo ad inserire l’arte del suo Paese nel dibattito internazionale, diventando punto di riferimento per le nuove promesse del suo continente, ma soprattutto ponte tra due culture: quella africana e quella occidentale.
Tale posizione, difficile e privilegiata, è vissuta con sempre maggiore responsabilità da parte dell’artista, soprattutto nell’attuale momento storico che vede il popolo africano protagonista di una nuova diaspora e potenzialmente esposto a una nuova schiavitù.
Dichiara lo stesso artista: “Paragonando la musica classica europea alla musica africana o araba entrano in gioco sensazioni e armonie diverse. Eppure spesso quando assisto a concerti europei ciò che mi viene in mente è il Nilo, Gibran Khalil Gibran, Naguib Mahfouz e Omar Khayyam. Veramente non so il perché, ma credo che esista un’armonia che innalza gli esseri umani oltre i pregiudizi”. 

Giunto in Italia all’inizio degli anni ’80 e venuto in contatto con la dominante estetica Pop di quegli anni, Hassan si rende conto che il suo linguaggio va in tutt’altra direzione: quella che combina la tradizione orale tipica della sua terra, la Nubia, alla calligrafia mediorientale, nella volontà di ricordare le proprie radici e affermare la propria identità. In un presente e in un Occidente in cui la parola scritta è preponderante rispetto a quella pronunciata, la grafia dell’artista risponde all’esigenza di figurazione dell’antico sapere nubiano tramandato oralmente.
È una sorta di musicalità quella che emerge dai ricami grafici dell’artista egiziano: in un’osservazione d'insieme della sua opera, si ha infatti la sensazione di essere di fronte a una “visione di suoni”, un susseguirsi di litanie che evocano i canti tradizionali delle donne africane.
Hassan riesce in questo modo a salvare la memoria di un passato che non può più essere affidato solo alla tradizione orale, senza però stravolgerne l’essenza imprigionandolo in un segno definitivo.

 Per l’inizio del 2018 è inoltre prevista una mostra antologica dell’artista presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi.

Sede Andrea Ingenito Contemporary Art | Milano, Via Privata Massimiano 25

Inaugurazione martedì 19 settembre, ore 18.30

Orari Dal martedì al sabato, h. 15-19. Chiuso domenica e lunedì.

Ingresso libero

Info al pubblico 02 3679 8346 | www.ai-ca.com

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Giuseppe Carta - Germinazioni. I diari della Terra Thu, 31 Aug 2017 17:28:36 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/448748.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/448748.html NORA comunicazione NORA comunicazione Continua la proficua collaborazione tra Giuseppe Carta e Eataly: la sua personale “Germinazioni. I diari della Terra”, dopo il grande successo riscosso lo scorso anno nello store di Milano, approda a Eataly Roma l’8 settembre. La mostra, ideata e organizzata da Arte Contemporanea Italiana in collaborazione proprio con Eataly, esplora il rapporto tra cibo, arte e natura attraverso circa trenta opere tra sculture policrome in bronzo e oli su tela, di medie e piccole dimensioni.
Fino al 30 settembre ciliegie, limoni, fragole, uva, fichi e melograni, mele e pere diventano cibo per l’anima grazie alle opere iperrealiste di Giuseppe Carta. 

La cornice di Eataly permette un’immediata armonizzazione visiva e concettuale tra le opere ed i loro corrispettivi “commestibili”. Il cibo stesso è arte e il luogo che negli ultimi anni ha più di tutti valorizzato e diffuso nel mondo i migliori prodotti culinari italiani apre le sue porte all’arte di Carta, capace di suscitare una riflessione sull’incredibile varietà di prodotti gastronomici presenti nel nostro Paese e curiosità sulle potenzialità comunicative del cibo. L’arte può esplorare nuovi orizzonti e nuovi contesti perché, come afferma Carta, “si può decontestualizzare tutto ma non gli argomenti trattati, nel senso che un’opera d’arte, un cibo, un libro, un concetto o una pièce teatrale può essere presentato in ogni luogo e in ogni ora del giorno ma ciò non toglie la sua Essenza e la sua Natura”. 

Il rapporto dell’artista sardo con la natura è intimo e personale: dedito alla cura dei suoi frutteti sulle colline di Banari, ogni giorno ne osserva le piante, i fiori e i frutti cercando di coglierne anche le minime trasformazioni, ed è da qui che trae i suoi soggetti.
In un’epoca in cui l’immagine del cibo è veicolata in maniera istantanea attraverso i social network, Carta condivide con la natura i tempi lunghi: per le sue tele adopera infatti una tecnica antica, la velatura, e per le sculture la fusione a cera persa che prevede lunghe fasi di modellatura, lavorazione e patinatura.
La natura è celebrata attraverso la ricerca di un realismo più perfetto del reale. Come osserva lo chef Pino Cuttaia, padrino d’eccezione dell’iniziativa e autore dell’intervista all’artista presente in catalogo, “i limoni sono rugosi al limite del possibile, i peperoncini lucidi e vivaci, le ciliegie succose ed invitanti”. Ma, proprio perché realistica, la realtà rappresentata nelle opere è imperfetta: “Non sempre i tuoi soggetti sono ritratti nel momento di loro massimo splendore; ho visto ricorrere delle cipolle stanche, non più adatte ad essere consumate ma pronte per essere piantate di nuovo per dare nuovi frutti”, continua Cuttaia dialogando con l’artista.
Carta non trascura nulla, nelle tele come nelle sculture: frutta e ortaggi sono rappresentati in ogni fase del loro corso vitale, dai momenti di massimo splendore e fulgore, fino a quelli di caducità e marcimento, perché crede “che non ci sia più bella cosa di un frutto maturo che ha nella sua pelle tutta la sua vita”.

Accompagnano l’esposizione le composizioni musicali del maestro Antonio Manca, ispirate alle opere di Giuseppe Carta.
Completa la mostra un catalogo edito da E20 Progetti che presenta, oltre all’intervista a Giuseppe Carta realizzata da Pino Cuttaia, un omaggio dello chef per questa particolare occasione: la ricetta di un suo famoso piatto, la Nuvola di Caprese.

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Sabatino Cersosimo. Conversation Piece Tue, 11 Jul 2017 16:50:20 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/439980.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/439980.html NORA comunicazione NORA comunicazione Un corpus di lavori che rivela una duplice anima: una forte, con la parvenza industriale data dal metallo e accentuata dalle saldature, e una fragile, con la ruggine che pervade la pittura e suggerisce decadenza.

Sono le opere della personale di Sabatino Cersosimo “Conversation Piece” esposte presso la Accesso Galleria di Pietrasanta dal 16 luglio al 21 agosto 2017. In mostra si ammirano oltre dieci lavori, di medie e grandi dimensioni, molti dei quali realizzati appositamente per questa occasione: lastre di acciaio su cui un sapiente uso del processo di ossidazione e della pittura a olio – a cavallo tra imprevedibilità e controllo – dà vita a soggetti colti in intime istantanee. 

È il dialogo il filo conduttore della mostra, da cui il titolo “Conversation Piece”: le opere nel loro insieme compongono infatti un’ipotetica scena di conversazione, o – al contrario – di una sua mancanza, ponendo una riflessione sulla comunicabilità delle emozioni. Dialogo tra i soggetti del quadro, tra quadro e quadro, tra quadro e pubblico, tra mostra intera e osservatore: le scene di conversazione che affollavano le dimore dei collezionisti tra Settecento e Ottocento diventano qui esse stesse oggetto del discorso.

I soggetti di Cersosimo – da soli, in coppia o in piccoli gruppi – sembrano porsi in ascolto di qualcosa, parlano con qualcuno e coinvolgono lo spettatore nei loro dialoghi muti. Uomini e donne che lasciano solo immaginare i segreti e le parole che hanno detto, ascoltato e che ancora custodiscono. Nell’opera Un rifugio per anime solitarie (2016, olio e ossidazione su lastre d'acciaio saldate, 55x75 cm), per esempio, una donna di cui sono visibili solo il volto e le mani non toccati dal logorio della ruggine, punta lo sguardo verso un altrove ignoto e “si tocca quelle mani che sembrano muoversi impercettibilmente come quelle di un direttore d’orchestra per rivelarci come una sibilla le parole che sente mormorare là”, commenta Giulio Benatti, autore del testo critico che accompagna la mostra.

 

Il dialogo di Cersosimo è però anche formale e oscilla tra antico e moderno, classico e sperimentale, figurativo e astratto. La sua tecnica nasce da una fase di sperimentazione sui materiali avviata nel 2012: dopo aver dipinto per lungo tempo ad olio su tavole di legno, si lascia attrarre dall’aspetto riflettente dell’acciaio. Un piccolo “incidente”, una traccia di sudore trasformata dal tempo in un velo brunastro e rugginoso, suggerisce all’artista un nuovo elemento: l’acqua, capace di creare la figura attraverso il processo alchemico dell’ossidazione.

Da allora acqua, sale, pittura ad olio e altri elementi si alternano e si combinano su lastre di acciaio a volte singole, altre volte saldate insieme per formare opere di grandi dimensioni. L’ossidazione e la ruggine sottendono e circondano la pittura ad olio: ne risulta un dualismo che abbraccia il desiderio di sperimentare e astrarre da un lato, e quello di mantenere tavolozza e pennelli della pittura figurativa dall’altro. La tradizione e la volontà di esplorare nuovi territori convivono e dialogano, come pure dialogano, in queste opere, l’arte e l’uomo: perché l’arte, considerata eterna, se coperta da un velo di ruggine sembra sottostare a quella caducità che è tipicamente umana, e l’uomo viene di rimando reso eterno dall’opera d’arte.

 

Informazioni utili:

Sede: Accesso Galleria | Via del Marzocco 68-70, Pietrasanta

Inaugurazione: sabato 15 luglio, ore 19

Date: 16 luglio – 21 agosto 2017

Orari: da lunedì a giovedì, h. 18 - 23 | da venerdì a domenica, h. 10.30 - 12.30 e 18 - 24

Ingresso: libero

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Murakami. Jap Pop in Capri Fri, 30 Jun 2017 16:21:10 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/438669.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/438669.html NORA comunicazione NORA comunicazione L’esuberanza dei manga giapponesi firmati dall’artista Takashi Murakami, definito da Time il più influente rappresentante della cultura nipponica, sbarca a Capri dal 9 luglio al 31 agosto 2017A presentarli è la galleria Andrea Ingenito Contemporary Art che nella mostra “Murakami. Jap Pop in Capri” espone circa venti serigrafie che raccontano il percorso creativo dell’artista in cui si fonde la pittura giapponese tradizionale e la cultura pop, il fenomeno Otaku – il mito tutto nipponico dell’adolescenza – e la sua personale estetica Superflat

 Completa e contestualizza la mostra, organizzata il collaborazione con Epochè Club Art Capri, un nucleo di opere di giovani esponenti del pop giapponese il cui stile si ispira a quello del maestro nipponico.

La Pop Art rimane dunque protagonista alla galleria AICA che, dopo il successo ottenuto nel 2016 con la mostra “Andy Warhol. Summer Pop Capri”, quest’anno sceglie di puntare su Murakami.

Pupazzi, buffe caricature, fiori e disegni che sembrano cartoni animati, jellyfish eyes, colori brillanti: questi i tratti caratteristici delle opere di Murakami, artista capace di ascoltare e dare voce alle subculture del Sol Levante. Cresciuto in una società profondamente segnata dalle conseguenze dell’attacco atomico su Hiroshima e Nagasaki – il suo mondo seppur colorato e vivace sembra essere sempre imperniato sui temi della distruzione e della morte – si discosta presto dai canoni dell’arte tradizionale per guardare al panorama degli Otaku (termine che indica il fenomeno degli appassionati in modo ossessivo di manga e anime) e dei Kawaii (carino, amorevole), espressione dei turbamenti, delle ossessioni e delle perversioni dei giapponesi nel dopoguerra. Questa subcultura dall’immaginario consumista e feticista secondo Murakami ha saputo recuperare un segno distintivo dell’arte giapponese antica: la tradizionale bidimensionalità del periodo Edo. Dall’unione tra la bidimensionalità e l’iconografia manga, Murakami sviluppa il suo manifesto programmatico, l’estetica del Superflat (super piatto): un singolare “effetto piatto” in cui una serie di elementi cancella qualsiasi prospettiva ed ogni possibile interstizio, obbligando l’osservatore ad uno sguardo fisso e straniato.

Particolarmente significativa in tal senso è l’opera And then, and then, and then, and then, and then, esposta a Capri, il cui protagonista è l’iconico pupazzo Mr. Bob, un personaggio che segue la filosofia dell'estetica Kawaii. Secondo l'artista egli è metafora del popolo giapponese postmoderno, di una società infantile che non è stata in grado di superare il trauma che la sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale e la seguente occupazione statunitense hanno causato.

In Tokyo Tower l'artista rappresenta invece se stesso che, in un caricaturale autoritratto, osserva da lontano l'imponente torre di Tokyo, in compagnia dei suoi consueti personaggi. Un’opera dai colori accesi e pregna del linguaggio di Murakami che riesce a esprimere il disagio di una generazione attraverso il contrasto tra la vivacità del disegno e l’effetto di piattezza che sopraffà lo spettatore.

 Sulla scia della comune ispirazione alla cultura e all’iconografia di massa, Murakami è spesso accostato all’icona Pop per eccellenza, Andy Warhol. Come il suo predecessore statunitense, l’artista giapponese capisce che l’arte può trasformarsi in business, e nel 1996 fonda la Hiropon Factory, oggi Kaikai Kiki Co. Ltd. È questa la sua vera creatura in cui concretizza la sua personale Filosofia del Lavoro: perfezionismo, disciplina, rigore sono finalizzate ad un’attività instancabile che lo porta a traguardi sempre più ambiziosi e a guadagni sempre più alti. Realizza cifre da capogiro sperimentando ambiti e tecniche diversissimi tra loro e captando tendenze ancora inespresse, ma vive come un monaco senza consumare nulla per sé, per continuare ad investire nella sua factory.

Sono molte le collaborazioni con noti personaggi del jet set internazionale: nel 2003, con lo stilista Marc Jacobs disegna per Louis Vuitton la borsa Cherry Blossom; nel 2008 lavora con Pharrel Williams all’opera The Simple Things; nel 2009 cura la produzione di un video musicale con Kirsten Dunst; calamite, poster, peluche, custodie per smartphone e ogni altro genere di gadget firmato da Murakami viene commercializzato con successo in gran parte del mondo annullando la differenza tra arte “alta” e arte “bassa”.

 

Informazioni utili

TitoloMurakami. Jap Pop in Capri

Sede:  AICA Andrea Ingenito Contemporary Art | Via Le Botteghe 56, Capri

In collaborazione con  Epochè Club Art Capri

Inaugurazione: sabato 8 luglio 2017, ore 18.30

Date: 9 luglio 2017 – 31 agosto 2017

Orari: da martedì a domenica, h. 18 – 22.30

Ingresso: libero

 

Info al pubblico: 081.0490829 | www.ai-ca.com | info@ai-ca.com

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MATERIAL MATTERS. A SCULPTURE SHOW Mon, 05 Jun 2017 15:54:26 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/435507.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/435507.html NORA comunicazione NORA comunicazione Con un’esposizione collettiva che coinvolge quattro scultori di caratura internazionale - Peter Simon Mühlhäußer, Alex Rane, Bruno Walpoth e Jiannan Wu - provenienti da quattro nazioni diverse e attivi su tre continenti, la galleria Accesso porta a Pietrasanta, città con una lunga storia nella produzione delle arti plastiche, opere innovative e di alta qualità scultorea.

Dal 18 giugno al 14 luglio è infatti possibile ammirare la mostra “Material Matters. A Sculpture Show” che con un titolo che è anche un gioco di parole - “La materia conta”, ma anche “Le questioni rilevanti” – pone l’accento sui materiali usati per la realizzazione delle sculture e su ciò che è importante, o sostanziale (material), nelle sculture stesse.

Le opere esposte sono legate tra loro sia dal figurativismo dei soggetti rappresentati sia dall’intrinseca contemporaneità che le caratterizza. Differiscono, invece, per i materiali: nella fase di ideazione del progetto espositivo si sono infatti voluti prediligere artisti che usassero materie diverse,  talvolta tradizionali – come il marmo, il legno e il bronzo – talvolta più contemporanee – come la schiuma sintetica, il cartone e la resina.

Tuttavia le opere mantengono qualità e bellezza, riflettendo la tradizione dell’arte scultorea. Questo fattore astratto è in realtà una componente fondamentale, o material matter appunto, di questa esposizione: equilibrare i diversi materiali dei lavori dei vari scultori mantenendo il valore artistico in ogni opera.

Nati in nazioni differenti e formatisi tutti in Paesi diversi dai propri, i quattro artisti riportano nella propria poetica l’“occhio esterno” con cui hanno sempre osservato e vissuto il mondo che li circonda.

Bruno Walpoth (1959, Bressanone. Vive e lavora a Ortisei) combina l’educazione ricevuta negli studi di Ortisei e i loro 400 anni di storia della scultura del legno con le tecniche e le forme della scultura contemporanea apprese all’Accademia Der Bildende Künste di Monaco di Baviera. Nei suoi lavori, più che raccontare una storia tramite le sue opere, mira a catturare un momento di isolamento ed introspezione.

Peter Simon Mühlhäußer (1982, Bad Boll, Germania, dove vive e lavora) studia come tagliapietre alla scuola per scultori “Johannes Steinhäuser” a Lasa, Trentino Alto Adige, fino al 2007. Nel 2009 riceve il Master of Fine Arts presso la New York Academy of Art. Nelle sue opere, in cui il corpo è protagonista, l’estetica del bello lascia il posto all’estetica del dubbio, del brutto e dell’indagine psicologica. 

Alex Rane (1986, New York City, USA. Vive e lavora a Carrara) si diploma in Belle Arti presso il Lyme College of Fine Arts nel Connecticut. Tramite un lavoro rigorosamente manuale e traendo ispirazione da filosofie moderne mescolate a una personale visione della spiritualità, Rane produce opere che sono manifestazione tangibile della psiche umana e del lavoro artigianale.

Jiannan Wu (1990, Dalian, Cina. Vive e lavora a New York City) si diploma nel 2014 all’Accademia Cinese d’Arte di Hangzhou. Si sposta poi negli Stati Uniti per studiare alla New York Academy of Art e completa il suo Master in Belle Arti nel 2016. Lavorando sia con la scultura che con il disegno Wu è interessato alla relazione tra bidimensionalità e tridimensionalità, più precisamente alla prospettiva all’interno delle sue sculture. I soggetti di Wu tendono ad essere osservazioni sulla vita di tutti i giorni.

Sede: Accesso Galleria | Via del Marzocco 68-70, Pietrasanta

Date: 18 giugno – 14 luglio 2017

Inaugurazione: sabato 17 giugno, ore 19

Orari: da lunedì a giovedì, h. 18 - 23 | da venerdì a domenica,  h. 10.30 - 12.30 e 18 - 24

Ingresso: libero

Accesso Galleria t. +39 340 410 4004 | info@accessogalleria.com accessogalleria@gmail.com 

www.accessogalleria.com

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JUDY PFAFF. ABSTRACT POETRY Thu, 18 May 2017 16:00:56 +0200 http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/433343.html http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/433343.html NORA comunicazione NORA comunicazione È la prima personale europea di Judy Pfaff quella che apre il 27 maggio alla galleria AICA Andrea Ingenito Contemporary Art di Capri. Britannica di nascita ma americana d’adozione – si trasferisce negli Stati Uniti giovanissima –, l’artista torna nel Vecchio Continente con la mostra “Judy Pfaff. Abstract Poetry” che espone fino al 2 luglio un ampio nucleo di opere su carta – tecniche miste realizzate con tempere, collage, stratificazioni di fogli, fotografie, documenti di archivio  – di piccole, medie e grandi dimensioni.

I 34 lavori, astratti ma risultanti dall’assemblaggio di elementi figurativi, sono allestiti negli spazi della galleria in nuclei che compongono delle piccole installazioni: le singole opere sono così poste in dialogo tra di loro, raccolte in gruppi sulla base di una vicinanza tematica, di senso, di materiale, di risultato estetico.

Le carte in mostra sembrano l’esito di una caccia al tesoro: elementi apparentemente disordinati sono sostenuti da fitte connessioni; arazzi generati da una trama fatta di oggetti fra i più svariati si fondono e si sovrappongono a strati delicati di antiche carte e documenti ritrovati in vecchi cassetti, o di immagini scaricate da Internet, o ancora di fotografie di fiori, di paesaggi, di viaggi, di momenti tipici della vita di strada. La sensazione per il visitatore è di ritrovarsi in un archivio, completamente immerso in un poetico, seppur caotico, inventario.

Judy Pfaff è stata una pioniera dell’arte degli anni ’70. Capace di inventare un nuovo linguaggio narrativo per esplorare l’intersezione tra reale e astratto, nell’ambito del dibattito tra realismo e astrazione non ha preso mai posizione, scegliendo di definirsi semplicemente “anti-minimalista”. L’insieme che risulta dai suoi lavori è pieno, carico, esuberante; i colori utilizzati, intensi e forti, non sono mai violenti o eccessivi. Il procedimento di assemblaggio, che sembra improvvisato - quasi l’artista fosse una compositrice di musica jazz - è in realtà dettato da una profonda attenzione per la struttura sottostante, sulla quale si costruisce un delicato equilibrio tra l’impulso alla decostruzione e il post minimalismo. Ogni oggetto che le capiti sotto mano è pronto per essere reinventato: l’essenza della pratica di Judy Pfaff è la proliferazione stessa. 

Cenni biografici

Nata a Londra nel 1946, a dieci anni si trasferisce negli Stati Uniti. Frequenta la Wayne State University e la Southern Illinois University, completando un BFA presso la Washington University nel 1971 e nel 1973 un MFA presso Yale University. Pioniera delle installazioni artistiche nel 1970, Pfaff sintetizza la scultura, la pittura e l'architettura in ambienti dinamici in cui lo spazio sembra dilatarsi e collassare, oscillando tra due e tre dimensioni. Dal 2009 Pfaff è membro della American Academy of Arts and Letters. Riceve numerosi premi, tra cui un USA Fellowship (2009); Barnett Newman e Annalee Foundation Fellowship (2006); MacArthur Foundation Award (2004); Nancy Graves Foundation Grant (2003); Bessie (1984); e borse di studio del John Simon Guggenheim Memorial Foundation (1983) e il National Endowment for the Arts (1986). Le sono state dedicate importanti mostre presso il Museo d'Arte Elvehjem, University of Wisconsin, Madison (2002); Denver Art Museum (1994); St. Louis Art Museum (1989); e Albright-Knox Art Gallery, Buffalo (1982). Pfaff ha rappresentato gli Stati Uniti nel 1998 alla Biennale di San Paolo. Pfaff vive e lavora tra Kingston e Tivoli, New York.

Informazioni utili

Titolo: Judy Pfaff. Abstract Poetry

Sede: AICA Andrea Ingenito Contemporary Art | Via Le Botteghe 56, Capri

Date: 28 maggio – 2 luglio 2017

Inaugurazione: sabato 27 maggio, ore 18.30

Orarida martedì a domenica, h. 18 – 22.30 

Ingresso: libero

Info al pubblico: 081.0490829 | info@ai-ca.com | www.ai-ca.com

 

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